Giovanni Mazzillo

Sulla solitudine [Lettera per la quaresima.  (riproposta il 1/03/06)]

Cari amici prendo come punto di partenza il Vangelo del mercoledì delle ceneri. Gesù dice che occorre pregare nel segreto, perché proprio nel segreto Dio, in quanto Padre, ci vede e ci raggiunge. Quel "pregare nel segreto" vuol dire tante cose. Di certo indica una situazione di solitudine. Ora, ci sono solitudini cercate e solitudini non progettate. Le ultime sono quelle che uno si trova a dover affrontare, a dover non solo gestire, ma anche a dover attraversare. Erano invece solitudini cercate quelle dei nostri antichi monaci basiliani (vedi Notiziario Puntopace n.0), che trascorrevano buona parte della vita in grotte come quella raffigurata nell'immagine in alto. Si trova nelle colline prima di Maratea, siamo andati a visitarla con il nostro gruppo ed è ancora oggi chiamata "Grotta dell'eremita" o "Grotta dell'uomo vestito di bianco" ("Zu Janku"). Sono visibili una croce e la nicchia allungata, scavata nella pietra, dove il monaco dormiva. Quella sua scelta non lo rendeva né infelice, né ostile. Al contrario, come il suo abito bianco sembrava significare, la sua vita doveva essere luminosa e trasparente. Scendendo nel cuore della terra, abitando appunto nelle grotte, il monaci quasi ascoltavano battere il suo cuore nascosto e sintonizzavano su quel battito il ritmo della loro vita e soprattutto la loro preghiera. Fin lì il Padre li raggiungeva e proprio lì anche Lui era come portato ad ascoltare il cuore di quella terra che ormai si riempiva di preghiere e di canti sommessi, risuonava delle voci degli uomini che abitavano tutto il mondo, dei pianti dei bambini e di quanti soffrono, ma anche del sorriso, della grida di quanti giocano e gioiscono. Sì, il cuore della terra diventava il cuore segreto del mondo degli uomini e quei monaci potevano così pregavate all'unisono con le voci di tutti, sincronizzandosi con il ritmo della terra.

Ma dicevamo che ci sono anche le solitudini non volute, quelle che comunque bisogna attraversare. I nostri monaci conoscevano anche quelle solitudini, le stesse che talvolta ci prendono e non ci lasciano se non dopo averci fatto soffrire e persino piangere, pur nel nostro remoto segreto, quello che nessuno, dico nessuno, talvolta nemmeno chi ci sta più vicino, riesce a penetrare. Che dirvi? Anche qui il Padre ci raggiunge, quando al termine di una giornata o in un pomeriggio piovoso, stanchi delle solite stupide trasmissioni televisive, dei soliti discorsi e perfino delle solite chiacchiere con gli amici, ci ritiriamo in noi stessi e forse ci inginocchiamo accanto al nostro tavolo da studio, proprio il nostro tavolo, quello del nostro quotidiano sudore! Se non lo abbiamo ancora fatto, facciamolo! Ne vale davvero la pena! Chi ha provato a lasciare tutto fuori della propria porta e si è ritirato in questa profonda preghiera, che è ascolto del proprio respiro e del battito del proprio cuore, li sente prima o poi come respiro e come cuore del mondo. È l'esperienza autentica della preghiera e dell'essere in sintonia con il mondo. Se lo farai anche tu, vivrai da oggi un'esperienza indimenticabile: parlerai non solo con il Padre, che vede nel segreto, ma con la parte più profonda, con la parte migliore di te, e sarà un'esperienza che trasformerà la tua vita. Buona quaresima allora! Tuo G. Mazzillo [13/02/02]