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Da Adista  Documenti N°54 (10-07-06)

PACE È VITA: TUTTA LA VITA, OGNI VITA, SEMPRE E OVUNQUE. LA RIFLESSIONE DI PAX CHRISTI PER IL CONVEGNO ECCLESIALE DI VERONA

Partecipando al cammino comune verso il Convegno Ecclesiale di Verona (ottobre 2006), intendiamo condividere la nostra riflessione con tutti gli aderenti a Pax Christi, con il popolo di Dio in cammino e con i suoi pastori, con le associazioni cattoliche, con le comunità cristiane, con il movimento ecumenico, con gli operatori di pace variamente ispirati, con i compagni di viaggio di qualunque orientamento, convinti che la vita e la pace contengano la sostanza dell'unico Vangelo di Cristo "nostra pace" (Ef 2, 14).

1. La pace di Cristo "nostra pace" è pienezza di vita
Una forte e profonda spiritualità della pace ci spinge, anzitutto, a contemplare "il Vivente in eterno" creatore dell'universo (Sir 18, 1), il Dio "amante della vita" (Sap 11,26), colui che "distruggerà per sempre la morte" (Is 25,8), che "dà la vita ai morti e chiama all'essere le cose che non sono" (Rom 4, 17). Egli si è incarnato, tramite lo Spirito, nel volto di Gesù Cristo, "il Verbo della vita" (1Gv 1,1), il solo che ha "parole di vita eterna" (Gv 6, 68) e ci dona la vita "in abbondanza" (Gv 10,10). Egli è per tutti "via verità e vita" (Gv 14,6). È "la resurrezione e la vita" (Gv 11,25). Grati e stupiti, esultiamo al pensiero di essere "risorti con Cristo" (Col 3,1). Per questo, "l'essere umano che vive è la gloria di Dio", scriveva Ireneo di Lione che indicava come scopo della nostra esistenza "la visione" dell'Eterno.
Sappiamo che "la speranza non delude perché "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono" (Rom 5,5). Sentiamo che Dio, fonte della vita, ci rinnova e ci trasforma. Ci fa "nascere dall'alto" (Gv 3, 3-8).
Egli entra in relazione con noi tramite la sua grazia trasformante."Il principio creativo di tutte le cose - scrive Benedetto XVI nella "Deus caritas est" - il Logos, la ragione primordiale - è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore" (n. 10).
Avvertiamo con gioia orante che "Dio è amore e chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (1 Gv 4,16). Siamo consapevoli che "poiché l'amore è da Dio, chi ama è generato da Dio e conosce Dio" (1 Gv 4,7).
Ascoltiamo sempre con trepidazione e slancio la beatitudine rivolta agli "operatori di pace" che "saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,9). Cerchiamo di vivere la dimensione familiare della vita divina per mezzo della nostra azione conviviale che cerca di evidenziare la presenza divina nella famiglia umana e in ogni esperienza rivolta al bene. Per noi la scelta della vita e quella della nonviolenza costituiscono un unico multiforme impegno. La pace è un bene completo e globale. È benedizione e pienezza di vita: shalom.

2. I blocchi contrapposti
Oggi, quando si affrontano i temi della vita e della famiglia, in particolare della vita nascente e della bioetica, spuntano quasi sempre due schieramenti contrapposti orientati ad esasperare i toni, a dividere il mondo in bene e male, vita e morte, buoni e cattivi.
a) Da un lato, c'è chi ripropone costantemente i diritti dell'embrione, il superamento della legge 194, il rifiuto di patti di solidarietà civile o altro, quasi ossessionato dalla sessualità e dalla bioetica, quasi indifferente al fatto che al mondo ogni 6 secondi muore un bambino per fame, ogni minuto muore una donna per parto, mentre si spendono cifre spaventose per sviluppare il sistema della guerra. Chi invoca i "valori cristiani" in riferimento solo all'embrione non solo limita l'ambito di iniziative per la promozione della vita ma rischia di essere strumentale e di venire strumentalizzato. C'è anche chi ragiona in termini di schieramento politico-elettorale, anzi prefigura una sorta di "religione civile" contro un presunto "secolarismo" o "edonismo" e non tiene conto dei problemi esistenziali, degli itinerari personali, delle vicende intime di molte donne, di molte persone e di molte famiglie. Nessuno può credere a chi si accalora per difendere il diritto alla vita degli embrioni ma non sembra interessato alla vita delle persone nate sempre e ovunque.
b) Dall'altro lato, c'è chi ripete antichi pregiudizi verso la religione cattolica considerata sempre antimoderna, clericale, intollerante, contraria alla scienza e alle donne. Alcuni propongono una visione riduttiva del "laicismo" come pura separazione degli ambiti di intervento e netta divisione tra morale e politica (laicità, invece, è termine sempre positivo e progettuale, intrinseco alla fede cristiana). Chi invoca la tolleranza, non può confonderla né con l'appiattimento delle identità, né con l'indifferenza ai valori fondamentali, né con una ragione utilitaria e tracotante, priva del senso del limite. Molti, poi, difendono un'idea di libertà totale e puramente individualistica senza riferimenti etici o vincoli giuridici. Alcuni comunicano l'idea che tutto sia possibile, senza regole; che la tecno-scienza sia sempre usata per il bene dell'umani-tà. Come se non esistesse la mercificazione della vita nascente. Come se non operassero da tempo ditte e multinazionali rivolte alla produzione e alla manipolazione degli embrioni a fini di lucro o per allarmanti sperimentazioni. Come se non valesse in questo campo il principio di prudenza. Come se il liberismo assoluto o i poteri imperiali, condannati in ambito internazionale, non esistessero nella sfera della vita privata. Chi lotta contro le guerre o respinge il pensiero unico neo-liberista o rifiuta gli organismi geneticamente modificati non può accantonare l'idea che l'aborto è sempre un male, non può sottovalutare l'impegno per la difesa della vita nascente, la "biodiversità" globale, la cura di ogni vita secondo un'etica della responsabilità.

3. Un discernimento a tutto campo
Nella percezione comune, sulla scena politica e mediatica, per responsabilità differenti (informative, politiche, ecclesiali), il magistero episcopale appare quasi esclusivamente attento ai temi della vita nascente e della famiglia. Da parte nostra avvertiamo il bisogno di offrire forme di discernimento e di iniziativa incalzante su temi ed emergenze ugualmente gravi dal punto di vista etico: l'invio e la presenza di truppe italiane in Iraq; la diffusione di un sistema di guerra, l'uso della guerra, anche preventiva, come strumento normale della politica, l'"esportazione" della democrazia con mezzi illegali e immorali, l'enfasi sullo scontro delle civiltà; una visione parziale e militarizzata della sicurezza (che, oltre a logorare e a svuotare lo stato di diritto, alimenta il terrorismo che presume di combattere); la scarsa attenzione per la cancellazione del debito estero dei Paesi più impoveriti; la noncuranza per gli inviti papali a favore di un'amnistia giubilare per i detenuti; la violenza mafiosa sulla quale i ragazzi di Locri e il movimento "Libera" ci hanno offerto segnali importanti di intervento nonviolento; la "questione morale" come questione democratica, l'illegalità economica e finanziaria, il conflitto di interessi nella gestione della cosa pubblica; il logoramento del diritto, lo svuotamento della Costituzione; l'introduzione della tortura nell'ordinamento giuridico; l'accoglienza degli immigrati, l'attenzione particolare alle immigrate e ai loro figli; la disoccupazione o l'occupazione sempre precaria; le varie forme di povertà; la mercificazione della salute e dei beni essenziali; la deriva neoliberista dell'econo-mia; il clima di arroganza favorito dagli interventi degli "atei devoti" che credono di dettare legge anche in casa ecclesiale dove spesso trovano ascolto e sostegno; il tentativo di trasformare il cristianesimo in una religione politica.
Su molte questioni inerenti la qualità della democrazia, in particolare sulla pessima proposta di "deforma" della Costituzione approvata dalla maggioranza parlamentare nel 2005, riteniamo utile sviluppare le idee emerse (ancora poco note) alla 44.ma Settimana Sociale dei cattolici italiani, tenutasi a Bologna nell'ottobre 2004 e le indicazioni prodotte dal seminario "Costituzione e nonviolenza" organizzato dal Centro Studi di Pax Christi, svoltosi presso la Casa della pace il 28-29 gennaio 2006.
In questo periodo, avvertiamo con sofferenza la diffusione di dichiarazioni che presentano come "diritto sacrosanto" quello della difesa armata preventiva contro i ladri, così come previsto dalla legge approvata dalla maggioranza parlamentare nel gennaio 2006. A tale riguardo, siamo di fronte a una regressione pericolosa. L'esperienza statunitense ci dice che ogni giorno muoiono 9 bambini per motivi connessi a errori nell'uso delle armi da parte proprio dei familiari, che la criminalità non solo non diminuisce ma può trovare alimento in dispositivi che facilitano l'uso delle armi, che si diffonde la cultura e la pratica delle armi, che una persona sembra meno importante di una cosa. Chi invita a non votare candidati favorevoli a provvedimenti ritenuti dannosi in ambito bioetico e familiare, dovrebbe estendere l'invito a chi sostiene l'omicidio preventivo sia in ambito privato che in quello internazionale. Sembra che la pratica illegale e immorale delle guerre preventive si stia estendendo ovunque. Anche nei rapporti personali il diritto della forza pare prevalere sulla forza del diritto. Davanti a provvedimenti simili e ad altri analoghi, noi cristiani dovremmo sentire offesi e mercificati proprio i valori della vita e della persona umana che diciamo di difendere.

4. Vita e pace: unico Vangelo
Di fronte a nodi problematici così vasti e complessi, è possibile un'argomentazione dialogica senza frasi ultimative, senza esasperazioni faziose, senza schematismi, senza contrapposizioni pregiudiziali? Nessuno può pretendere di "possedere la verità", soprattutto in ambito giuridico-politico, su argomenti straordinariamente complessi e delicati come quelli riguardanti la bioetica, la vita nascente, la realtà familiare, la ricerca della felicità, le problematiche interconnesse della vita e della pace. La prima nostra preoccupazione riguarda proprio la pratica della ricerca della verità nel dialogo e l'acquisizione di una visione globale e unitaria dei problemi. La vita e la pace sono sorelle che camminano assieme. O crescono assieme o cadono assieme.
La dinamica assai varia delle esperienze personali, "la dimensione affettiva delle relazioni sociali" e "le varie forme di rappresentazione pubblica degli affetti hanno un grande bisogno di aprirsi alla speranza e, quindi, alla ricchezza della relazione" ("Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo" n. 15,a).
I credenti, quindi, non possono annunciare il messaggio cristiano della vita sempre con processi alle intenzioni, con giudizi perentori, offrendo divieti e condanne. Possono annunciare la bellezza della vita solo in modo globale e gioioso, favorendo un clima di fiducia e di serenità, valorizzando il decisivo contributo femminile. Se Maria, definita "donna che ama" da Benedetto XVI nella "Deus caritas est" (n. 41 e 42), non avesse pronunciato il suo libero e amante "sì", da lei non sarebbe nato il figlio di Dio, non sarebbe diventata "madre della Parola incarnata" e "madre di tutti i credenti".
Con tutti i nostri limiti ma anche con il nostro entusiasmo di operatori di pace, anzi di amici della nonviolenza, riteniamo necessario ricordare a noi stessi, alle comunità cristiane e a tutti i nostri compagni di strada che la vita va tutelata e promossa nella sua varietà e interezza sempre e ovunque. La vita è un bene globale, comune, conviviale, interdipendente, laico, cristiano, ecumenico, interreligioso, universale. Solo se coerente e completa "la scelta della vita" diventa verace, credibile e autorevole. Il Vangelo della vita e Vangelo della pace formano l'unico Vangelo di Cristo, figlio del Dio vivente, "via, verità e vita", "nostra pace".

5. La pace ama la vita, ogni vita, sempre e ovunque
È importante fare sintesi, superare le asimmetrie teorico-pratiche o la separazione, enfatizzata dai media, tra campo bioetico e campo sociale, tra etica privata ed etica pubblica. Bisogna pensare e vivere i temi della vita e della pace in modo coerente e completo come beni globali, interconnessi, nel contesto di un intreccio indissolubile, di una reciproca fecondazione. È, quindi, urgente sperimentare la costruzione di percorsi comuni, laici-cristiani, riconoscendo la complessità delle problematiche, la dimensione aperta della ricerca, il valore del dialogo, l'importanza della lettura dei "segni dei tempi", la legittimità di diverse risposte politiche in ambito giuridico, il valore della laicità come progetto di convivialità umana, la democrazia come partecipazione responsabile alle scelte comuni.
Per questo motivo percepiamo che ci sono dimensioni vitali e relazionali non ancora toccate e sapienze non ancora udite e vissute. La pace, che per noi è azione nonviolenta, ama la vita, ogni vita, si prende ogni giorno cura della vita di tutti e per tutti, con i beni a disposizione sulla tavola comune, in un ambiente pulito. La pace è vita da gustare, da curare e da condividere. Se la violenza è necrofilia, amore per la morte, la nonviolenza è sempre biofilia operante, sanità mentale, respiro del cuore. Aiuta a vincere la paura. Tenta la riconciliazione nella verità, risana le ferite, ricostruisce i rapporti lacerati, sa che è possibile e necessario cambiare per vivere e vivere con dignità. Suscita la gioia di vivere e il piacere di comunicare.
L'enciclica "Deus caritas est" ci porta a contemplare nelle umane esperienze d'amore (erotico e agapico) e nell'impe-gno per la giustizia e la caritas, la presenza operante del-l'eterno amore incarnato nella trama della nostra fragile, ferita eppure splendida umanità.

6. Vita, giustizia e pace
Ama la vita chi la promuove. Chi crea le premesse per il suo fiorire. Chi previene ogni forma di violenza. Democrazia, dunque, è impegno costante di partecipazione e di predisposizione delle condizioni per la difesa e la promozione della vita. L'attenzione alla vita minacciata si estende sempre all'impegno per la giustizia e la pace.
Nella "Centesimus Annus" del 1991, Giovanni Paolo II esclama: "no, mai più la guerra che distrugge la vita degli innocenti, che insegna a uccidere e sconvolge ugualmente la vita degli uccisori, che lascia dietro di sé uno strascico di rancori e di odi, rendendo più difficile la giusta soluzione degli stessi problemi che l'hanno provocata" (n. 52). Al n. 47, pur preoccupata per la "crisi dei sistemi democratici, che talvolta sembra abbiano smarrito la capacità di decidere secondo il bene comune", l'enciclica ribadisce che "la Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine democratico" offrendo come contribuito "quella visione della dignità della persona, che si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato".
Analoghe indicazioni incontriamo nella "Evangelium vitae" del 1995 (n. 90), in tanti documenti magisteriali e, ultimamente, nella "Deus Caritas Est", là dove si parla della autonoma attività politica dei laici vissuta nell'ambito della "ragione autoresponsabile" come "impegno per la giustizia e servizio della carità" (28) o come "carità sociale" (29). È il magistero della prassi.
Ecco perché diventa urgente favorire cammini di crescita comune, di impegno civile e di corresponsabilità ecclesiale. Benedetto XVI, nel maggio scorso, in occasione della vicenda referendaria sulla procreazione assistita, ha chiesto "misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione e nell' educazione dei figli", ha ribadito che "ogni essere umano non può mai venire ridotto a un mezzo, ma è sempre un fine". Ha, poi, ha aggiunto: "la stessa sollecitudine per il vero bene dell'uomo che ci spinge a prenderci cura delle sorti delle famiglie e del rispetto della vita umana si esprime nell'attenzione ai poveri che abbiamo tra noi, agli ammalati, agli immigrati, ai popoli decimati dalle malattie e dalla fame". Pochissimi, nel pieno della polemica sugli schieramenti referendari, hanno messo in evidenza questi elementi.

7. L'insegnamento cattolico per una nuova cultura della vita
Nonostante oscillazioni o parzialità, il magistero cattolico risulta molto più ampio e articolato di quello che molti pensano. Citiamo, per brevità, il minimo essenziale.
"Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto procurato, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni disumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose, e mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano coloro che così si comportano che non coloro che le subiscono; e ledono grandemente l'onore del Creatore". Così il Concilio nella "Gaudium et spes" (cap. II "La comunità degli uomini", n. 27 ).
Trent'anni dopo, nella "Evangelium vitae" (1995), si ricordano, tra i valori fondamentali, "la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l'assunzione del ‘bene comune' come fine e criterio regolativi della vita politica" (n. 70). Allora, esclama il papa, "rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità" (n. 5). "È dunque un servizio d'amore quello che tutti siamo impegnati ad assicurare al nostro prossimo, perché la sua vita sia difesa e promossa sempre, ma soprattutto quando è più debole o minacciata. È una sollecitudine non solo personale ma sociale, che tutti dobbiamo coltivare, ponendo l'incondizionato rispetto della vita umana a fondamento di una rinnovata società. Ci è chiesto di amare e onorare la vita di ogni uomo e di ogni donna e di lavorare con costanza e coraggio, perché nel nostro tempo, attraversato da troppi segni di morte, si instauri finalmente una nuova cultura della vita, frutto della cultura della verità e dell'amore" (n. 77). [La cultura di morte è] "guerra dei potenti contro i deboli" (n. 12); "da società ‘conviventi', le nostre città rischiano di diventare società di esclusi, di emarginati, di rimossi e soppressi". [Se poi lo sguardo si allarga ad un orizzonte planetario] "non occorre forse mettere in discussione gli stessi modelli economici, adottati sovente dagli Stati anche per spinte e condizionamenti di carattere internazionale, che generano e alimentano situazioni di ingiustizia e violenza nelle quali la vita umana di intere popolazioni viene avvilita e conculcata?"(n. 18).
La "Evangelium vitae" invita alla mobilitazione gioiosa. "Mandati nel mondo come ‘popolo per la vita' , il nostro annuncio deve diventare anche una vera e propria celebrazione del Vangelo della vita [...]. A tal fine, urge anzitutto coltivare in noi e negli altri uno sguardo contemplativo. Questo nasce dalla fede nel Dio della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio (Sal. 139). È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende di impossessarsi della realtà, ma la coglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente (Gen 1,27, Sal 8,6)". Tale sguardo "si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà" (n. 83).
La traccia di riflessione per il Convegno Ecclesiale di Verona dell'ottobre 2006 afferma con decisione: "solo una cultura che sa dar conto di tutti gli aspetti dell'esistenza è una cultura davvero a misura d'uomo. Insegnando e praticando l'accoglienza del nascituro e del bambino, la cura del malato, il soccorso del povero, l'ospitalità dell'abbandonato, dell'emarginato, dell'immigrato, la visita del carcerato, l'assistenza all'incurabile, la protezione dell'anziano, la Chiesa è davvero ‘maestra d'umanità'. Ma l'accoglienza della fragilità non riguarda solo le situazioni estreme. Occorre far crescere uno stile di vita verso il proprio essere creatura e nei rapporti con ogni creatura: la propria esistenza è fragile e in ogni relazione umana si viene a contatto con altra fragilità, così come ogni ambiente umano o naturale è frutto di un fragile equilibrio".
("Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo" 15, c).

8. "Non uccidere" come progetto e impegno
La passione per la nonviolenza ci porta a evidenziare l'urgenza del "non uccidere" sempre e ovunque come progetto quotidiano e planetario, come impegno permanente, attivando una rete di politiche di prevenzione a favore di una gestione positiva dei conflitti in ogni campo. Aspetto complementare del "non uccidere" è il "non lasciar morire", cioè l'attivazione di interventi nonviolenti preventivi, contemporanei e successivi alle violenze, l'apertura di percorsi di guarigione e di riconciliazione personale, familiare, sociale, il prendersi cura della vita al fine di rimarginare e curare le ferite delle violenze, ricostruire la fiducia nei rapporti umani, aprire strade di convivialità.
La trama colorata della vita e della pace è immensa: superamento dell'aborto, paternità e maternità responsabile, politiche competenti e rispettose nell'ambito dell'interruzione della gravidanza, della fecondazione assistita o della cura di malattie come l'Aids; prevenzione e cura delle varie forme di violenza contro le donne e i bambini nascenti e nati; prevenzione e cura delle persone tossicodipendenti; rispetto delle biodiversità e dei beni essenziali dell'umanità; accoglienza degli immigrati con cui costruire la cittadinanza umana e la convivenza civile; attenzione ai problemi delle sorelle e dei fratelli omosessuali; in ambito più vasto, politiche di disarmo, difesa popolare nonviolenta, sicurezza umana inclusiva; lotta alla morte per fame o per malattie; accesso ai farmaci essenziali; trasparenza per le "banche armate"; riduzione della produzione e del commercio delle armi; sminamento; azione contro la tratta degli esseri umani e le nuove forme di schiavitù, la tortura, la pena di morte, l'illegalità criminale, la complicità mafiosa; percorsi di riconciliazione nella verità e nella giustizia; opposizione alla difesa armata preventiva individuale; disoccupazione, precariato permanente, caporalato nel mondo del lavoro soprattutto in alcune regioni; educazione permanente alla pace, alla legalità, alla socialità, alla promozione dei diritti umani: sono tutti capitoli dell'unico libro della vita e della pace nella nonviolenza per tessere nuovi rapporti tra le persone e tra i popoli, nel privato e nel pubblico, nel piccolo e nel grande, sempre e ovunque.
In particolare, riteniamo che per ogni guerra e per ogni violenza valga la solenne affermazione presente nella "Evangelium vitae": "la scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale, e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono. È, infatti, grave disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa, contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità" (57). Per questo "si dovranno rimuovere le cause che favoriscono gli attentati alla vita" (n. 90).
L'esplicita condanna della "Evangelium vitae" va estesa ad ogni vita. Essa ricorda un'analoga solenne affermazione della "Gaudium et spes": "ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato" (n. 80).
Sono indicazioni che vanno tutte nella direzione di una teologia della nonviolenza attiva ed efficace da testimoniare nella vita quotidiana e mondiale, nell'intimo e nel pubblico, nel mondo e nella Chiesa. La nonviolenza è forza dell'amo-re. L'amore è sempre universale e concreto, mai concluso, "processo che rimane continuamente in cammino", ricorda la "Deus caritas est" (nn.15-18). Per il cristiano che vive la corresponsabilità ecclesiale, esso si presenta come "manifestazione dell'amore trinitario" (n. 19).

9. Famiglia, laboratorio trinitario della pace
Davanti a episodi sconvolgenti di violenza interna alle famiglie, che svelano abissi di solitudine e di paura, di depressione e di disperazione, di aggressività diffusa e di violenza diventata normalità (alimentata da strutture economiche e da modelli devastanti di vita personale e sociale), intendiamo ribadire che "l'amore è possibile" ("Deus caritas est", n. 39).
Esso comincia dall'intimità personale e dai rapporti familiari. Il vescovo Tonino Bello definiva la famiglia "laboratorio trinitario della pace". "La stessa espressione con cui possiamo descrivere il mistero trinitario - osservava Tonino Bello - serve anche per descrivere la pace: convivialità delle differenze... Le stesse parole che servono a definire il mistero principale della nostra fede ci servono per definire l'anelito supremo del nostro impegno umano. Pace non è la semplice distruzione delle armi. Ma non è neppure l'equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Convivialità delle differenze, appunto".
"Ma c'è di più", osserva Tonino Bello, è una "tavola promessa" e "principio permanente di critica"[ ...]. "La Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi. Ma è la sorgente da cui devono scaturire l'etica del contadino e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell'economia, le ragioni che fondano l'impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale. La Trinità, dunque, è storia che ci riguarda.. Ed è a partire da essa che va pensata tutta l'esistenza cristiana"[...].
"Il compito della famiglia è quello di camminare nella storia come icona della Trinità [...]. Forse è giunto il momento che la famiglia, ‘agenzia periferica della Trinità', prima di ogni altra istituzione prenda coscienza che le violenze che si consumano al suo interno, le arroganze, gli abusi di potere, le disparità tra uomo e donna, le ingiustizie contro i poveri, le emarginazioni razziali, la difesa dei privilegi dei popoli ricchi, il mantenimento degli schemi che distribuiscono gli uomini in categorie egemoni e categorie subalterne...sono oggi le vere eresie trinitarie che essa è chiamata a combattere. La famiglia [...] deve divenire il luogo dove si sperimentano le relazioni e,quindi, si recuperano i significati [...]. Ora se la Trinità è il luogo privilegiato delle relazioni - tant'è che i teologi definiscono le tre Persone divine come ‘relazioni sussistenti'- anche la famiglia deve essere lo spazio in cui, vivendo l'uno per l'altro, vengono sbrecciati i gangli linfatici che secernono le tossine di guerra: l'accumulo, il profitto, la carriera, il potere, la sopraffazione dell'uomo sull'uomo [...].
La famiglia è il primo laboratorio in cui ci si educa al rispetto delle diversità, e, quindi, alla lettura delle diversità non come innaturali, diaboliche, disturbanti, controproducenti, mostruose, da eliminare [...]. La paura dell'altro, del diverso, del marocchino, di chi viene a mettere in discussione sicurezze antiche, produce preoccupanti tossine di rifiuto e mette in crisi, anche nella nostra esperienza cristiana, consolidati concetti di accoglienza. Non c'è da illudersi: è su questo fronte che, negli anni immediati, si misurerà la nostra tenuta evangelica.
La famiglia, poi, proprio perché agenzia di comunione, deve riscoprirsi come spazio sperimentale dell'esercizio critico nei confronti di ciò che nel mondo, in termini planetari, minaccia la pace. La corsa alle armi e il loro commercio clandestino, la militarizzazione del territorio, le folli spese per l'apparato bellico, la distribuzione iniqua delle ricchezze della terra, i problemi della fame e della miseria, il debito estero dei Paesi del Terzo Mondo, i rapporti Nord-Sud... sono i capitoli su cui confrontarsi quotidianamente e per i quali la revisione critica dei propri comportamenti deve scatenare la ricerca diuturna di nuovi modelli di vita La famiglia deve riscoprirsi, infine, come palestra per la pratica della non-violenza attiva..." ("Le mie notti insonni", San Paolo, Milano 1996, pp. 57-68).

10. La Chiesa, famiglia di Dio nel mondo
Una forte teologia trinitaria offre parametri adatti a misurare la fedeltà degli uomini a Dio infinito amore. Le comunità cristiane possono diventare famiglie abitabili, promuovere il dialogo, creare spazi e momenti di ascolto e di accoglienza, luoghi e itinerari formativi, assumendo stili di vita atti ad accompagnare l'esperienza umana. La Chiesa può diventare compagna di viaggio, estroversa, solidale. Il nostro servizio di testimonianza ci porta non solo ad annunciare il Vangelo ma ad "agire evangelicamente" scoprendo e accogliendo i segni dello Spirito presenti nella storia delle persone e dei popoli. A tal fine è importante fare esperienza di uno stile di corresponsabilità per maturare assieme nella fecondazione reciproca.
Una Chiesa sinodale è una Chiesa dei volti capace di esercitare il potere dei segni conviviali.
Una nuova teologia della pace nella nonviolenza è, anzitutto, una scelta educativa strategica. Tra i molti, hanno cominciato a testimoniarlo le suore salesiane (Figlie di Maria Ausiliatrice) che, nel settembre 2002, in occasione dei lavori del loro Capitolo generale, hanno scritto una lettera aperta alle 15.000 consorelle del mondo chiedendo di fare "voto di nonviolenza" contro la guerra all'Iraq e tutte le guerre. Essa conteneva un programma di vita: "i conflitti presenti in tante parti del mondo e i più forti venti di guerra di questi giorni ci inducono a pensare e ad agire in modo alternativo. Raccogliamo il grido delle madri che assistono impotenti alla morte dei loro figli e il grido dei bambini e dei giovani che non conoscono il volto della pace. Per rispondere a questo grido, facciamo nostro un gesto proposto dal movimento cattolico internazionale per la pace ‘Pax Christi': esprimere con la vita il voto di nonviolenza". Ovviamente, è un voto che non comporta obbligo canonico ma nelle intenzioni delle proponenti, esso invita a percorrere una via giorno dopo giorno assumendo alcuni impegni: vivere la pace ed essere costruttori di pace nella vita quotidiana; accettare la sofferenza piuttosto che infliggerla; perseverare nella nonviolenza nelle parole e nei pensieri; vivere in modo semplice; operare cominciando a sopprimere le cause di violenza, dentro se stessi e nel mondo.
In ambito ecclesiale, tra le altre scelte, è utile pensare alla diffusione delle Commissioni diocesane "Giustizia e Pace", all'istituzione di una giornata ecumenica europea "per la salvaguardia e la difesa del creato" (prevista per il 1 settembre), a settimane o a giornate ecumeniche o interreligiose. A tale riguardo la Carta Ecumenica (aprile 2001) può illuminare il percorso verso la terza Assemblea Ecumenica Europea che si terrà a Sibiu in Romania nel settembre 2007 e che avrà come tema "La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento ed unità in Europa" (tema analogo a quello del convegno ecclesiale italiano). In ambito internazionale appare significativa anche la IX Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese che si è tenuta a Porto Alegre (Brasile) nel febbraio 2006, con l'indicazione orante "Dio, nella tua grazia, trasforma il mondo". Evidentemente la Chiesa come famiglia diventa necessariamente "una famiglia di famiglie" accomunate da una forte spiritualità della pace che, unendo contemplazione e azione, può diventare una potente risorsa pedagogica, formativa, teologica, ecclesiale.
Segno realmente conviviale può diventare la sperimentazione della "diaconìa per la pace": un "nuovo ministero" laico e cristiano, personale e comunitario, maschile e femminile, quotidiano e planetario. Un "servizio della carità" nel vivo dei conflitti. Una sorta di tavola della pace a quattro gambe: 1) ascolto della Parola di Dio, preghiera e contemplazione, poesia e canto; 2) conoscenza di testimoni (i volti della pace) e di esperienze (il mosaico delle nonviolenze); 3) analisi e comprensione dei conflitti, studio dei problemi e loro elaborazione teologica nel contesto di un'etica della nonviolenza; 4) azione diretta nonviolenta, opera di riconciliazione, convivialità.
Per fare questo, occorre che si apra un'ampia e profonda riflessione orientata a esplorare percorsi vitali condivisi. In vari momenti Pax Christi (a Bergamo, a Molfetta 24-27 aprile 2003, al convegno di Trento 30-31 dicembre 2005) ha espresso alcune urgenze ecclesiali: che i teologi elaborino ri-cerche utili anche come proposte formative all'interno dei seminari o nella formazione permanente dei presbiteri; che i sacerdoti esperimentino itinerari educativi, celebrativi e testimoniali sui temi della pace; che i catechisti e gli educatori propongano strumenti pedagogici per ragazzi e ragazze, giovani e adulti, atti a suscitare una coscienza nonviolenta, una coscienza matura e responsabile capace di scelte coraggiose davanti alla violazione della vita e della pace sempre e in ogni luogo.
Il magistero solenne e verticale può, così, intrecciarsi al magistero quotidiano e orizzontale di laici credenti, "tessitori di rapporti umani", "sarti del mantello del diritto" e "testimoni di speranza" - come direbbe Tonino Bello - perché innamorati del Cristo morto e risorto, "nostra pace". Collegandosi e riconoscendosi tra loro, i due magisteri possono diventare il magistero grande e vivo, semplice e profondo, dei volti di pace: il magistero credibile del popolo credente in cammino.

11. Teologia, profezia e prassi di nonviolenza (un nuovo magistero per la pace)
Per anni, soprattutto negli ultimi tempi, Giovanni Paolo II ha invitato la Chiesa a convertirsi, a dotarsi di una visione nuova del mondo, al "compito immenso" di porre "innumerevoli gesti di pace" che "creano una tradizione e una cultura di pace" (1 gennaio 2003). Le sue espressioni sui temi della guerra sono brucianti: "avventura senza ritorno", "sconfitta dell'umanità", "suicidio dell'umanità", "silenzio di Dio", "abisso del male", "crimine", "tragedia umana e catastrofe religiosa", "vera passione di Cristo", "la violenza disonora la santità di Dio e la dignità dell'uomo", "ci liberi Dio dal drammatico scontro di religioni e di culture", "rifare l'uomo dal di dentro", "il diritto internazionale deve evitare che prevalga la legge del più forte", "il fine non giustifica mai i mezzi", "unico è il nostro avvenire", "abbiamo sperimentato la potenza rinnovatrice del Suo perdono", "l'amo-re vince tutto"...
C'è qui una visione radicale, alternativa e globale del panorama internazionale, orientata a produrre una nuova storia. "Il secolo XX ci lascia in eredità soprattutto un monito: le guerre sono spesso causa di altre guerre [...]. Con la guerra è l'umanità a perdere. Di fronte allo scenario di guerra del secolo XX, l'onore dell'umanità è stato salvato da coloro che hanno parlato e lavorato in nome della pace. È doveroso ricordare quanti, innumerevoli, hanno contribuito all'affermazione dei diritti umani e alla loro solenne proclamazione, alla sconfitta dei totalitarismi, alla fine del colonialismo, allo sviluppo della democrazia, alla creazione di grandi organismi internazionali. Esempi luminosi e profetici hanno offerto coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al valore della non-violenza" (Giovanni Paolo II, 1 gennaio 2000). La sua voce non è stata ascoltata. L'eredità nonviolenta di Giovanni Paolo II non è diventata magistero pubblico ecclesiale.
Spetta a noi, esercitando la nostra laicità credente (sacer-dotale-profetica-regale), sviluppare e approfondire la teologia e la pratica della nonviolenza. Un giorno, forse nel 50° anniversario della "Pacem in terris", una nuova enciclica o un concilio ecumenico o un'assemblea interreligiosa proclamerà la nonviolenza come unico vero annuncio cristiano. Sarà nuovo magistero ecclesiale.
La strada è aperta. È importante camminare assieme. Fare ed essere percorso conciliare. La maturazione di un'autentica teologia della pace nella nonviolenza può essere solo frutto dell'azione comune del popolo di Dio in cammino. Abbiamo bisogno di vedere il mondo con gli occhi delle vittime, dei violentati, degli uccisi, degli impoveriti e degli oppressi. È necessario mettere a fuoco lo sguardo allargandolo".
Benedetto XVI invita alla "formazione del cuore", ad acquisire "un cuore che vede" per offrire all'altro "lo sguardo d'amore di cui egli ha bisogno" ("Deus caritas est" n. 31 e 18). È importante, allora, "pensare col cuore". Al nostro Congresso Nazionale di Napoli (aprile 2005), abbiamo ricordato Etty Hillesum, ebrea olandese immersa nel dolore di Auschwitz, che intendeva proporsi come "il cuore pensante della baracca". Il nostro compito: diventare cuore pensante della vita quotidiana e mondiale e testimoniare la bellezza della nonviolenza come ideale e come metodo, come fine, mezzo e stile di vita, come polvere della storia e soffio dello spirito, come luogo di relazioni conviviali.
L'amore per la pace che cura la vita sempre e ovunque custodisce in noi la freschezza dell'alba. La pace è possibile. È nuova nascita. È parto di un mondo.
Consiglio Nazionale Pax Christi
Firenze, febbraio 2006