Giovanni Mazzillo  --     da  www.puntopace.net

 

Don Giorgio formatore ed educatore di un laicato adulto e responsabile
(Catanzaro 01/12/2005)

Introduzione

Tocca a me parlare per primo e mi sento come caricato di una responsabilità superiore alle mie forze. Per quali ragioni? Intanto perché don Giorgio l’ho conosciuto, frequentandolo e, per quanto mi era possibile, collaborando con lui, solo per qualche anno, (esattamente dall’autunno del 1982 all’autunno del 1985). In secondo luogo perché se di ogni persona umana è difficile parlare in maniera sensata (non dico completa), tanto più per una personalità così ricca, poliedrica e coinvolgente come don Giorgio.

È probabile che chi abbia pensato a questo mio intervento – e lo ringrazio, vi ringrazio per questo – non intendeva affidarmi il compito di una ricostruzione storica, che non sono in grado di fornire, ma solo quello di cogliere alcune linee importanti nella sua opera educativa, tesa alla formazione di un laicato adulto e responsabile. Così almeno ho inteso questo mio intervento e così lo propongo, badando però a ciò che mi è più congeniale, cioè agli aspetti teologici insiti in quella sua opera costante, profonda e per alcuni versi entusiasmante. Gli altri interverranno sugli aspetti rimanenti e di sicuro saranno un’integrazione più che doverosa.

Ancora una premessa mi sembra indispensabile. Esprimere tutta la mia gratitudine a Dio e in Lui a don Giorgio, oltre che ai suoi familiari e a quanti sono a lui legati, per averlo conosciuto, per essergli stato accanto e aver condiviso quelle linee teologico-pastorali  che adesso cercherò di evidenziare. Non posso e non voglio affatto dimenticare che nella mia collaborazione con don Giorgio ha avuto un ruolo di grande importanza il suo gruppo di giovani di 20 anni fa. Un gruppo che prima di me era stato curato, oltre che ovviamente da don Giorgio, da don Vincenzo Lopasso, che ugualmente ringrazio e saluto.

Con ciò arrivo subito a un passaggio fondamentale, senza del quale non avrebbe senso il resto del mio discorso e anche di quello degli altri, vale a dire il continuo, costante ed intenso legame che l’agire di don Giorgio aveva con il Concilio Ecumenico Vaticano II.

A partire da questo concilio si spiega la nuova figura assunta dal laico e dal laicato per la quale don Giorgio ha operato e si può dire ha speso la sua vita.

Tutto ciò richiede ancora preliminarmente che si venga sgombrato il terreno da ogni confusione tra la figura del laico come emerge da dopo il Vaticano II e l’uso-abuso del termine nella nostra cultura contemporanea e particolarmente nel dibattito italiano. Quest’ultimo a me sembra alquanto asfittico e sovente compromesso da impostazioni ideologiche.

Per ciò che riguarda questo convegno, il laico sicuramente non solo non è il laicista in un’accezione negativa, ma non è nemmeno l’indifferente o l’agnostico. Per il Vaticano II e per la teologia è colui che appartiene al popolo di Dio, laòs tou Theou. A  laòs, popolo, appunto risale il termine italiano “laico”, con il suo primo significato non di “popolano” o “popolare”, ma di vero e proprio membro della comunità cristiana, con tutti i titoli,  si direbbe con tutti i crismi (il crisma del battesimo e della cresima, appunto).

Il valore di ogni persona nella sua realtà umana innanzi tutto e nella sua posizione nella comunità civile e cristiana è radicata e fondata teologicamente in questi presupposti. Rifletterci insieme ci aiuterà a capire ciò che ha mosso don Giorgio ad agire come ha di fatto agito verso e con  i laici, a cominciare dai giovani. Tutto ciò dopo 20 anni, insieme con coloro che ormai non sono più  giovani almeno per età anagrafica e tuttavia – come mi auguro e anch’io mi consolo – come giovani dentro. Proprio con loro, anzi con voi che siete qui, e che ringrazio e saluto di cuore, ho iniziato la mia collaborazione con don Giorgio nella parrocchia S. Pio X, proseguendola ancora per qualche anno con il suo successore, don Pino Silvestre e che saluto e ringrazio ugualmente. Così come saluto con deferenza e affetto Mons. Antonio Cantisani. Devo a lui e alla sua ospitalità ecclesiale la mia collaborazione nella parrocchia “S. Pio X”  dal 1982 al 1989  prima e la mia successiva attività di parroco nella Parrocchia N.S. di Lourdes a Piterà di Catanzaro fino all’anno 1998.

Ma veniamo al nocciolo del discorso che muove dalle linee teologiche della Chiesa come popolo di Dio e dunque come composta di “laici”. A partire da esse la figura del “fedele laico” riceve una sua specifica identità, soprattutto in ordine alla sua vocazione e alla sua missione. Occorre perciò riflettere sul laico, in continua relazione con tutto il popolo di Dio, ma anche in costante riferimento a Cristo, al cui seguito il popolo di Dio deve sempre camminare, per cogliere le linee caratteristiche proprie del laicato.

È soprattutto questa la sostanza dell’insegnamento e dell’accompagnamento dei laici da parte di don Giorgio.

Con il Vaticano II egli ha trasmesso l’idea e l’esperienza che vocazione, missione e sequela di Gesù sono dimensioni inseparabili e costitutive del  laico nella Chiesa, e tuttavia non sono un allontanamento dal “mondo”. Sono, al contrario, una vicinanza ancora maggiore, ancora più autentica alle sue gioie e speranze, come ai suoi problemi e alle sue angosce, perché  

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (GS 1: EV/1, 1319).

I laici perciò hanno e devono avere  sempre questo doppio riferimento, fino a farlo diventare una doppia passione: la passione per Dio, colto nel volto, nell’agire e nella sequela di Gesù, e quello per il mondo in cui viviamo e in cui la Chiesa vivrà nel suo prossimo futuro,  perché, come  diceva D. Bonhoeffer,

«Chi guarda Gesù Cristo vede realmente Dio e il mondo con un solo sguardo, e d’ora innanzi non può più vedere Dio senza il mondo, né il mondo senza Dio»[1].

Ciò è nell’ottica dell'incarnazione, ribadita in numerosi testi del Magistero  della Chiesa.  Tra questi ricordo innanzi tutto la lettera apostolica Novo millennio ineunte (2001) di Giovanni Paolo II, che prescriveva per l’intera comunità cristiana e soprattutto per i laici «questo radicarsi […] nel tempo e nello spazio», che «riflette, in ultima analisi, il movimento stesso dell'Incarnazione»[2].

In questa lettera del papa reperiamo precisi riferimenti sui laici, sulla scia del Vaticano II  e precedentemente esposti in maniera più sistematica nell'esortazione apostolica Christifideles laici  (1988).

Riprenderò alcuni di questi punti, perché ritengo che pur venendo cronologicamente dopo la sua scomparsa, possano aiutarci ad approfondire l’opera e le motivazioni dell’agire di don Giorgio. Concluderò  parlando dei fedeli laici al seguito di Gesù e a favore dell'uomo e del suo futuro.

1) Riferimenti dottrinali sui laici

Il documento sul nuovo millennio appena iniziato presenta il fedele laico in alcuni contesti di grande attualità e importanza. Innanzi tutto quello della santità, della quale Giovanni Paolo II affermava che era stata vissuta come testimonianza della fede da molti laici, oltre che da religiosi. Si tratta di una santità non strepitosamente miracolistica, né pomposamente autocelebrativa, ma piuttosto disseminata «nelle condizioni più ordinarie della vita»[3]. Tutto ciò è stato possibile grazie a una maggiore formazione alla preghiera, riconosciuta da Giovanni Paolo II in persone e gruppi, «cristianamente impegnati anche a forte componente laicale»[4].  In tale approccio spirituale è stato riconosciuto come determinante l’ascolto della parola di Dio, cui «i singoli e le comunità ricorrono ormai in larga misura» - scriveva il Papa, che registrava anche tra i laici un accresciuto numero di quanti «vi si dedicano anche con l'aiuto prezioso di studi teologici e biblici»[5].

Questa crescita spirituale sarebbe insufficiente - e ciò lo ritroviamo anche nel pensiero e nell’azione di don Giorgio – se non portasse alla «donazione totale di sé e delle proprie energie alla causa del Regno»[6].

Sullo sfondo c’è la riscoperta conciliare del valore del battesimo, con tutte le sue conseguenze teologiche e pratiche:

<<In questo contesto prende tutto il suo rilievo anche ogni altra vocazione, radicata in definitiva nella ricchezza della vita nuova ricevuta nel sacramento del Battesimo. In particolare, sarà da scoprire sempre meglio la vocazione che è propria dei laici, chiamati come tali a «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio»[Lumen gentium, 31] ed anche a svolgere «i compiti propri nella Chiesa e nel mondo [...] con la loro azione per l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini[Apostolicam actuositatem, 2]»>>[7].

Parole generiche? No davvero, se, come insegna il testo (vedi n. 51), ciò porta a compiti e impegni specifici di fronte alle sfide moderne. Queste sono indicate nel dissesto ecologico, nella pace frequentemente minacciata e violata, nel rispetto dei diritti umani e nelle nuove frontiere sempre più spostate in avanti del progresso scientifico:

«saranno soprattutto i laici a rendersi presenti in questi compiti in adempimento della vocazione loro propria, senza mai cedere alla tentazione di ridurre le comunità cristiane ad agenzie sociali. In particolare, il rapporto con la società civile dovrà configurarsi in modo da rispettare l'autonomia e le competenze di quest'ultima, secondo gli insegnamenti proposti dalla dottrina sociale della Chiesa»[8].

Non c’è posto per alienazioni spiritualistiche e devianti e coraggiosamente Giovanni Paolo II condannava a parole chiare

«la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell'Incarnazione e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo»[9].

Ciò parte da un magistero conciliare che don Giorgio aveva certamente assimilato: quello che afferma:

«Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente»[10].

Le basi teologiche del valore del laicato erano allora già nel Vaticano II ed erano state meglio sistematizzate nella Christifideles laici. Anche qui, con il riconoscimento dei passi in avanti, si indicano anche difficoltà e pericoli relativi ai fedeli laici, quando questi, ripiegando eccessivamente su compiti tipicamente ecclesiali, rischiano «un pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilità nel mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico», con «la tentazione di legittimare l'indebita separazione tra la fede e la vita, tra l'accoglienza del Vangelo e l'azione concreta nelle più diverse realtà temporali e terrene» [11].

Se i problemi odierni sono tanti e impellenti come quelli chiamati per nome, come «la fame, l'oppressione, l'ingiustizia, la guerra, le sofferenze, il terrorismo e altre forme di violenza di ogni genere»[12], l'impegno dei laici deve essere intenso e fattivo, perché essi partecipano realmente alla missione salvifica di Cristo e del popolo di Dio. Giovanni Paolo II si rivolgeva in particolare ai «più giovani» tra i laici e concludeva:

«Il sacrosanto concilio perciò scongiura ardentemente nel Signore tutti i laici, a rispondere volentieri, con animo generoso e cuore pronto alla voce di Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e all'impulso dello Spirito Santo. In modo speciale i più giovani sentano questo appello come rivolto a se stessi, e l'accolgano con slancio e magnanimità» [13].

Se questo è l'appello, la motivazione risiede in una vocazione che parte da Cristo e manda i laici a compiere la sua missione salvifica:

«Il Signore stesso infatti ancora una volta per mezzo di questo santo sinodo invita tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di lui (cf. Fil 2,5), si associno alla sua missione salvifica; li manda ancora in ogni città e in ogni luogo dov'egli sta per venire (cf. Lc 10,1); affinché gli si offrano come cooperatori nella varie forme e modi dell'unico apostolato della chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell'opera del Signore, sapendo che la loro fatica non è vana nel Signore (cf. 1Cor 15,58)»[14].

Tutti siamo invitati allora, particolarmente i laici, a cominciare dai più giovani ad aiutare l’uomo di oggi a ritrovare la sua grandezza, perché proprio l’essere umano appare particolarmente oggi «miseramente schiavo del più forte» e «"il più forte" può assumere i nomi più diversi: ideologia, potere economico, sistemi politici disumani, tecnocrazia scientifica, invadenza dei mass-media»[15].

2) Sequela di Gesù a favore dell'uomo e del suo futuro

Ma non c’è solo questo. C’è anche, riconosceva il Papa di allora, «il crescente bisogno della partecipazione», vero «segno dei tempi»[16]. Pertanto collocandosi propositivamente in una conflittualità che contrappone i diversi soggetti sociali, tutti, ma in particolar modo i laici debbiamo assecondare la beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9), nella varie forme oggi possibili di volontariato e di impegno ed inventandone di nuove[17].

In tutto ciò è anche importante chiarirsi le idee, ad arrivare a una sorta definizione dei laici, ripresa dal Vaticano II:

«Col nome di laici …si intendono qui tutti i fedeli … che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano»[18].

Insomma i laici non sono i "cristiani di serie B". Sono parte integrante della Chiesa e sono soggetti importanti. Citando Pio XII, Giovanni Paolo II  dice che essi non solo appartengono alla Chiesa, ma sono la Chiesa[19]. Ciò è successivamente spiegato con l’indicazione di tre aspetti fondamentali del battesimo:

a)      la rigenerazione alla vita dei figli di Dio,

b)     l'unione a Cristo e alla Chiesa suo corpo,

c)      l'unzione nello Spirito Santo che ci rende «templi spirituali».

Qui ritroviamo il  valore fondamentale e comune del battesimo, anche evidentemente per gli ordinati e i religiosi, perché il Papa pur parlando di laici, parlava di un noi, dunque di ciò che ci abilita ad attualizzare il compito messianico affidatoci da Gesù  per l’annuncio di gioia ai poveri «per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore»[20].

È questa la base della testimonianza dei cristiani  sia per «denunciare coraggiosamente il male» sia per  «far risplendere la novità e la forza del Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e sociale»[21].

È un mandato profetico fondato sull'inserimento dei laici, non meno che degli altri, nel  Cristo risorto e comporta compiti distinti, sia in forza degli ambienti, sia per le modalità tipiche delle diverse funzioni e dei differenti ministeri. Ciò vale anche per la missione tesa a difendere e potenziare la dignità integrale dell'uomo (n. 30), per  il dialogo tra le religioni (n. 35), per l'accoglienza e la difesa della vita (n. 38), per la promozione della solidarietà che promana dalla carità (n. 41), la quale è, a sua volta, inscindibile dalla promozione della giustizia (n. 43) e, infine, per la divulgazione di una cultura ad essa consona (n. 44).

Il discorso ci conduce ad affermare che anche ai laici e soprattutto a loro spetta testimoniare i valori del Vangelo e precisamente in quegli ambienti che essi, per la loro professione e la loro situazione, riescono a raggiungere prima e meglio degli altri.

È questa la missione profetica alla quale invogliava don Giorno, che soprattutto negli ultimi anni, a quel che ho sentito spesso da coloro che lo conoscevano prima di me, proprio nell’esperienza della precarietà della sua esistenza (me ne ha parlato di persona qualche volta) aveva come affinato la percezione di quei valori anticipatori e forieri del Regno di Dio. Era come se percepisse sempre più chiaramente che l'indole secolare in quanto «propria e peculiare dei laici»[22], deve portarli – deve portarci tutti – ad essere gli avamposti di quel Regno sognato, predicato e praticato da Gesù.

In conclusione i fedeli laici, non hanno solo un ruolo, ma un compito: dire sì  a Cristo e al suo Regno attraverso le vie ordinarie del loro sì alla vita e alla famiglia, se sposati, e in ogni caso alla realizzazione del valore cardine dell’amore, vissuto come simpatia, solidarietà, gratuità. Direi con disinvoltura, così come don Giorgio ci insegnava, con il suo sorriso e la sua mitezza, la sua generosità e il suo entusiasmo, la sua intima gioia. Tutti elementi e caratteristiche, direi di più,  tutti avamposti di un Regno che quel pomeriggio, come uno di questi pomeriggi d’autunno, trovammo come impressi sul suo volto. Ma sapevamo da tempo che essi erano già impressi nella sua anima.


 

[1] D. BONHOEFFER, Etica, Milano 1969, 61.

[2] Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte (NMI), 3, testo stralciato dal sito www.vatican.va. Il testo continua con un'esortazione a un'effettiva verifica, in questi termini: «È ora dunque che ciascuna Chiesa, riflettendo su ciò che lo Spirito ha detto al Popolo di Dio in questo speciale anno di grazia, ed anzi nel più lungo arco di tempo che va dal Concilio Vaticano II al Grande Giubileo, compia una verifica del suo fervore e recuperi nuovo slancio per il suo impegno spirituale e pastorale».

[3] Novo millennio ineunte (abbr. NMI), n. 31; cf. anche il n. 7.

[4] NMI, 34.

[5] NMI 39.

[6] NMI 46.

[7] Ivi.

[8] TMI 52.

[9] Ivi. Questo principio è ulteriormente fondato nella Gaudium et spes, 34: «Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente».

[10] Gaudium et spes, 34.

[11] Ivi, 1612.

[12] Sinodo dei vescovi (Assemblee generali e segreteria), La Chiesa, nella Parola, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo, Relatio finalis, 07-12-1985, II, D, 1: EV/9 1810.

[13] Apostolicam Actuositatem, 33: EV/1 1041.

[14] Ivi.

[15] Giovanni Paolo II, Christifideles…, cit., n. 5: EV/11, 1624.

[16] Ivi, 1627.

[17] Troviamo ancora:  «La partecipazione di tante persone e gruppi alla vita della società è la strada oggi sempre più percorsa perché da desiderio la pace diventi realtà. Su questa strada incontriamo tanti fedeli laici generosamente impegnati nel campo sociale e politico, nelle più varie forme sia istituzionali che di volontariato e di servizio agli ultimi» (Ivi, 1629).

[18] Ivi, 1636. Cf. Lumen Gentium», 31.

[19] Il riferimento è a Pii XII «Allocutio ad E.mos ac Rev.mos Patres Cardinales recenter creatos», die 20 febr. 1946: AAS 38 [1946] 149.

[20] Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1-2. Cf. Giovanni Paolo II, Christifideles…, cit., n. 13: EV/11, 1646.

[21] Cf. l'intero n. 14 di Giovanni Paolo II, Christifideles… cit.

[22] Lumen Gentium, 31.