Catanzaro - Convegno Vivarium 2002

Giovanni Mazzillo

Essere fedele laico: prospettive ecclesiologiche

Introduzione

Ho colto nel tema, così com'è formulato, l'intento di una identificazione del fedele laico nel più generale contesto di un'ecclesiologia prospettica. Ho inteso pertanto le "prospettive ecclesiologiche" non come un ventaglio di ecclesiologie diverse, ma piuttosto l'insieme di quelle linee teologiche attinenti la Chiesa come popolo di Dio, in cui la figura del fedele laico può ricevere o meno una sua specifica identità, soprattutto in ordine alla sua vocazione e alla sua missione. In questo contesto, cercherò di riflettere su come e fino a che punto i fedeli laici, interagendo continuamente con tutto il popolo di Dio, assumano delle linee caratteristiche proprie, anche e soprattutto in riferimento alla situazione del mondo in cui viviamo e in cui la Chiesa vivrà nel suo prossimo futuro. Nell'ottica dell'incarnazione, come ci insegna la lettera apostolica Novo millennio ineunte, la Chiesa non potrà infatti esimersi da "questo radicarsi [...] nel tempo e nello spazio", che "riflette, in ultima analisi, il movimento stesso dell'Incarnazione"[1]. La stessa lettera apostolica ritorna sul tema dei laici in diversi momenti. Li riprenderò sinteticamente, perché essi esprimono, a livello autorevole, il pensiero più aggiornato del magistero cattolico sull'argomento. Ciò fornirà i necessari agganci dottrinali per evidenziare i punti sviluppati nell'esortazione apostolica Christifideles laici (abbreviata in CFL) e per una breve discussione su quelli che restano ancora aperti. Chiuderà il mio intervento un ultimo riferimento ai "compiti" dei fedeli laici come partecipazione a quel più vasto e globale movimento di risposta alla carità di Dio per l'uomo, come sequela di Gesù e nella pratica delle beatitudini.

In sintesi, il primo punto sarà dedicato ai riferimenti della NMI; il secondo alle acquisizioni dottrinali sull'identità del fedele laico a partire dalla CFL; il terzo alle questioni ancora aperte in ordine alla caratterizzazione del fedele laico; il quarto avrà per oggetto i fedeli laici al seguito di Gesù nel servizio della carità a favore dell'uomo e del suo futuro

1) Riferimenti ai fedeli laici nella Novo millennio ineunte

Scorrendo dall'inizio alla fine i riferimenti della NMI sul fedele laico, questi appaiono in alcuni contesti ben precisi e che sono di fondamentale importanza per il popolo di Dio. Il primo riguardo la santità che è stata vissuta come testimonianza della fede da parte di molti laici, oltre che da religiosi (NMI 7). Tale testimonianza, è scritto, non sempre è stata quella straordinaria dei grandi eventi, ma è da ritrovare anche come santificazione "nelle condizioni più ordinarie della vita" (NMI 31). La lettera apostolica sull'inizio del millennio registra anche con soddisfazione alcune effettive maturazioni avvenute nel laicato, grazie a una maggiore formazione alla preghiera, che ha coinvolto e coinvolge numerosi gruppi, "cristianamente impegnati anche a forte componente laicale" (NMI, 34). Accanto ad essa cita anche un maggiore ascolto della parola di Dio, alla quale "i singoli e le comunità ricorrono ormai in larga misura", mentre registra che tra gli stessi laici sono molti coloro "che vi si dedicano anche con l'aiuto prezioso di studi teologici e biblici" (NMI 39). La lettera saluta anche i frutti di tale maturazione, cogliendoli, tra l'altro, nella consapevolezza di una comune chiamata di Dio, "specialmente quando questa sollecita la donazione totale di sé e delle proprie energie alla causa del Regno" (NMI 46). Ribadisce che si tratta di una vocazione che non interessa solo gli ordinati o i religiosi, ma anche i laici. Infatti immediatamente aggiunge:

<<In questo contesto prende tutto il suo rilievo anche ogni altra vocazione, radicata in definitiva nella ricchezza della vita nuova ricevuta nel sacramento del Battesimo. In particolare, sarà da scoprire sempre meglio la vocazione che è propria dei laici, chiamati come tali a "cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio"[Lumen gentium, 31] ed anche a svolgere "i compiti propri nella Chiesa e nel mondo [...] con la loro azione per l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini[Apostolicam actuositatem, 2]>>

Come ritroviamo al n. 51, si tratta di un compito che vale soprattutto di fronte alle sfide moderne, quali quella del dissesto ecologico, della pace così frequentemente minacciata e violata, il rispetto dei diritti umani e le nuove frontiere sempre più spostate in avanti del progresso scientifico. È una missione da svolgere con carità e con uno stile tipicamente cristiano, sicché

"saranno soprattutto i laici a rendersi presenti in questi compiti in adempimento della vocazione loro propria, senza mai cedere alla tentazione di ridurre le comunità cristiane ad agenzie sociali. In particolare, il rapporto con la società civile dovrà configurarsi in modo da rispettare l'autonomia e le competenze di quest'ultima, secondo gli insegnamenti proposti dalla dottrina sociale della Chiesa" (TMI 52).

In questo contesto, la lettera di Giovanni Paolo II condanna esplicitamente

"la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell'Incarnazione e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo" (Ivi);

e si appella alla Gaudium et spes, 34, per ribadire che

"Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente".

Al n. 45 la lettera ribadiva il bisogno di valorizzare sempre di più "gli organismi di partecipazione previsti dal Diritto canonico, come i Consigli presbiterali e pastorali", aggiungendo:

"Essi, com'è noto, non si ispirano ai criteri della democrazia parlamentare, perché operano per via consultiva e non deliberativa; non per questo tuttavia perdono di significato e di rilevanza. La teologia e la spiritualità della comunione, infatti, ispirano un reciproco ed efficace ascolto tra Pastori e fedeli, tenendoli, da un lato, uniti a priori in tutto ciò che è essenziale, e spingendoli, dall'altro, a convergere normalmente anche nell'opinabile verso scelte ponderate e condivise"[2].

In sintesi, la Tertio millennio ineunte ha non pochi riferimenti al laicato e tocca alcuni punti di verifica, che determinano soprattutto la identificazione dei suoi compiti, più che la sua identità. Sono, in primo luogo, relativi alla sua caratterizzazione teologica e riguardano l'effettiva risposta alla vocazione alla santità del laicato e la sua tangibile crescita attraverso gli strumenti della preghiera e dell'ascolto della parola di Dio. Ma sono anche relativi ai suoi compiti, evidenziati nel più vasto contesto del dono della propria vita e delle proprie energie alla causa del Regno. Riguardano la testimonianza cristiana incarnata negli ambiti di sei sfide attuali, che si colgono dall'insieme del testo: 1) quella ecologica, 2) quella della pace, 3) quella della violazione dei diritti umani, 4) quella della violazione della dignità dell'uomo da parte del tecnicismo scientifico; 5) quella del dialogo culturale e interreligioso, 6) quello della crescita sociale dell'intera umanità. Altri eventuali compiti, a questi collaterali o a essi attinenti, si possono comunque ricondurre a questo primo elenco di fondo, al quale appartiene evidentemente una testimonianza sempre a difesa della vita e a tutela del valore dei rapporti familiari come valori prioritari e meglio rispondenti al progetto salvifico di Dio a vantaggio dell'uomo.

Raccogliendo la ricchezza e la positività di quanto la lettera apostolica esprime, non sfugge l'impressione che l'asse della riflessione è spostato sulla caratterizzazione pratica dei "fedeli laici" e sembra lasciar cadere quello di una identità teologica teorica del fedele laico, in quanto tale. Sembra premurarsi soprattutto dei compiti che i fedeli laici sono chiamati ad assolvere, a fronte di situazioni oggettivamente sempre più preoccupanti e che con il passare del tempo sembrano diventare perfino drammatiche.

Ai fini di una più serena valutazione teologica, si deve qui annotare che tale scelta di registro, dovuta anche a motivi di urgenza e di emergenza, rientra innanzi tutto in quella inevitabile constatazione che l'agire e l'essere non sono nettamente separabili, anche perché teologia speculativa e teologia pastorale stanno in proporzione come la teoria sta alla prassi oppure come l'esperienza sta alla riflessione. C'è tuttavia qualcosa di più. Sull'argomento sembra ci sia un'oscillazione di pensiero tra le due dimensioni dell'identità che, come dirò meglio in seguito, risale a un non ancora avvenuto chiarimento proprio del concetto di laicità in quanto tale. In quanto tale, cioè: in termini teologici e dunque ecclesiologici, più che in termini astratti o meramente teorici. Lo dimostrerà meglio la successiva esplorazione del tema dei fedeli laici in riferimento più sistematico ai loro compiti e alla natura "autonoma" delle realtà da essi toccate, partendo dalle basi teologiche già presenti nel Vaticano II. Anche qui, non potendo abbracciare tutta l'ampiezza di ciò che da quel concilio in poi è stato prodotto in materia, partirò, didatticamente, dalla Christifideles laici, l'Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II, del 30 Dicembre 1988. Anche questo documento, è per noi un irrinunciabile testo di riferimento oltre che di sintesi, per l'autorevolezza del suo autore e per il fatto che veniva a conclusione del sinodo del Vescovi, che l'anno precedente si era occupato esplicitamente dei laici.

2) Acquisizioni dottrinali sul fedele laico a partire dalla Christifideles laici

Nel sinodo i fedeli laici, anche alla luce delle esperienze portate da alcuni Vescovi, erano apparsi innanzi tutto come fioritura dello Spirito e come energie di ringiovanimento della Chiesa. L'esortazione postsinodale di Giovanni Paolo II raccoglie questa impressione e la riporta in questi termini:

"Con lo sguardo rivolto al dopo-Concilio i Padri sinodali hanno potuto costatare come lo Spirito abbia continuato a ringiovanire la Chiesa, suscitando nuove energie di santità e di partecipazione in tanti fedeli laici. Ciò è testimoniato, tra l'altro, dal nuovo stile di collaborazione tra sacerdoti, religiosi e fedeli laici; dalla partecipazione attiva nella liturgia, nell'annuncio della Parola di Dio e nella catechesi; dai molteplici servizi e compiti affidati ai fedeli laici e da essi assunti, dal rigoglioso fiorire di gruppi, associazioni e movimenti di spiritualità e di impegno laicali; dalla partecipazione più ampia e significativa delle donne nella vita della Chiesa e nello sviluppo della società"[3].

L'esortazione annota anche le difficoltà e i pericoli relativi ai fedeli laici, quando questi, ripiegando eccessivamente su compiti tipicamente ecclesiali, rischiano talora "un pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilità nel mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico", con "la tentazione di legittimare l'indebita separazione tra la fede e la vita, tra l'accoglienza del Vangelo e l'azione concreta nelle più diverse realtà temporali e terrene"[ ][4]. Proprio il ricorso al magistero conciliare vuole, nelle parole del papa, così come era anche nelle intenzioni del Sinodo, far sì che "la splendida "teoria" sul laicato espressa dal Concilio possa diventare un'autentica "prassi" ecclesiale"[5]. Si tratta di un'operazione della massima urgenza, anche a motivo di alcuni problemi e fermenti emersi successivamente al Vaticano II, e che sono indicati tra quelli riguardanti i ministeri e servizi ecclesiali dei fedeli laici, l'affermarsi dei movimenti, il posto della donna nella Chiesa e nella società.

La CFL riconosce un inasprimento dei tanti problemi che travagliano la società. Grosso modo essi corrispondono a quelli che, come abbiamo visto, sono stati successivamente evidenziati dalla NMI. Sono tuttavia problemi giudicati ancora più drammaticamente per il fatto che aumentano nel mondo "la fame, l'oppressione, l'ingiustizia, e la guerra, le sofferenze, il terrorismo e altre forme di violenza di ogni genere"[6]. In ogni caso, è per noi di grande interesse notare che, in questa emergenza, l'invito all'impegno dei laici, pur essendo insistente e dai toni spesso parenetici, ha una motivazione di grande importanza. È ripresa dal documento conciliare Apostolicam Actuositatem, n 33, e sebbene non sia che accennata, conserva un grande valore teologico. È la partecipazione dei laici alla missione salvifica di Cristo e del popolo di Dio. Rivolgendosi in particolare ai "più giovani", il Papa riprende la conclusione di quel testo conciliare:

"Il sacrosanto concilio perciò scongiura ardentemente nel Signore tutti i laici, a rispondere volentieri, con animo generoso e cuore pronto alla voce di Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e all'impulso dello Spirito Santo. In modo speciale i più giovani sentano questo appello come rivolto a se stessi, e l'accolgano con slancio e magnanimità"[ ][7].

Se questo è l'appello, la motivazione risiede in una vocazione che parte da Cristo e manda i laici a compiere la sua missione salvifica:

"Il Signore stesso infatti ancora una volta per mezzo di questo santo sinodo invita tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di lui (cf. Fil 2,5), si associno alla sua missione salvifica; li manda ancora in ogni città e in ogni luogo dov'egli sta per venire (cf. Lc 10,1); affinché gli si offrano come cooperatori nella varie forme e modi dell'unico apostolato della chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell'opera del Signore, sapendo che la loro fatica non è vana nel Signore (cf. 1Cor 15,58)"[8].

Il testo della CFL sottolinea inoltre l'urgenza della missione laicale in un mondo sempre più segnato dall'indifferentismo e dal secolarismo, (n. 4) e dalla già lamentata violazione della persona umana, sicché l'uomo appare particolarmente oggi "miseramente schiavo del più forte". Alla domanda: "E chi è costui?" Il papa stesso risponde: ""Il più forte" può assumere i nomi più diversi: ideologia, potere economico, sistemi politici disumani, tecnocrazia scientifica, invadenza dei mass-media"[9]. I fedeli laici, sensibili a quell'umanesimo, che realisticamente riconosce miseria e grandezza dell'uomo, sono chiamati ad assecondare "il crescente bisogno della partecipazione", che rappresenta un vero "segno dei tempi"[10]. Nella conflittualità che vede contrapposti i diversi soggetti sociali, proprio essi sono chiamati a dar corpo alla beatitudine evangelica: "Beati gli operatori di pace" (Mt 5,9).

Il testo aggiunge:

"La partecipazione di tante persone e gruppi alla vita della società è la strada oggi sempre più percorsa perché da desiderio la pace diventi realtà. Su questa strada incontriamo tanti fedeli laici generosamente impegnati nel campo sociale e politico, nelle più varie forme sia istituzionali che di volontariato e di servizio agli ultimi"[11].

Approfondendo la lettura, ci imbattiamo verso l'inizio del capitolo I della CFL nella definizione lei laici, che riprende testualmente il Vaticano II:

<<Col nome di laici - così la costituzione "Lumen Gentium" li descrive - si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano" ("Lumen Gentium", 31)>>[12].

Come avremo modo di notare meglio in seguito, più che di una vera definizione, si tratta qui, come altrove, di una descrizione dei laici, che si potrebbe chiamare per caratterizzazione escludente. Il concetto è costruito primariamente attraverso il confronto con i "membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla Chiesa". Tutti i fedeli che non sono in questa situazione sono appunto i laici. Ciò non significa in alcun modo una loro sottovalutazione teologica, o una definizione negativa, che sia i Padri sinodali sia l'esortazione espressamente vogliono superare. Con linguaggio a noi più comprensibile, possiamo senz'altro dire che al presente le acquisizioni magisteriali escludono, almeno al alto livello magisteriale, che i fedeli laici siano considerati "cristiani di serie B". Riportando un'affermazione di Pio XII, Giovanni Paolo II ribadisce, al contrario, che essi non solo appartengono alla Chiesa, ma sono la Chiesa[13].

Le sue successive indicazioni, che riprendono le raccomandazioni del Sinodo, precisano in maniera positiva la loro dignità e i loro compiti, collegandoli organicamente al battesimo. Prendono in considerazione soprattutto tre suoi aspetti fondamentali: la rigenerazione alla vita dei figli di Dio, l'unione a Cristo e alla Chiesa suo corpo, l'unzione nello Spirito Santo che ci rende "templi spirituali". Ora, dal punto di vista teologico, il problema dell'identità laicale è, paradossalmente, proprio in quest'attribuzione a tutti noi, laici e non laici compresi, - né poteva essere diversamente di questi tre aspetti fondamentali del battesimo. Essi ricompaiono puntualmente ogni qualvolta si parla dei fedeli, siano essi laici siano essi non laici, al pari della triplice tradizionale formula espressiva dell'inserimento di tutti i battezzati a Cristo sacerdote, re e profeta. Come vedremo, su questa via, il problema dell'identità laicale non è risolvibile.

Qui basti per ora aver accennato il problema, evidenziando che la dignità battesimale del fedele laico è comune all'intero popolo di Dio, così come comune è la consacrazione per la missione messianica dell'annuncio ai poveri del "lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore"[14].

Sulla base di tale consacrazione, i numeri successivi della CFL parlano della testimonianza dei cristiani, da dare con la parola e le opere, fino a "denunciare coraggiosamente il male" e "far risplendere la novità e la forza del Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e sociale"[15]. Il mandato profetico, al pari di quello sacerdotale e regale, è fondato sull'inserimento dei laici, non meno che degli altri, nel Cristo risorto e comporta compiti che si distinguono in forza degli ambienti in cui sono da prestare, oltre che dalle modalità tipiche delle diverse funzioni e dei differenti ministeri ai quali sono associati. Lo stesso si dica del ribadito servizio laicale, non meno che non laicale per la dignità integrale dell'uomo (n. 30) e per dialogo tra le religioni (n. 35), per l'accoglienza e la difesa della vita (n. 38), per la promozione della solidarietà che promana dalla carità (n. 41), la quale è, a sua volta, inscindibile dalla promozione della giustizia (n. 43) e, infine, per la divulgazione di una cultura ad essa consona (n. 44).

Dopo l'indicazione dei compiti di tutti i fedeli laici, l'esortazione di Giovanni Paolo II passa a considerare le diverse tappe della vita nelle quali essi si trovano. I giovani e gli anziani, le donne, non meno degli uomini sono passati in rassegna nel capitolo IV del documento per indicare la proprietà degli specifici frutti che ogni singola componente può dare. Ciò ubbidisce alla doppia metafora che attraversa il testo: quella della vigna della parabola evangelica dove a diverse riprese gli operai sono mandati a lavorare, e quella dei frutti stessi che da tale vigna derivano. Tra i compiti, uno sembra alla fine illuminare la missione alla quale i laici sono chiamati ed è la cosiddetta "Missione liberante" (n. 53). Vi ritorneremo nella parte conclusiva dell'intervento.

3) Questioni ancora aperte in ordine alla caratterizzazione del fedele laico

La prima questione, che è poi capofila delle altre, riguarda l'identità teologica del fedele laico. L'attenta rilevazione dei capisaldi dottrinali sul fedele laico, anche dopo gli aggiornamenti magisteriali ai quali abbiamo fatto riferimento, fa emergere la consistenza della difficoltà, espressa da molti teologi, a ravvisarvi una teologia specifica che ne caratterizzi una natura e un'identità proprie. È nota la discussione degli anni '80 del secolo scorso tra coloro che erano arrivati a questa conclusione e quanti invece ritenevano che si potesse e si dovesse parlare di una teologia propria del laicato. Coloro che, come Giuseppe Lazzati, sostenevano una vera e propria identità teologica dei laici partivano dalla considerazione che la loro missione nel mondo avveniva con caratteristiche e in ambiti tipici, distinti e diversi da quelli dei religiosi e dei chierici. La loro stessa condizione di immersione nel mondo e nelle "realtà terrestri" ne faceva non solo delle punte avanzate della Chiesa, ma specifici operatori del regno di Dio. Essi agivano in forza del loro battesimo e collaboravano all'avvento del Regno grazie alla loro azione, alla loro consacrazione e alla loro offerta del mondo e dello stesso lavoro. Ricevevano dal battesimo e dalla loro posizione una competenza che non era data agli altri, e ciò costituiva una delle ragioni principali della loro particolare spiritualità impiantata in una altrettanto specifica teologia[16]. Alla questione dell'identità battesimale si collegano le altre questioni relative alla caratterizzazione della propria vocazione, della propria spiritualità, del proprio specifico in merito alla testimonianza nel "secolo".

La posizione teologica alternativa appariva, più che contrapposta a questa, preoccupata, invece, di salvaguardare adeguatamente quella "ecclesiologia totale" che era strettamente collegata alla "comunione" come principio architettonico della visione conciliare della Chiesa. Il dibattito passò anche attraverso le pagine de Il Regno nel 1985 e registrò interventi dello stesso Lazzati, da un lato e di Bruno Forte e Severino Dianich dall'altro. Dopo oltre 15 anni le due posizioni si può dire che sono rimaste ancora entrambe in piedi, anche perché, come abbiamo visto, sono rimaste aperte le questioni di fondo, nonostante i documenti magisteriali esaminati. Sono infatti riemerse al IV Convegno ecclesiale di Acireale (20-24 marzo), dal titolo significativo "Laici: una questione ecclesiale" organizzato dalla Conferenza Episcopale Siciliana. Del più recente convegno sul laicato celebrato in Calabria il 2001, ho letto il testo della relazione di Mons Francesco Lambiasi, dal titolo "La teologia del laicato. Certezze, problemi, prospettive". L'autore non entra nel vivo di quella problematica, almeno non nei termini nei quali essa era stata posta, annota tuttavia una diversità di ministerialità, che però - aggiunge citando Dianich - "non taglia mai fino in fondo la missione, la quale resta unica nel suo tessuto fondamentale e poi, più in superficie, si distingue in forme diverse e si attua con diversi strumenti"[17].

Anche il convegno siciliano non ha preteso di risolvere la questione, ma in un resoconto redatto per Il Regno, appare attraversato dalle due linee di tendenza già menzionate, senza prendere una posizione a favore dell'una o dell'altra[18]. La rivista informa della consapevolezza che in ogni caso è urgente il rinnovamento della vita ecclesiale e pastorale, "restituendo il primato alla vita spirituale", per "superare la deriva clericalista". Uguale consapevolezza è emersa in merito alla "difficile definizione del proprium laicale". Tale proprium, si è detto, non può essere definito in maniera astratta, giacché se il laico appartiene interamente a Dio, in forza della sua consacrazione battesimale, a motivo della medesima, appartiene anche alla storia dove Dio lo chiama ad operare. Ciò fa invocare quella autonomia legittima, già sollecitata dal Vaticano II, contro intromissioni di natura clericale, ma nello stesso tempo esige anche un'adeguata valorizzazione del laicato come tale nelle comunità ecclesiali. Su questo versante una qualche specificità sembra riemergere.

Se questa tesi è sostanzialmente corretta, almeno per le sue applicazioni pratiche, sembrerebbe alla fine poter convergere con l'impianto di Lazzati. Tuttavia altri hanno fatto notare, nello stesso convegno di Acireale, l'improponibilità di una specifica teologia e di una conseguente spiritualità tipicamente laicale. Il motivo di ciò sembra anche a noi da ricercarsi in quel fondamento biblico della "vita secondo lo Spirito" che deve caratterizzare l'intero popolo di Dio. In esso tutte le sue componenti ricevono una loro definizione teologica dal continuo ascolto della Parola, alla quale spetta sempre il primato, dall'esperienza eucaristica e dalla ricerca continua di rapporti fraterni, che non elimina, ma anzi coltiva lo stile della esodalità.

Di fronte a linee di tendenza così esplicitamente differenziate, che cosa possiamo concludere a nostra volta? La prima osservazione è che specificità, compiti e tipologie quali quelli che si sono delineati sono in realtà molto più sfumati di quanto non lo siano nella loro enunciazione.

Certamente sembra eccessivo passare dal piano della tipicità della missione dei laici e dei non laici a quello di differenti tipologie battesimali. Se la differenziazione si spingee fino a questo punto lascerebbe insorgere non pochi problemi. Non sembra invece altrettanto problematico parlare di tipologie diverse in merito a differenti vocazioni cristiane. Questo però comporta una differenziazione tale da dire, come sosteneva Lazzati, che se la funzione della gerarchia è di "consacrare gli uomini, fondando la Chiesa", la vocazione del laico è invece "consacrare le realtà terrestri?", tanto che "la consacrazione delle realtà terrestri è l'essenza stessa di ciò che i laici sono chiamati a fare da Dio per santificarsi, per rispondere alla loro peculiare vocazione"[19]? Si può ancora doverosamente annotare che la determinazione con la quale Lazzati era giunto a simili polarizzazioni era l'esito di un'esperienza che si era dovuta affermare con difficoltà politiche e civili spesso drammatiche, quali quella del Lager o dei Lager tedeschi, dove egli rimase internato tra il settembre 1943 e l'agosto del 1945, a motivo del suo rifiuto di giuramento alle ricostituende formazioni fasciste. Mentre sul piano spirituale ed ecclesiale il confronto era avvenuto in maniera anche energica a fronte di una visione laicale ancora totalmente passiva e devozionalista. In questo contesto diventa non solo comprensibile, ma condivisibile una scelta che si è qualificata come maturazione di "tempo di Dio" in un "tempo di Lager".

In situazioni così drammatiche certamente la vita impone quadri teologici di riferimento ben determinati. Ciò costituisce però una specificità più collegata alla vocazione singolare della persona che alla laicità in quanto tale, sapendo che anche il ministro ordinato non meno del laico è chiamato, in circostanze simili, ad attestare il regno di Dio e la sua giustizia, contro le pretese di un regno inumano e delle sue palesi ingiustizie. L'uno e l'altro in forza della loro appartenenza a Cristo, e direi più a monte, in forza della loro comune umanità, sono chiamati ad essere sentinelle dell'aurora di Dio anche nel più fitto buio di situazioni storiche contingenti. Da cristiani, in forza della loro adesione a Cristo, sono entrambi chiamati ad essere araldi del mondo delle beatitudini e della liberazione in un mondo che invece pratica la violenza e insegue il potere e l'interesse. Con queste coordinate i fedeli laici, che di solito vivono in ambienti più conflittuali, hanno un loro specifico campo d'azione nella più generale chiamata al servizio della carità.

4) Al seguito di Gesù nel servizio della carità a favore dell'uomo e del suo futuro

Il servizio di cui si parla va ben al di là delle differenziazioni ministeriali, sebbene conosca ambiti specifici dovuti a luoghi e a situazioni diversi, nei quali i soggetti si trovano a vivere. Prima di essi c'è tuttavia una comune modalità di vivere la vita come dono e come servizio e ciò ci sembra accomunare qualsiasi vocazione. I ministeri e i carismi sono da rivalutare su questa base e quando ciò passerà in maniera più organica non solo nei trattati di ecclesiologia, ma anche nelle determinazioni pratiche ecclesiali, sarà certamente una grande passo avanti della Chiesa. Di certo ciò risponderà di più allo spirito del Vaticano II e dei documenti successivi, più di quanto non faccia ancora il linguaggio, che sembra stare sempre più stretto rispetto a contenuti decisamente innovativi, mentre innovativo il linguaggio non è.

Voglio dire che se è comune il battesimo e comune è la missione perché tutti portiamo lo spirito delle beatitudini e il loro afflato di liberazione nella storia degli uomini, è in ogni caso certa la diversità dei ministeri e dei diversi soggetti ecclesiali nel popolo di Dio. Ogni ministero ha una sua missione e un suo orizzonte, non è paragonabile con un altro simile se non per la sua impostazione di base. Portatori di specifici ministeri sono anche i ministri ordinati e tra essi quanti hanno responsabilità di guida (intesa come servizio dell'unità o come "ministero della comunità", ministerium communitatis, come si esprime il Concilio)[20]. Tutta questa ricchezza dottrinale passa però ancora attraverso binomi di stampo tradizionale, che non sembrano i più indicati ad esprimerla. Infatti contrappongono, più che unificare e differenziare, gerarchia e laicato, religiosi e non religiosi, regolari e secolari ecc. L'impressione che simili binomi suscitano non è di differenti modalità di vivere la comunione, ma piuttosto di soggetti asimmetrici, mediati dal linguaggio della società civile di un tempo che fu, che parlava di regnanti e sudditi, di principi e di plebei, di personaggi che avevano un'investitura e di altri che ne erano privi, di soggetti portati a comandare e di altri destinati esclusivamente ad obbedire.

Il superamento di una simile eredità passa di certo attraverso lo sviluppo pastorale e direi "pratico" della realtà della Chiesa come koinwniva. Questa esprime al meglio, anche biblicamente, la realtà del popolo di Dio in cui la familiarità con il Risorto, la preghiera e l'ascolto della sua Parola, la familiarità e la condivisione reciproca sono tratti caratteristici che vengono prima di ogni altra differenziazione ministeriale[21]. L'ecclesiologia globale è da intendersi su questo fondamento ed è meglio formulata dalle locuzioni che parlano di comunità, di carismi e di ministeri, invece di quella tradizionale che contrappone gerarchia e laicato, religiosi e secolari, sacerdoti e non sacerdoti, consacrati e profani. Come è stato detto, la formulazione tradizionale distingue troppo l'unità comune a tutti cristiani in forza del battesimo, e distingue troppo poco proprio la specificità, perché non coglie il valore teologico di fondo della pluriministerialità[22]. Non potendo parlare di ministeri diversi, deve ricorrere alle dicotomie di linguaggio di stampo tradizionale.

La concezione pluriministeriale all'interno del popolo di Dio sembra pertanto una valida alternativa e può rendere ragione sia della tipicità dei laici, che della loro fondamentale unità con il restante corpo ecclesiale. Essa non è intaccata nemmeno dalla distinzione, tuttora non considerata sufficientemente matura, perché non discussa, ma trasportata di peso nel Vaticano II da un'affermazione di Pio XII, quella che descrive la specificità del sacerdozio comune e di ministeriale come differenza "non solo di grado, ma anche di essenza"[23]. Ribadire, come intendeva giustamente fare Pio XII, che il sacerdozio ministeriale non deriva dalla base, né da una delega dei battezzati, non comporta necessariamente in termini rigorosi una specificità "di essenza", non almeno quando si considerano la fonte e la finalità delle due ministerialità. La fonte è la sempre la Grazia dello Spirito e la finalità è per entrambe la crescita della Chiesa e l'instaurazione del Regno di Dio. La differenza riguarda ministeri diversi, rispondenti a vocazioni distinte e differenti compiti ecclesiali. Dicendo questo, resta salva la dottrina tradizionale della differenza tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale nei suoi tre gradi (episcopato, presbiterato e diaconato[24], ma nello stesso tempo si ribadisce il valore di fondo della comunione come humus e come giustificazione unica della realizzazione della carità in quanto concretizzazione storica della salvezza. In questo modo l'ecclesiologia ministeriale, superando la separazione tra sacerdotalità e laicità, prende sul serio e traduce in categorie teologiche più adeguate la natura del popolo di Dio come realtà insieme sacerdotale e laicale. Sacerdotale per il suo riferimento fondamentale a Cristo sacerdote, laicale, e/o secolare, per la stessa etimologia del laòs, popolo, e per il rimando al "secolo", dove tutto il popolo di Dio è chiamato a realizzare l'amore di Dio. Questo passa, come ascoltavamo dalla CFL attraverso la costruzione della pace in situazioni violente, attraverso la liberazione degli uomini in situazioni di violazione dei suoi diritti, attraverso la testimonianza di un modo solidale di vivere in situazioni di interessi corporativi che badano solo al profitto.

In questo contesto complessivo, come troviamo anche nei convegni delle Chiese di Calabria radunate a Paola, la missione dei fedeli laici è organicamente collegata a quella di Cristo e di tutta la Chiesa. Nel 3 convegno ("Paola 3", del 1997) si è detto che i fedeli laici sono stati chiamati con tutta la comunità ad assecondare l'opera già iniziata dallo Spirito di Dio nel battesimo, per essere pienamente "capaci di udire e di parlare"[25], per ascoltare meglio la parola di Dio e per diventare suoi messaggeri di pace e di riconciliazione nella contraddizione di una storia segnata dal sangue. In tutto ciò i laici sono all'interno del popolo di Dio tra coloro che calcano le orme del Cristo per "entrare, attraverso lo Spirito Santo, nell'orizzonte della sua verità e conquistarsi spazi più autentici di libertà"[26].

Con la luce di chi si lascia guarire da Cristo per ricevere "occhi trasparenti per leggere le opere di Dio" i fedeli laici delle Chiese di Calabria sono stati chiamati a saper operare un discernimento profetico, sì da arrivare a condividere con il pane eucaristico anche una storia che, pur travagliata, è redenta da Cristo[27]. Sui ministeri è stato ancora detto in quell'occasione che essi "sono sempre da ricondurre alla ministerialità di Gesù come fondante un'autentica liberazione", per "una liberazione che si deve far carico dell'altro, fino a cercarlo, al pari di Gesù, a visitarlo e a curarlo, per annunciargli l'amore di Dio con la trasparenza del proprio amore disinteressato"[28].

Sono linee d'impegno che toccano tutto il popolo di Dio e toccano quindi i fedeli laici per ritrovare "nell'audacia della speranza, che viene dall'Eucaristia, il senso e le motivazioni di un impegno storico e sociale". In questo modo si compie un "servizio di carità autentica", "vero e proprio ministero", "al quale siamo tutti chiamati, ma in particolar modo i laici"[29].

Su questa scia è da cogliere la particolarità dell'unzione battesimale, di cui parlava anche Giovanni Paolo II, per quella missione di annuncio del vangelo ai poveri, di liberazione degli oppressi e di proclamazione di grazia per tutti, che spetta anche ai laici. In particolar modo spetta ad essi soprattutto in quegli ambienti che essi, per la loro professione e la loro laicità, riescono a raggiungere prima e meglio degli altri.

La loro diventa così una missione profetica anticipatrice dei valori del Regno. Parafrasando Lazzati, si potrebbe dire che in ambienti di confusione, di arrivismo e di indifferenza, i laici portano la consacrazione battesimale, perché testimoniano valori quali la legalità, la gratuità, l'impegno tenace e amorevole per i più svantaggiati. Intendendo in questo senso l'indole secolare come "propria e peculiare dei laici" (Lumen Gentium, 31), essi diventano gli avamposti di quel Regno che si incarna tra gli uomini e nel secolo, ma diventa anche evidente che attraverso di essi passa la missione salvifica della Chiesa nel mondo.

In conclusione i fedeli laici, se non sono cristiani di serie B, non devono nemmeno coltivare la rincorsa a ricoprire ruoli, liturgici o di altro genere, che sono dei ministri ordinati. Il loro sì a Cristo passa già per le vie ordinarie del loro sì alla vita e alla famiglia, se sposati, e passa attraverso il miglioramento del mondo attraverso il lavoro, come collaborazione all'opera della creazione. Passa inoltre attraverso gli ambiti della ricerca, della formazione e dell'educazione delle nuove generazioni, così come passa anche attraverso l'offerta della loro vita, del loro tempo e persino del loro insuccesso e del loro soffrire, quando ciò dovesse accadere. Anche in questo, in un impegno alla pace nella mitezza e nell'essenzialità che trasmette la giusta scala di valori agli altri, i laici, come l'intero popolo di Dio, sono chiamati ogni giorno a vivere le beatitudini di Gesù. È questo è il senso della sequela che nulla può arrestare, anche se dovesse succedere di dover prendere la croce ogni giorno, pur di seguire il Maestro. È questa la sintesi migliore della loro testimonianza e anche del loro impegno, della nostra missione e del nostro comune fervore. Lo conferma quella sublime pagina dell'Apostolicam Actuositatem con cui chiudo il mio intervento:

"La carità di Dio, "riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5), rende i laici capaci di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesù povero, non si abbattono per la mancanza dei beni temporali né si inorgogliscono per l'abbondanza di essi; imitando Gesù umile, non diventano vanagloriosi (cf. Gal 5,26), ma cercano di piacere a Dio più che agli uomini, sempre pronti a lasciare tutto per Cristo (cf. Lc 14,26) e a patire persecuzione per la giustizia (cf. Mt 5,10), memori della parola del Signore: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24)"[30].

NOTE

[1] Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte (NMI), 3, testo stralciato dal sito www.vatican.va. Il testo continua con un'esortazione a un'effettiva verifica, in questi termini: "È ora dunque che ciascuna Chiesa, riflettendo su ciò che lo Spirito ha detto al Popolo di Dio in questo speciale anno di grazia, ed anzi nel più lungo arco di tempo che va dal Concilio Vaticano II al Grande Giubileo, compia una verifica del suo fervore e recuperi nuovo slancio per il suo impegno spirituale e pastorale".

[2] È una posizione che riprende le restrizioni legali motivate in CONGR. PER IL CLERO ED ALTRE, Istr. interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione dei laici al ministero dei sacerdoti Ecclesiae de mysterio (15 agosto 1997): AAS 89 (1997), 852-877, specie art. 5: Gli organismi di collaborazione nella Chiesa particolare. Tuttavia si appella alla comunione come criterio superiore a quello legale.

[3] GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, Esortazione apostolica post-sinodale, 30 Dicembre 1988, n. 2: EV/11, 1611.

[4] Ivi, 1612.

[5] Ivi, 1613.

[6] SINODO DEI VESCOVI (Assemblee generali e segreteria), La Chiesa, nella Parola, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo, Relatio finalis, 07-12-1985, II, D, 1: EV/9 1810.

[7] Apostolicam Actuositatem, 33: EV/1 1041.

[8] Ivi.

[9] GIOVANNI PAOLO II, Christifideles..., cit., n. 5: EV/11, 1624.

[10] Ivi, 1627.

[11] Ivi, 1629.

[12] Ivi, 1636.

[13] Il riferimento è a PII XII "Allocutio ad E.mos ac Rev.mos Patres Cardinales recenter creatos", die 20 febr. 1946: AAS 38 [1946] 149.

[14] Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1-2. Cf. GIOVANNI PAOLO II, Christifideles..., cit., n. 13: EV/11, 1646.

[15] Cf. l'intero n. 14 di GIOVANNI PAOLO II, Christifideles... cit.

[16] Cf. G. MAZZILLO, "Il popolo di Dio e la laicità sacerdotale", in Presenza del Carmelo s. a. (1987) n. 41, 52-58; G. LAZZATI, "Secolarità e laicità", in Il Regno / Attualità (1985) n. 12, 333-339; S. DIANICH - B. FORTE, "Laicità: tesi a confronto", in Il Regno / Attualità (1985) n. 16, 459-461. Sul laicato cf. anche Rivista Pastorale Liturgica 140 (1987/1), dedicata a I Laici nella chiesa e nelle celebrazioni; G. LAZZATI, Il laico, Roma 1986; R. GOLDIE, Laici, laicato, laicità. Bilancio di trent'anni di Bibliografia, Roma 1986. Cf. anche "Laico", in Dizionario Teologico, cit., 122s.

[17] Dal testo della relazione, pag. 6, che riprende S. DIANICH, Chiesa in missione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1985,267.

[18] C. TORCIVIA, "Conferenza Episcopale Siciliana, IV Convegno ecclesiale: Acireale, 20-24 marzo Laici: una questione ecclesiale", in Il Regno (2001) n. 8, pag. 233.

[19] A. OBERTI, Lazzati. Tappe e tracce di una vita, Ed. Ave, Roma 2000,155-156. Si annota che Armando Oberti è stato dopo Lazzati alla guida dell'Istituto Secolare "Cristo Re" ed è anche il postulatore della sua causa di canonizzazione.

[20] LG 20: EV/1, 333.

[21] I testi vi si riferiscono almeno nei motivi ispiratori basilari, così ad, esempio: "Tutti i discepoli di Cristo quindi, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cf. At 2,42-47), offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio (cf. Rm 12,1), diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro (cf. 1Pt 3,15)" (LG, 10: EV/1, 311); "E da ultimo Dio ha mandato anche lo Spirito del suo Figlio, signore e vivificante, che per l'intera chiesa e per i singoli credenti è il principio che riunisce e unifica nella dottrina apostolica e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf. At 2,42 gr.) (LG 13, EV/1, 318).

[22] Cf. B. FORTE, La Chiesa icona della Trinità. Breve ecclesiologia, Queriniana, Brescia 1986 24. 29-35 e ID., La chiesa della Trinità. Saggio sul mistero della chiesa comunione e missione, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1995. Cf. anche Y. CONGAR, Ministeri e comunione ecclesiale, Bologna 1973; ID., Diversità e comunione, Cittadella, Assisi 1983.

[23] "Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado (essentia et non gradu tanto), sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo" (LG 10, EV/1, 312). L'espressione "per essenza e non solo per grado" è stata adoperata da Pio XII in un discorso del 1954, per ribadire che il sacerdozio ministeriale non è una delega della comunità (cf. Magnificate Dominum, del 2. 11. 1954. La Mediator Dei, cui fa riferimento il testo conciliare è sulla stessa linea anche se non ha però quella formula precisa: AAS 39 (1947) 553.

[24] LG 27: EV/1, 351ss; 28, 354ss; 29, 359ss.

[25] "Varcheranno la porta ed usciranno per essa" (Michea 2,13) Esortazione pastorale dell'Episcopato Calabro dopo il III Convegno Ecclesiale Regionale, Pentecoste 1998, n. 34.

[26] Ivi, n. 37.

[27] Cf. ivi, nn. 38-39.

[28] Ivi, n. 42.

[29] Ivi, n. 4.

[30] AA 4: EV/1, 927.