Giovanni Mazzillo

La scelta preferenziale dei poveri: che cosa implica e che cosa comporta?

[Pubblicato in AA.VV., Motivi e modi della carità ecclesiale, Queriniana, Brescia 1985, pp. 72-77]

Della scelta dei poveri si fa oggi un gran parlare. C'è chi usa l'espressione per aggiornare il glossario teologico-pastorale. È un tema alla moda, come la pace, l' ecologia, il nucleare, ma, a differenza  di questi u1timi, è meno compromettente. La Chiesa è stata sempre per i poveri - si dice. Chi oserà affermare che nella sua storia bimillenaria si sia disinteressata dei poveri? La pratica della carità e dell' assistenza nei confronti dei poveri è vecchia quanto la Chiesa, ma è altrettanto ovvio che essa non significa ancora la scelta (detta anche opzione) preferenziale per i poveri. Chi ne parla, senza comprendere che alla base di questa scelta ci sono dei presupposti che toccano non solo l'ecclesiologia, ma alcuni punti nevralgici della stessa vita cristiana, eviterà proprio ciò che tale scelta comporta: la conversione.

Altri hanno cominciato da qualche tempo ad evitare nei loro discorsi tutto ciò che possa ricordare la scelta dei poveri. Ritengono che parlarne assecondi una teologia pericolosa, quella della liberazione. Meglio·non toccare un argomento -pensano costoro - che ha suscitato tanto scalpore ed ha provocato e provoca continui interventi di chiarificazione da parte dell'ultima istanza del magistero della Chiesa. Ci può essere un terzo atteggiamento: voler ignorare qualsiasi intervento magisteriale, che, classificato alquanto frettolosamente con i criteri e le valutazioni dei mass-media, è lasciato cadere, perché ritenuto di una certa parte, e quindi ovvio.

Può essere allora utile per tutti partire da alcuni punti ormai acquisiti dal magistero sull'opzione preferenziale dei poveri, perché essa, come si vedrà, non solo non è stata ripudiata, ma è stata recepita e fatta propria dalla Chiesa nel suo insieme, anche se con alcuni chiarimenti che riguardano l'estensione di tale scelta (che non è esclusiva, né escludente) e le sue motivazioni (l'opzione è fondata sulla Parola di Dio e non su una determinata e previa scelta partitica). Tenendo nel giusto conto queste precisazioni, vogliamo considerare la scelta preferenziale dei poveri nel più vasto contesto della stessa struttura dell'esistenza cristiana e delle ineludibili implicanze etico-pragmatiche. I momenti costitutivi dell'opzione, di cui si parla, sono infatti teologico-operativi. Li possiamo anche chiamare teologali perché appartengono alla stessa risposta di fede, di carità di speranza con la quale la Chiesa fa sue le scelte di Dio, scegliendo al contempo il suo Signore e quanti egli ha scelto e predilige.

L'opzione preferenziale passa attraverso il ritmo teologale fondamentale: è confessione di fede nel Cristo riconosciuto nei poveri. È sollecitudine liberatrice in nome di una più grande speranza. È infine servizio di carità concreta e immediata.

Sono i tre momenti che si possono anche ritrovare nelle parole con le quali Giovanni Paolo II precisava l'opzione preferenziale per i poveri nel discorso tenuto ai cardinali e alla curia romana il 21 dicembre per 1984. Diceva:

"Vorrei anche accennare, prima di concludere, ad un punto oggi particolarmente sentito, quello dell'opzione preferenziale per i poveri. La Chiesa ha solennemente proclamato di farla sua nel concilio Vaticano II, dichiarando " come Cristo... così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall'umana debolezza; anzi riconosce nei poveri ed nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente; si fa premura di sollevarne l'indigenza e in loro intende servire Cristo" (Lumen gentium, 8)[1].

Riprendendo l'insegnamento delle concilio, che, secondo il Papa, è una proclamazione solenne dell'opzione della Chiesa per i poveri, possiamo, a nostra volta, considerare tale scelta in consonanza con la scelta di Cristo e come risposta a Cristo: a) la Chiesa lo riconosce nei poveri ed nei sofferenti; b) circonda di affettuosa cura costoro premurandosi sollevarne l'indigenza, c) in loro intende servire Cristo. Vediamo questi tre momenti più da vicino.

a) Confessare Cristo riconoscendolo nei poveri e nei sofferenti.

Chi ama il Cristo, lo riconoscerà. Il suo cuore palpiterà nell'avvicinarlo nella figura del viandante e dell'uomo che geme lungo la nostra strada. È interpretazione teologica ormai accreditata quella che ravvisa nel buon samaritano il Cristo che soccorre l'umanità ferita. È un’interpretazione valida e suffragata dai padri della Chiesa. Conformemente a quanto afferma il concilio, e memori dell'identificazione che Gesù fa di se stesso con i suoi fratelli i piccoli e sofferenti[2], sarà utile qui ricordare che Cristo è anche l'uomo agonizzante sulla strada di Gerico. La Chiesa che contessa il Cristo come suo Signore confessa parimenti che egli è presente del povero e nel sofferente. Essa è il popolo santo di "quanti sono mossi dallo spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adoranti in spirito e verità Dio Padre, seguono Cristo povero, umile e carico della croce"[3] sicché "sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo sofferente per la salute del mondo quelli che sono oppressi dalla povertà, dalla debolezza, dalle malattie e dalle varie tribolazioni, o soffrono persecuzione per la giustizia: il Signore nel Vangelo li proclamò beati "[4]. La confessione di fede nel Cristo è pertanto capacità di riconoscerlo nei luoghi e nei modi da lui stesso indicati. La fede fa confessare l'adesione a Cristo e a ogni parola che esce dalla sua bocca. Gesù afferma "beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28) perché "non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che e dei cieli" (Mt 7,21).

Il problema non è mettere in pratica la fede, ma di avere la fede. Non c'è infatti una fede intellettuale e una fede pratica. C'è un'unica fede: confessare Cristo come Signore nell'adempimento della volontà del Padre, che è la misericordia e la carità verso gli uomini e in modo preferenziale verso i poveri. I molti che diranno nel giorno del giudizio "Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato i demoni nel tuo nome?" (Mt 7,21-23) sono ripudiati da Cristo, alla stessa stregua di quanti, volendo giustificare la loro indifferenza nei confronti del Cristo povero e sofferente dicono: "quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?" (Mt 25,44-45). Coloro che, al contrario avranno assistito "l'ultimo dei fratelli più piccoli" di Cristo, pur senza averlo fatto in nome suo, avranno confessato la fede e potranno entrare nella vita eterna.

b) Celebrare la speranza sollevando l'indigenza.

L'opzione per i poveri non è una scelta aggiuntiva all'atto di fede ma è elemento costitutivo della stessa confessione di fede. Significa riconoscere il Cristo nei poveri non semplicemente per compiere azioni meritorie e al fine di essere poi riconosciuti da lui, ma venire, come Cristo, accanto al bisognoso e al sofferente, per celebrare la misericordia e l'amore di Dio sulle strade degli uomini. Non si tratta di interventi sporadici che vengono paternalisticamente dall'alto, all'uscita dal tempio. Non si tratta di consumare un rito accanto ad altri riti, ma di un’autentica celebrazione di speranza, che nasce dalla confessione della fede nel Cristo. È una celebrazione di misericordia perché si solleva il povero da terra e ci si prende cura amorevolmente del singolo, ma è anche una celebrazione di speranza, perché si denunciano le cause della povertà e si preannuncia un futuro di giustizia.

"Sollevare l'indigenza" (inopiam sublevare) è anche per il Vaticano II molto di più che alleviare. È contribuire a rimuovere le stesse cause della povertà. Il cristiano conosce, come la Chiesa, due forme fondamentali per intervenire in questo senso: la denuncia dell’ingiustizia e la pratica della solidarietà. Il succitato discorso di Giovanni Paolo II, se mette in guardia contro le interpretazioni unilaterali della povertà, precisa che essa è anche menomazione dell'esercizio dei diritti fondamentali della coscienza e della libertà. Nondimeno ribadisce: "di fronte alle odierne forme di sfruttamento del povero, la Chiesa non può tacere. Essa ricorda anche ai ricchi i loro precisi doveri. Forte della parola di Dio (cf. Is 5,8; Ger 5,25-28; Gc 1. 3-4), essa condanna le non poche ingiustizie che, purtroppo, anche oggi vengono commesse a danno dei poveri"[5].

c) Amare il povero servendo la causa della giustizia

La celebrazione della speranza dei poveri è anticipo ed avvio della loro liberazione integrale da ogni forma di oppressione materiale e spirituale. Il servizio della carità è proseguimento su questo cammino nella fatica del quotidiano. E questa la terza conseguenza dell'opzione preferenziale. La premura verso la persona del povero è infatti sollecitudine verso la causa del povero. Chi compie l'opzione per i poveri prima o dopo sarà stretto a confrontarsi con l'opzione da compiere con i poveri. Non ci si può sostituire ad essi e decidere per loro. Si può e si vede "ripartire dagli ultimi", come ha ribadito il recente convegno di Loreto della Chiesa italiana, ma una volta partiti non si possono abbandonare i poveri al loro destino. Peggio ancora, non si possono accendere le speranze nei cuori dei poveri e poi abbandonarli lungo la difficile strada delle piccole e importanti realizzazioni concrete. Il convegno di Loreto sembra aver recepito questo messaggio, quando in una delle relazioni improduttive scrive: "partire dagli ultimi significa farsi voce delle rivendicazioni dei loro diritti, essere al loro fianco con gratuità, nelle molteplici forme di volontariato che sono fiorite in questi anni, come segno e stimolo della carità di tutta la chiesa, a cominciare dall'obiezione di coscienza e dal servizio civile, che la comunità cristiana non può non promuovere come scelta esemplare e preferenziale"[6]. Il volontariato come forma privilegiata e apprezzata dalla Chiesa italiana viene descritto come "servizio profetico che previene addirittura i bisogni" e "non una supplenza che deresponsabilizza chi deve normalmente provvedere"[7].

L'opzione preferenziale comporta saper restare al fianco dei poveri, non da benefattori ricchi e saccenti, ma da fratelli diventati i poveri per solidarietà e per testimonianza verso il regno di Dio al quale essi appartengono e che ad essi appartiene (Mt 5,3 ss.; Lc 6,20 ss.). Se non tutti possono fare del volontariato, tutti dovrebbero sostenerlo e promuoverlo. Tutti sono comunque temuti, pur nella diversità dei carismi e delle proprie specificità, a testimoniare e a vivere la solidarietà. La beneficenza deve cedere definitivamente il posto a una ri-comprensione della propria parte da fare per la causa della giustizia. L'amore verso il povero è di certo un amore concreto, sollecito e diretto. È fare il bene non come attività superflua, ma come confessione di fede e come esigenza ineludibile di speranza e di carità. Ma è anche un lasciarsi beneficare dai poveri, cominciando a valorizzare la loro ricchezza evangelica, ciò che la conferenza latinoamericana di Puebla ha chiamato "potenziale evangelizzatore dei poveri"[8]. Un tempo si faceva del bene per essere benedetti dai poveri, oggi si deve praticare la solidarietà e la giustizia, per essere da loro beneficare. Fare un'opzione preferenziale per i poveri significa per la Chiesa non essere Chiesa ricca per i poveri ma essere Chiesa povera con i poveri.



[1] Per il testo cf. La traccia 11 (1985), "Opzione della Chiesa per i poveri", 8, 1433/XI.

[2] Cf. Mt 25,31-45 per l’identificazione di Gesù con i sofferenti e i bisognosi. L’identificazione è affermata anche con i bambini, che all’epoca erano disprezzati (Mt 18,5) come pure con i discepoli, che vanno, come poveri tra i più poveri, senza denaro, né bisaccia, né sandali (Lc 10,16).

[3] Lumen gentium 41. La sottolineatura è mia.

[4] Ivi.

[5] Cf. il già citato discorso ripreso da La traccia, cit., nota 1.

[6] Relazione di B. FORTE, punto 3.3. «Al servizio della comunità degli uomini, a partire dagli ultimi».

[7] Relazione del Card. PAPPALARDO, «Le aree del bisogno ed i servizi della carità».

[8] Puebla. Documenti, testo definitivo, EMI, Bologna 1979, nr. 1147.