Giovanni Mazzillo

La natura come casa dell'uomo [pubblicato in Presenza del Carmelo s.a. (1990/3) 49-54].

1. Situazione attuale e cause.

L'ecologia non è un tema culturale alla moda, ma un'urgenza. L'inquinamento dell'acqua, dell’aria, della terra è la conseguenza di un rapporto scorretto tra l'uomo e l'ambiente, un rapporto innaturale tra natura ed esistenza, un rapporto violento tra creature volute e pensate da Dio per vivere in pace. La natura è oggi in più maniere violentata. Il fenomeno è preoccupante per la sua ampiezza, a scala mondiale, per la vastità ai vari li velli, e perché è avanzante con l'avanzare della logica del pro fitto. Già Paolo VI aveva recepito l'urgenza e la drammaticità di questo fenomeno, quando nel 1971 scriveva: "Mentre l'orizzonte dell'uomo si modifica, ... un'altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica che inattesa dell'attività umana. L'uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfrutta mento sconsiderato della natura egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l'ambiente naturale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale, ma è il contesto umano che l'uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l'intera famiglia umana"[1].

Paolo VI terminava con un appello: "A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione per assumerne, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune"[2].

Dal 1971 ad oggi il fenomeno si è aggravato. Le cause sono molteplici. Ne richiamo solo alcune. Tra queste c'è senza dubbio la caduta d'interesse per i problemi collettivi e la riaffermazione pratica di uno sfrenato liberalismo economico-industriale, che è di fatto non solo ateo, ma lontano da ogni valore o preoccupazione etica. Ma a ciò è da aggiungere (essendo direttamente legato al primo) il reaganismo prima, e la nuova trionfalistica affermazione liberista di questi anni, come fenomeno culturale complessivo, dell'area nord-atlantica, che porta a rimorchio non solo finanziariamente e culturalmente, ma a livello militare e ambientale (con tutti i disastri ecologici) i nostri governi europei e la visione generale della vita e del mondo di buona parte delle nostre popolazioni.

È da aggiungere a ciò l'aggravarsi del divario tra ragionevolezza (come razionalità sostanziale) e razionalità tecnica (che è la razionalità puramente strumentale ai fini dell'organizzazione e dell'amministrazione del vivere associato.

La prima (la ragionevolezza) si struttura secondo dei valori antropologici, ancora a servizio dell'uomo e dei suoi problemi, la seconda (la razionalità tecnica) è mera meccanizzazione, computerizzazione, e non è al servizio dell'uomo, ma della razionalizzazione semplificatrice ed efficientistica della produzione. Infine, va ricordata come concausa la divaricazione crescente tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e le sue stesse radici, tra l'uomo e la sua "anima".

2. Suggestioni teologiche

L'uomo che fa violenza alla natura fa violenza a se stesso. È da superare l'idea di una separazione tra l'uomo e la natura. Non c'è da una parte l'esistenza e dall'altra il mondo, come oggetto o insieme di cose, in contrapposizione. Ma l'uomo è originariamente relazione e insopprimibile riferibilità all'altro. Se non lo fosse, non potrebbe essere chiamato né salvato da Dio. Egli è a immagine di Dio, perché è "essere in rapporto a". Il suo io più profondo e più autentico è, "essere-in-un-incontro", come diceva K. Barth.

Ma la referenzialità dell'uomo è riferimento alla natura che egli trova in se stesso, perché essa lo precede, lo accompagna e lo segue. Contribuisce a comporre la sua stessa identità. Chi rinnega infatti la natura rinnega se stesso. Natura la si può e la si deve intendere, dunque, come ambito e come casa dove l'uomo vive, come ambiente. Ma ciò significa che solo attraverso la na tura l'essere umano è un'esistenza in armonia con ciò che lo inabita e ciò che da lui è inabitato, cioè quell'unico mondo esistenziale, che potremmo chiamare non solo inconscio o eriditarietà precedente al singolo individuo, ma presenza dell'individuo a se stesso, capacità di libertà e d'amore, insieme di bisogni attuali, da realizzare al presente e da conseguire al futuro. È la ricchezza esistenziale dell'uomo, l'insieme dei suoi valori e dei suoi progetti, la globalità dei suoi sogni e dei suoi bisogni fondamentali.

Ciò significa che l'essere umano si riconcilia con la natura non solo al di fuori di sé, ma anche all'interno di se stesso. La natura infatti non si trova allo stato puro. Sia all'esterno, che all'interno l'equilibrio si raggiunge dinamicamente e non è dato per ereditarietà. Le spine e i triboli, le pietre e le asperità della terra, di cui parlano le prime pagine del libro della Genesi, sembrerebbero doversi collocare all'esterno, in realtà sono anche ciò che l'uomo trova in se stesso come sofferenza e come solitudine, come smarrimento e come dolore. Tale stato di difficoltà si accentua quando l'uomo si fa violenza e fa violenza. Le violenze riguardano anch'esse il proprio passato, il proprio presente e il proprio futuro. Sono contro la natura di se stesso, quella creaturale davanti a Dio, quando diventano pretesa di onnipotenza, e sono contro le con-creature con le quali l'uomo non viene solo a contatto, ma misura la sua esistenza e la realizza attraverso la relazione. Il peccato è allora decadenza di creaturalità e di relazione. È regressione verso il solipsimo ed autolesionismo.

La redenzione, al contrario, è il ristabilimento della creaturalità, la capacità di intervento, per produrre, nonostante le spine e le asperità, ancora frutti godibili non solo per sé, ma anche per gli altri. La redenzione di Cristo è, in quest'ottica, l'atto più grande di relazione e di altruismo, è la riconciliazione piena con Dio e con tutte le sue creature. L'annientamento di sé, come scelta estrema dell’amore, secondo la teologia della kenosi del Figlio di Dio, è l'opposto della smania di onnipotenza, diventa suprema comunione intracreaturale, pienezza di relazione cosmica.

La natura accompagna allora l'uomo e ne costituisce la casa. È pur sempre una casa che non deve imprigionarne la libertà e la dimensione trascendente, deve al contrario liberare e mettere in moto la sua ricchezza. Si può dire della natura ciò che K. Gibran scriveva della casa: "Ma voi figli dell'aria, insonni del sonno, non sarete ingannati e piegati. / La vostra casa non sarà l'ancora, ma l'albero della nave, / non la membrana smagliante che vela la piaga, ma una palpebra a difesa dell'occhio / ... / E sebbene la vostra sia una casa magnifica e splendida, non serberà il vostro segreto e le vostre aspirazioni. / Poiché ciò che in voi è sconfinato dimora nel cielo dove vi sono cancelli di bruma mattutina, e finestre di canti e di notturna quiete"[3].

Il rapporto corretto con la natura esige la consapevolezza della propria realtà umana, di fronte alla natura come realtà da plasmare, con il lavoro, per continuare l'opera della creazione. Ciò deve tuttavia avvenire con la consapevolezza che non si può commettere violenza ai danni della natura, ma si deve soltanto collaborare con Dio, perché essa possa esprimersi al meglio e possa esplicare il suo segreto e la finalità per la quale è stata pensata dal Creatore. Ancora si potrebbe citare Gibran, che a proposito del lavoro scrive: "Voi dite che il lavoro è maledetto e la fatica una sventura. / Ma io vi dico che mentre lavorate si compie la parte più remota del sogno della terra, che vi fu dato quando la terra nacque. / Così amando la fatica, voi amate in verità la vita. / E amando la fatica della vita, voi ne capite il segreto più profondo"[4].

"Dominare la terra" di Gen 1,28 non può significare farle violenza. Se il lavoro è invece un assecondare l'opera della creazione, non può essere altro che un umanizzare la natura stessa, custodendola e coltivandola, come il libro della Genesi ricorda: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo custodisse e lo coltivasse" (Gen 2,15). Il lavoro rappresenta e concretizza quella relazione profonda tra l'uomo e se stesso, la sua esistenza e la terra, affinché quest'ultima si esprima in un'amichevole relazione con l'uomo, affinché la natura non uccida e non faccia violenza, ma viva in pace con l'uomo e con gli animali medesimi.

Ciò significa che l'uomo non solo deve ricorrere alla natura come ad una fonte di terapia, la migliore che abbia a disposizione, ma che egli stesso deve, a sua volta, diventare, terapeuta di fronte alla natura, la quale ha bisogno anch'essa di essere guarita, in alcuni suoi aspetti nocivi e minacciosi per la vita. L'uomo deve guarirla per essere guarito; essere guarito per guarirla sempre più. "I cieli nuovi e una terra nuova, nei  quali avrà stabile dimora la giustizia" (2Pt 3,13) non sono solo da aspettare, ma dobbiamo collaborare a realizzarli, con un agire coerente e consequenziale al nostro essere a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26-27), quel Dio che ha creato e continua a creare, fino alla venuta del regno perfetto della giustizia e della liberazione di tutta la creazione (Rm 8,1ss).

3.Indicazioni operative e proposte

La riconciliazione con la natura costituisce un tutt'uno con la riconciliazione con Dio e con se stessi. È riconciliazione con la propria creaturalità, con la propria umanità. È pertanto da intendersi come collaborazione alla redenzione di ciò che nella stessa natura è ancora sofferenza. L'uomo dovrà cercare di umanizzare ciò che si oppone all'uomo, accettando anche la solidarietà con le sofferenza del mondo e persino della natura. Quando non si riuscirà a fare altrimenti e l'ultima dimensione della terra ci chiamerà, non ci resterà altro da fare che accettare di morire, come atto di amore per la natura che muore. Difatti essa muore in quel momento anche in noi. Ma anche in questo supremo aspetto, in quest'epilogo della vita umana, la terra diventa casa per l'uomo.

La riconciliazione con la natura, considerata come propria casa, è ancora da intendersi come agire proteso a rapporti di fraternità. Se gli altri uomini devono diventare fratelli, la terra deve diventare nostra sorella.

Ciò significa, infine, che non si può amare la natura senza coltivare un amore universale. L'albero della vita è infatti di tutti e per tutti e non solo per una parte dell'umanità. Se dalle piaghe di Cristo tutti siamo stati guariti, nessuno può recintare il terreno del nuovo Eden, cacciandone gli altri. I frutti dell'albero della croce, che per noi significa l'albero della vita rifiorito nel sangue di Cristo, sono per la "convivialità pasquale" e gioiosa degli uomini, ma le sue foglie sono per guarire tutte le nazioni (Ap 22,1-2).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

AA.VV., L'etica tra quotidiano e remoto, Dehoniane, Bologna 1984.

AUER A., Etica dell'ambiente, Queriniana, Brescia 1988.

CONFERENZA EPISCOPALE LOMBARDA, La questione ambientale. Aspetti etico-religiosi, Centro Ambrosiano, Milano 1988.

DE LA PENA J.L.R., Teologia della creazione, Borla, Roma

1988.

FARICY R., Vento e mare obbeditegli. Approccio ad una teologia della natura, Cittadella, Assisi 1984.

MOLTMANN J. Dio nella creazione, Queriniana, Brescia 1988.

VON WEIZSACKER C.F., Il tempo stringe. Un Assise mondiale dei cristiani per la giustizia, la pace e la salvaguardia della creazione, gdt 174, Queriniana, Brescia 1987.

Numero monografico "Il mondo come creazione" di Credereoggi 6 (1986/3).



[1] Octogesima Adveniens, del 14.5.1971, n. 21.

[2] Ivi.

[3] G. K. GIBRAN, Il Profeta, Guanda, Milano 1980, 63.

[4] Ivi, 53.