Giovanni Mazzillo

La ricerca della fede: cercare ancora, cercare sempre. Contributo al XIII convegno Internazionale della Fondazione Serio – Hotel Bridge (S. Nicola Arcella)  31/10/00 

1.       Appunti per una lettura della situazione del cattolicesimo attuale

Il titolo della tavola rotonda è «mutamenti culturali e crescita della fede». Il mio intervento dedica prevalentemente l'attenzione alla crescita della fede, ritenendo importante non solo la crescita nella  fede, ma anche la stessa crescita della  fede. In ogni caso parte dall'assunto che la crescita è nella ricerca e la ricerca è crescita. Ciò giustifica la declinazione del titolo adottata.

Diamo per irrinunciabile il fatto che la ricerca della fede debba essere fedele (nonostante la cacofonia) alla fede e a se stessa (alla ricerca), cioè al suo metodo e al suo tendere verso la Verità. Deve restare interrogazione e continuo cammino verso Dio. Lo si può dimostrare partendo da più considerazioni. Innanzi tutto da due: non c'è fede senza ricerca, la fede stessa è ri-cerca.

Ciò presuppone l'impostazione corretta (o meglio sempre da correggere) nel vitale, eppure non problematico rapporto tra religione e fede. Un problema oggi non più risolto (né da risolvere) nella negazione del religioso nella fede cristiana (Barth, Bonhoeffer, teologia dialettica), ma non di meno problematico, per il pericolo oggi più che mai attuale di un assorbimento della fede nel religioso. Si tratta di affrontare una prima questione preliminare: siamo in presenza, per ciò che ci riguarda, di un cattolicesimo affascinante (come si chiederà il prossimo congresso della Società teologica europea prevista a Graz per la fine di Agosto del prossimo 2001) oppure di un irresistibile richiamo del "fascinoso"? Nella continua e feconda dialettica tra fede e religione, quest'ultima sembra oggi prevalere come richiamo del mistero e  suggestione del sacro. D'altra parte le reazioni a livello ecclesiale istituzionale oscillano tra tolleranza, assecondamento, debolezza, inefficacia o inesistenza di interventi correttivi, molto meno critici. 

Quando si verifica la predominanza del religioso come sacralità che riveste non solo l'esistenza del singolo, ma divine paludamento sociale, ecclesiastico e storico, la ricerca teologica ha poco da dire. Non che essa non abbia da dire. Anzi. E' proprio questo il punto: ha troppo da dire, soprattutto in merito a questa deriva della fede. La tendenza è allora a rendere funzionale la teologia alla visione sacrale, togliendole ogni nerbo analitico, soprattutto quello critico senza del quale essa non è più scienza, ma pura e semplice catechesi.

In questa maniera la situazione ecclesiale assume una caratteristica tipica: è assorbita dalla predominanza dell'elemento ecclesiastico. Sicché, ad esempio, c'è una sopravvalutazione della liturgia fino al liturgismo, subentra una sorta  di silenzio sui temi "spinosi" e anche un dissenso strisciante. La ricerca teologica è di fatto post-posta ad una pastoralità non di rado pragmatica. Ciò che risulta vistosamente carente è la dimensione profetica della fede. Il contraccolpo è una sopravvalutazione dell'elemento vistoso e visibile della fede stessa, alla base di forme sempre più invasive di presenzialismo fino all'accettazione acritica di quell'assunto che potrebbe essere formulato come videor, ergo sum, più che  «video ergo sum» (Mons. Riboldi). L'essere visti e guardati, l'apparire fino a per molti fastidioso essere onnipresenti, sembra sia ritenuto missione e compito della chiesa, più di quanto non lo siano l'autenticità della testimonianza e la concretezza dell'agire, ciò che insomma Charles de Foucauld indicava come un «gridare il Vangelo con la vita». 

A ciò è da aggiungere che il ruolo e il valore del laicato vengono non di rado sottaciuti e talora negati nei fatti ecclesiali (vale a dire come partecipazione e comunione reale nel popolo di Dio). Sono altre volte stravolti o, nella migliore delle ipotesi, assorbiti in movimenti ecclesiali con linee programmatiche e teologiche condotte in proprio. Finché la visione religioso-sacrale resta prevalente, si assiste a una carenza di interventi soprattutto sui problemi ecclesiologici di fondo. Lo stesso popolo di Dio non è più nemmeno menzionato come tale. Anche a livello linguistico e comunicativo si preferisce parlare sempre e solo di chiesa, intendendo per lo più la componente gerarchica del popolo di Dio. «La chiesa dice», «la chiesa vuole» significa la gerarchia vuole.  Si rende pertanto urgente un'inversione di tendenza, che riprenda lo spirito e il dettato del Vaticano II sul popolo di Dio[1].

2. Recuperare la profezia nella religione a salvaguardia della fede stessa

Le indicazioni sulla religione in genere[2] additano oltre l'umano, ma non contro l'uomo e l'umano la tradizionale "categoria" del sacro e del divino. L'Essere Supremo con la funzione fondamentale paterna e materna oppure il dio costruttore e distruttore, collegato alla coppia fondamentale dio-bene dio-male, ma mai al di fuori di precise funzioni riconducibili all'organizzazione sociale, pur in alcune apparizioni politeistiche, oggi di nuovo in auge, sembra essere ancora alla base di una certa interna tensione della pluralità verso l'unicità di Dio. A fronte di ciò non si può negare un certo trend del religioso odierno (ma è veramente religioso?) verso una diffusa e sfuggente "religione senza Dio". È anch'esso un dato da studiare, tuttavia a noi sembra non  caratterizzare un'ambiguità del divino, ma piuttosto l'estenuazione, fino alla sua scomparsa, di uno dei poli fondamentali in gioco, l'oltre umano (l'Ulteriorità), a tutto vantaggio dell'umano, seppur vagamente divinizzato[3].

Riteniamo che la soluzione sia da cercare in una riconsiderazione della religione non più e non solo come realtà sacra e  statica, ma soprattutto come luogo dal quale ci si muove e verso cui si è continuamente incamminati. Solo quest'atteggiamento di fondo ci consente di recuperare la fede non nonostante la religione, ma nella religione.

Vale la pena riascoltare le parole di uno dei teologi ritenuti avversari della religione, a vantaggio della fede, K. Barth. Egli afferma espressamente che il suo giudizio  «non contiene una valutazione scientifica o filosofica derivante da qualche pregiudizio negativo circa l’essenza della religione. Essa non è diretta soltanto contro gli altri, con la loro religione, ma anche e soprattutto contro noi stessi che siamo seguaci della religione cristiana. Essa formula il giudizio della rivelazione divina su tutte le religioni»[4].

Non bisogna trascurare che la rivelazione dà un giudizio non solo sulle religioni, ma sulla stessa religione. Attraverso la profezia contesta non solo l'inanità degli idoli altrui, ma anche la vuotezza di un culto liturgico fine a se stesso e l'arroganza di un assolutismo religioso che sposta il baricentro della religione da Dio all'uomo sacralizzato, fosse anche investito della sua funzione di rappresentanza (cf., ad esempio la critica verso i re di Israele e quella di Gesù verso il tempio e le appropriazioni dei farisei e dei sacerdoti a proposito di Dio e della sua torah).

In realtà, da uno studio fenomenologico più accurato risulta che la profezia ed il profetismo non sono assenti nemmeno nelle altre religioni. Al contrario sono testimonianze di un'eccedenza dell'Ulteriore che è Dio rispetto alle forme religiose nella quali l'uomo lo immagina, lo adora e lo mitologizza. A cominciare dalle osservazioni critiche dei presocratici, si pensi a Senofane di Colofone, quanti sono stati  ritenuti e processati come negatori di Dio talora ne hanno solo difeso la sua incatturabilità nei nostri schemi di pensiero.

In definitiva, se come ormai più volte riconosciuto, le religioni sono vie attraverso le quali Dio rincorre gli uomini, sembra inevitabile ammettere che la profezia, nelle sue varie forme già inventariate, è un elemento costitutivo di esse. Quattro punti di Tillich mi sembrano particolarmente interessanti a riguardo. Sono:  1) Tutte le religioni contengono «forze di rivelazione e di salvezza»; 2) l'uomo le può ricevere solo nelle effettive condizioni di limitatezza in cui versa, dovute alla sua natura, cultura e storia; 3) ogni rivelazione contiene spazio sufficiente per una critica che può muovere da diverse angolazioni, ma che tende alla purificazione della religione stessa, che può cadere in deformazioni talora notevoli (la critica può essere di natura mistica, profetica o secolare); 4) la storia delle religioni può contenere un avvenimento centrale, partendo dal quale si rende possibile una »teologia universale»[5].

3. La fede o è continua ri-cerca o non è fede

Se tanto la rivelazione che salvezza sono concetti teologici di primaria grandezza e sono mai come oggi oggetto di studio e di dibattito, non si possono però ignorare due punti acquisiti e irreversibili del pensiero anche ufficiale: 1) la possibilità della salvezza anche al di fuori della chiesa cattolica istituzionale; b) il valore di preparazione, indicazione e concretezza storica effettiva dei logoi spermatikoi cioè dei semi del Verbo, presenti in culture e religioni, attraverso i quali, agisce, attraverso lo Spirito Santo, lo stesso Verbo, perché come afferma il prologo di Giovanni  «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

Pur con tutta l'accortezza teologica che non deve confondere la manifestazione storica e incarnatoria della rivelazione di Dio nel giudaismo-cristianesimo con queste altre «forze di rivelazione», come si esprimeva Tillich, non si può negare che esse sia effettivamente tali: comunicazione di Dio agli uomini che egli vuole salvare. Non per nulla non ci si salva senza fede, ma per avere la fede occorre pur rispondere ad un appello della Grazia e questa è appunto presente anche nelle altre religioni.

Per noi resta di fondamentale importanza che anche da questo punto di vista - vera sfida oggi - la fede resta una ricerca. È ricerca delle modalità migliori, purificate dalla profezia, per vivere il rapporto con Dio. È andare ancora e sempre alla ricerca di Dio, non pensando mai di averlo catturato. Dopo il battesimo e ogni celebrazione, dopo ogni anno giubilare, occorre ripartire da nuovo, cercare ancora Dio, che vuole essere cercato. Ecco il senso della ri-cerca, cioè della volontà di rincontrarlo, sapendo di non poterlo mai possedere.

Ma la fede è anche ricerca per altri due motivi, come impegno scientifico, che a partire dall'esperienza umana coglie le tracce della ricerca di Dio tra gli uomini e negli uomini e come fatica del credere. In questo senso è dialogo e rispetto, offerta di una visione tanto più attenta all'altro quanto più Dio è l'unica ricchezza e l'unica sicurezza. Una fede autentica e tenacemente ancorata a Dio non teme le altre religioni, perché è ancorata a lui e non a privilegi e a richieste di sconti o - peggio - a spartizioni di potere nella società stessa.

Se la chiesa riesce ad essere meno mondana riesce ad essere anche meno paurosa e più in dialogo con gli altri.

Infine la ricerca è postulata dalla stessa natura della fede, che, come dicevamo, esige la "ricerca teologica" non solo come riflessione seconda, ma come "controllo critico" tanto sulla religione, ogni qualvolta essa sconfini in superstizione, magia, isterismo o follia collettiva, che sulle istituzioni religiose, che non di rado dovendo gestire la struttura, o assolutizzano la struttura o dimenticano che la stessa fede non si impone  dall'esterno, ma si testimonia con l'essenzialità della vita, allo scopo di rendere più trasparente la nostra ricerca verso Dio e il Dio che è alla ricerca di ogni uomo.



[1] Cf. G. MAZZILLO, «L'eclissi della categoria "popolo di Dio"», in Rassegna di Teologia 36 (1995) pp. 553-587.

[2] Cf. anche le differenti classificazioni di Filoramo, Fuss, Rizzi, e le conclusioni alle quali ho personalmente lavorato con P. Coda negli Atti dell'ASSOCIAZIONE TEOLOGICA ITALIANA, Cristianesimo, religione, religioni. Unità e pluralismo dell'esperienza di Dio alle soglie del terzo millennio, (a cura di M. Aliotta), San Paolo, Cinisello Balsamo 1999.

[3] Cf. G. MAZZILLO, «Sulla definibilità delle religione», in Rassegna di Teologia 38 (1997) pp. 347-362.

[4] K. BARTH, Dogmatica ecclesiale. Antologia a cura di Helmut Gollwitzer, Dehoniane, Bologna, 1980, 47 [I/2,329].

[5] J. Vidal, «Tillich e Eliade», in Grande dizionario delle religioni, [a cura di P. Poupard], Cittadella - Piemme, Assisi - Casale Monferrato 1990,  2143-2146.