G. MAZZILLO

Per una Calabria «diversa»

Riferimenti storico-ecclesiali. [Pubblicato in La rivista del clero italiano 68 (1987/2) 100-116].

[Sintesi della rivista: Continua con questo intervento di don G. Mazzillo - docente al Seminario di Catanzaro - la riflessione sui problemi pastorali che coinvolgono in particolare le Chiese del Sud. Dopo la panoramica relativa alla situazione socio-religiosa (D. Pizzuti, Società e religione del Mezzogiorno, 1/1986, pp. 7-16) e una prima ricognizione della situazione ecclesiale (L. Pignatiello, Quale pastorale nel Mezzogiorno? 6/1986, pp. 418-427) è ora messo a fuoco il più specifico capitolo della Calabria.

Se gravi e in parte noti sono i problemi che segnano da tempo quelle terre, non appaiono assenti però fermenti di una vitalità civile e religiosa che conferiscono speranza. L’autore indugia soprattutto su questi, ripercorrendo con attenzione le tappe ecclesiali più significative dell’ultimo decennio. Non è solo la tenacia di molte comunità a colpire l'attenzione del lettore, tanto più che essa ci giunge raccontata da chi condivide con passione e amore le sorti della propria terra. Sono la qualità del cammino intrapreso e le prospettive che lo animano a mostrare dall’interno dove la vitalità della fede e il genuino amore per la gente calabrese possono far giungere la testimonianza delle comunità cristiane].

Una «Calabria diversa» non è uno slogan. Vogliamo una Calabria che sia innanzi tutto diversa da come spesso la si dipinge. Massimo Nava ha inaugurato una serie di articoli sulla Calabria, comparsi su «Il Corriere della Sera», scrivendo sulla prima pagina del quotidiano milanese e ripetendo più volte nel corso del suo articolo, pubblicato l'1.4.1986: «La Calabria non esiste». A spiegazione ha aggiunto: «Dire che oggi la Calabria forse non esiste non è un'immagine retorica. Non esiste come identità collettiva, come presenza fisica delle istituzioni, come dimensione della vita civile normale».

La Calabria non esiste?

La sua descrizione del degrado ambientale, morale e civile è impietosa. Tocca la latitanza dei mafiosi e l'inefficienza amministrativa a vari livelli, il clientelismo come strumento privilegiato per la sopravvivenza e l'esercizio del potere dei vari partiti. La Calabria diventa nelle parole di Nava «penoso scenario» e «isola d'infelicità». Secondo il giornalista una struttura che fa da tessuto connettivo in tanta disgregazione esiste, ma si tratta, di una specie di federazione di cosche mafiose, i cui capi gestiscono intere comunità. Nell'articolo del 3.4.1986 precisa le forme e l'estensione di tale potere, che va dalle feste religiose all'organizzazione del tempo libero, e aggiunge:

«Anche la Chiesa, da queste parti (l'articolo è mandato da Locri), risente di una tradizione che dà al termine 'ndrangheta' l'antico significato di 'uomo forte e valoroso'. I segnali di impegno civile sono ancora deboli, soprattutto nei piccoli centri dove non è arrivata l'eco di omelie antimafia pronunciate da qualche vescovo. La Chiesa in Calabria sembra andare di pari passo con la classe politica: tentativi ancora timidi ed incerti di voltare pagina».

L'analisi di Nava non trascura qualche elemento positivo, come la nuova sensibilità giovanile, che in Calabria ha cominciato a far sentire la sua voce contro la sudditanza mafiosa. Ma il bilancio del giornalista è in ogni caso pesantemente negativo. A mio modo di vedere, è tale non solo perché il marcio evidenziato è smisuratamente più grande dei segnali di cambiamento, ma soprattutto per il tono generale e per le reazioni logiche oltre che emotive, che una ricerca partita con il motto «la Calabria non esiste» suscita nei lettori, sia calabresi che non.

Non per campanilismo, né per dar sfogo a un orgoglio regionale ferito, sento il bisogno di reagire. Lo faccio perché quando si scrive della Calabria con termini che ingenerano più fatalismo e rassegnazione che volontà civica e politica per intervenire e cambiare la realtà, si fa, volenti o nolenti, la pseudopolitica del lamento, che è estremamente diseducativa e terribilmente nociva per la nostra gente.

Inoltre insieme con me vorrebbero che si prendesse sul serio e si analizzasse serenamente e criticamente il positivo esistente in Calabria anche in quei gruppi e quelle realtà di base ivi esistenti, che in vari modi lottano per una «Calabria diversa». Si tratta di realtà presenti su tutto il territorio regionale e che, pur nella diversità di provenienza e di configurazione morfologica, sono mosse da una comune ispirazione e agiscono nell'ambito di una progettualità comune: la costruzione di una pace in una terra di violenza e una realizzazione, quantunque lenta e tuttavia progressiva, di condizioni di effettiva giustizia e di partecipazione popolare in un contesto, che, seppure disgregato e disgregante, conosce pur sempre l'aggregazione semplice e povera, la solidarietà vissuta nel quotidiano, e che sfugge a un'osservazione superficiale, da parte di coloro che sono le vittime dell'inefficienza amministrativa e dei giochi dei poteri di coloro che contano.

La descrizione dei soggetti portatori di questo progetto è difficile da farsi. Non esiste infatti né un tesseramento, né un censimento completo di queste «realtà» che si possono chiamare «di base» perché lavorano con la gente che appartiene alla base, costituita da popolazioni rurali o cittadino-periferiche, giovani disoccupati oppure casalinghe, ex-emigrati o emigranti che ritornano nei paesi d'origine durante le vacanze, anziani oppure handicappati. Sono comunque tutti soggetti che hanno dei comuni punti di riferimento, quelli ai quali qui voglio accennare, e che sono non solo di carattere storico-culturale, ma anche di carattere ecclesiale. Recentemente numerosi rappresentanti di queste realtà si sono autoconvocati in un incontro regionale, che ha consentito una «messa a punto» delle comuni radici e della comune progettualità e uno scambio delle attuali esperienze in atto. L'incontro si è tenuto a Lamezia Terme il 12/13 aprile del 1986 e ha visto la partecipazione di un centinaio di rappresentanti.

In forza di comuni radici

Nell'incontro si è potuto ancora una volta affermare che se la Calabria sembra avere tutti i primati negativi, dei quali i mass-media parlano puntualmente, ha anche segni, modesti e tuttavia profondi, di maturazione culturale e civica, religiosa ed ecclesiale, che sono da incoraggiare, potenziare e far conoscere.

A noi che in Calabria viviamo e che la Calabria amiamo, essa appare non già «isola di infelicità», ma terra di solitudine, è vero, terra amara, eppure sempre amata, dove l'immagine del negativo sembra venire a stendere una cortina impenetrabile sul positivo e sui valori radicati nella storia e nella cultura del nostro popolo. E ancora, basta davvero l'aver fatto l'inventano dei mali antichi e recenti, dei limiti endemici e strutturali, delle storture provocate dall'invasione della pseudocultura del profitto e del consumismo, comuni purtroppo a tutte le regioni italiane e non solo italiane, per sentirsi la coscienza a posto? Può realmente bastare, dal momento che tutto ciò non tocca soltanto strutture anonime e inanimate, ma la vita di migliaia di uomini e donne, le loro speranze e gli atti di coraggio, e talora di eroismo, di molti di loro e tocca infine la stessa fatica del restare, lì dove dall'esterno non ci sono né gratificazioni, né incoraggiamenti? C'è solo, come andiamo dicendo da un decennio, la volontà di restare per cambiare, una volontà che è nello stesso tempo un lottare per restare e un restare per lottare.

Se siamo tutti un unico soggetto portatore di questo programma di vita, è perché tutti scegliamo di restare qui e adesso, non piegandoci né davanti alla mafia, né davanti a protettori e padrini, che mentre vogliono offrirti un posto di lavoro intendono estirparti l'anima, la dignità morale e la fierezza di sentirti uomo libero. Il nostro restare è sorretto dall'affetto umile profondo; dall'amore di tanti uomini e donne, che, pur semianalfabeti e modesti, hanno una grande ricchezza umana. Sono uomini e donne, con i quali lavoriamo, sono giovani e anziani, le cui parole e i cui gesti ci ricordano da vicino la freschezza del Vangelo.

Le nostre ragioni possono apparire sentimentali e persino non razionali; ma chi ha mai detto che la razionalità non abbia bisogno del sentirsi capiti e discretamente sorretti e amati dai tanti, che qui in Calabria non sono gli artefici, ma le vittime del degrado, non i mandanti, né gli emissari della mafia, ma coloro ai quali la mafia ha ucciso fratelli e amici, ma non la loro anima, non il loro mondo, né le loro speranze, anche se vanno ancora avanti come coloro che avanzano contro ogni speranza?

Per fedeltà ai nostri morti e alle lacrime delle vedove e dei figli delle vittime della mafia e per fedeltà all'amore forte e tenace dei nostri vecchi, noi pensiamo che si debba restare e fare ogni sforzo per cambiare, ancora oggi, soprattutto oggi che scopriamo che la nostra regione è sottoposta a spinte contrastanti, che possiamo sintetizzare in queste due forze: l'innovazione sradicante e il ripetitivismo alienante. Ma tra questi due meccanismi, che costituiscono una nuova sintesi, favorita, alimentata e sfruttata ad arte, sono da recepire entità culturali, ecclesiali, sociali che, aprendosi un varco tra queste due forze, indicano la strada con piccoli segnali; sono minoranze irriducibili, quasi staffette profetiche di un futuro qualitativamente nuovo per la nostra terra. Da questi segni oggi intendiamo ripartire, facendo memoria storica di alcuni punti luminosi, che in questi dieci anni sono stati per noi di incoraggiamento e di guida, nonostante alcuni limiti, comprendendo i quali, con l'autocorrezione indispensabile alla maturazione, potremo rimetterci in marcia per una nuova Route di pace per le nostre strade di Calabria.

Ripensando a ritroso al cammino già fatto, ripercorriamo le tappe più significative per noi e per quanti vogliono una Calabria diversa, distinguendo fra momenti che puntualizziamo in altrettanti paragrafi.

La riscoperta del popolo come soggetto storico

«Troppo spesso la parola 'pace' l'hanno usata i potenti. Nella loro bocca ha un significato equivoco. E necessario ricercare una pace che parta dal popolo, che veda protagonisti tutti coloro che hanno fame e sete della giustizia, che sono oppressi e divisi, sfruttati e derisi». Ricordiamo ancora queste parole della «Lettera ai costruttori di pace», scritta in occasione dell'incontro internazionale di Pax Christi, tenutosi in Calabria il 1977 e che ebbe come logica continuità un secondo incontro nell'anno successivo. In quella lettera il «popolo» non è un'idea astratta, né è il risultato del ripensamento teorico del soggetto storico calabrese. La lettera nasceva dall'esperienza di una condivisione e di un legame autentico con la gente del popolo. Si trattava di quelle persone concrete che avevamo incontrato nelle realtà locali che ci ospitarono e che sono di una grande ricchezza umana, anche se economicamente povere e di una cultura scolare non elevata. Il popolo dei poveri era davanti ai nostri occhi come una realtà con la quale avevamo camminato insieme e con la quale giuravamo di camminare insieme anche per il futuro. Erano comunità montane o marine isolate o sottoposte a cambiamenti socio-ambientali violenti oppure comunità nuove, dove i crocifissi di questa nostra terra, i giovani handicappati o gli emarginati, i disoccupati o coloro che erano rientrati tristi e ammalati dall'emigrazione, avevano deciso finalmente di mettersi insieme per vivere l'avventura di un progetto comune, la speranza di non dover essere gli eterni deportati.

Il popolo di questi poveri è, per noi credenti, porzione privilegiata del «popolo di Dio». Con loro abbiamo celebrato la fede non solo nelle chiese variopinte o scalcinate dei nostri paesi, ma anche nella convivialità e nella festa, nei dialoghi e nell'ascolto di una sapienza che non di rado parla con poche frasi e con lunghi silenzi. In questo modo abbiamo afferrato la consistenza di una verità che allora era passata da poco dalla Sacra Scrittura alle pagine del Concilio: gli uomini di buona volontà tutti, e i poveri in particolare, sono il popolo di Dio, perché in diversi modi ad esso si riferiscono e con esso sono collegati.

Alle sorgenti di un'ecclesialità impastata di sofferenza e di amore, di fedeltà e di tenacia, anche se non priva di contraddizioni e di tensioni, noi abbiamo ritenuto e riteniamo ancora possibile un progetto, la cui realizzazione sfugge ai nostri calcoli, ma che tuttavia bisogna perseguire con coraggio: il progetto di una costruzione di una pace, che superi ogni ingiustizia e sfruttamento. Si tratta di una pace che si costruisce nell'anonimato e nel silenzio e che conosce il sapore della solitudine, ma non quello dell'infelicità; conosce il peso della fatica e tuttavia da questa non resta mai schiacciata, comincia a conoscere la gioia e l'efficacia del lavorare insieme, in una terra dove, per tante ragioni, si prega e si lavora, si progetta e si cade da soli. Superando tale isolamento si può parlare di «formiche, migliaia di formiche», che con la loro costanza, tenacia e organizzazione povera, eppure efficiente, riusciranno a creare spazi nuovi di libertà e di pace, sgombrando il terreno dalle piante nocive che succhiano le nostre risorse: la mafia, il clientelismo, le dipendenze di vario genere, il controllo sociale e, oggi, il diffondersi di nuove mode consumistiche, modelli di falso sviluppo, che promuovono solo competitività e violenza, corsa al lusso e obbligo di vivere al di sopra delle proprie risorse.

Una progettualità comune

La riscoperta del popolo come soggetto storico comporta la necessità di una progettualità comune. Dal punto di vista teologico si tratta del progetto di Dio proteso alla realizzazione di un Regno che ha le caratteristiche predicate e praticate da Gesù. È il progetto del popolo delle Beatitudini, dove la pace è coniugata con una giustizia secondo il cuore di Dio. È il regno che realizza la liberazione degli oppressi, l'annuncio del Vangelo ai poveri, la preferenza per i derelitti. Entrare in questo progetto è fare storia. La storia è iniziata ed è sorretta e accompagnata da Dio, perché è e rimane storia della salvezza. I pensieri di Dio sono «pensieri di pace», la sua volontà si deve compiere, il suo progetto si deve assecondare. Eppure tutto questo è affidato anche alla nostra preghiera, alle nostre mani, al nostro cuore. Non per nulla Gesù ci fa pregare perché venga il Regno e la volontà del Padre si compia. Perciò Gesù chiama beati gli operatori di pace, gli assetati e affamati per la giustizia, i miti e i mansueti, i perseguitati per la stessa causa.

Entrare nel progetto di Dio non è facoltativo per noi cristiani. È indispensabile. La progettualità del Regno passa trasversalmente alla nostra progettualità. Il popolo di Dio, popolo che vive le Beatitudini, non può cessare di interrogarsi, come deve farlo chiunque voglia un mondo diverso: «Per chi cerchiamo, a favore di quale progetto lavoriamo?».

Furono queste domande, riproposte nella Route internazionale di Pax Christi nel 1978, a mettere in moto nuove esperienze di educazione popolare, a convogliare sforzi di singoli per un cammino di pace, a far nascere anche in Calabria gruppi impegnati per la pace. In questo nuovo orizzonte di comprensione della storia e del proprio cammino esistenziale, sono stati in molti anche in Calabria a decidere di frequentare una facoltà universitaria anziché un'altra, a scegliere di restare nella nostra regione, anche se ciò precludeva loro altre strade, che promettevano più soldi e più successo.

Rifacendosi queste stesse domande, altri hanno tentato di allontanarsi temporaneamente per una qualificazione, in vista di un rientro a breve termine, per poter dare proprio in Calabria il meglio di sé. Altri ancora hanno iniziato un'opera di effettiva promozione culturale delle categorie più emarginate, con l'apertura di scuole popolari, di centri sociali e con iniziative promozionali di vario genere.

Certamente queste stesse domande sono sottintese in tante altre esperienze, dove, o nell'anonimato o sotto altre denominazioni, si persegue lo stesso obiettivo della costruzione di una pace che abbia come soggetto il popolo. Dalla fine degli anni settanta ad oggi non sono mancati in Calabria gruppi, comunità, o almeno tentativi che si sono cimentati con questo programma: «la pace non è solo un compito di politica internazionale, la si costruisce anche là dove un quartiere diventa partecipazione di popolo, là dove persone - handicappate e non - si adoperano per uno stesso progetto, là dove un paese isolato diventa comunità, là dove vivere un segno di fede e di Chiesa significa un cambiamento di rapporti tra la gente e la volontà che per tutti ci sia posto ad una più grande festa» (Messaggio ai Costruttori di pace, del 1978).

La visione d'insieme era certamente di grande respiro. Si viveva ancora la freschezza del Concilio e termini quali «comunità», «popolo di Dio», «impegno storico», «pluralismo» costituivano non solo un sistema di coordinate, in base al quale ci si orientava con immediatezza, ma non conoscevano ancora il logoramento delle distinzioni e precisazioni, delimitazioni e chiarificazioni successive, con le quali molte realtà ecclesiali cominciarono a definirsi, allontanandosi non solo le une dalle altre, ma perdendo di vista proprio quello sguardo d'insieme dal quale erano stati generati.

Un convegno importante

Nell'ottobre dello stesso 1978 ci fu in Calabria un avvenimento ecclesiale di notevole importanza: il primo convegno regionale ecclesiale postconciliare (non ce ne era stato uno simile dal 1896). La Chiesa calabrese s'interrogò su «le vie dell'evangelizzazione in Calabria», a Paola, dal 28.10 all' 1.11. Evangelizzazione e promozione umana costituiva il binomio nel quale rientrava la progettualità conciliare di un rinnovamento dell'intera Chiesa italiana, un appuntamento al quale la Calabria non voleva mancare. Riprendendo concetti acquisiti dal magistero ufficiale, si sentì ribadire dai nostri vescovi: «Non esiste opposizione né separazione, ma complementarità tra evangelizzazione e progresso umano... l'agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come una dimensione integrante della predicazione del Vangelo» (Discorso di apertura di mons. Sorrentino, in Le vie dell'evangelizazione in Calabria, Dehoniane, Napoli 1980, p. 18).

Si precisò in quello stesso convegno il soggetto dell'evangelizzazione, che fu identificato nella comunità, la cui rilevanza teologica fu espressa attraverso la terminologia conciliare di «popolo di Dio», un popolo tanto vicino a quel popolo della pace, di cui si era parlato nelle nostre Routes internazionali. Al punto che mons. Antonio Cantisani, nelle sue prime conclusioni sul convegno, disse: «Parlando di Chiesa come comunione, penso che è anche necessario parlare di comunione a livello regionale. E il nostro convegno è particolarmente importante proprio perché regionale... C'è di più, però. Non si potrà mai avere la liberazione della Calabria da ogni forma di sottosviluppo, dalle violenze occulte e non, se non siamo uniti, se non siamo un “noi” ... se non siamo veramente popolo, perché è il popolo il vero protagonista della storia. E significativo che mentre si svolgeva il nostro convegno, 30.000 calabresi sfilavano per le vie di Roma per chiedere giustizia: tutta la nostra Chiesa era lì presente» (ivi, p. 216).

Il convegno di Paola ha avuto il grande merito di aver tentato un modo nuovo di incontrarsi, di discutere, di guardare il futuro. Si trattava sicuramente di una strada ardua, alla quale non eravamo né abituati né preparati. Tuttavia fu un gesto coraggioso, al quale speriamo possa seguire qualche altro, della stessa portata, anche se da Paola in poi non sono mancati altri incontri ecclesiali diocesani o interdiocesani. A noi sembrò un'occasione utilissima per prendere coscienza della.nostra realtà di Chiesa che vive in Calabria e per fare il punto sulla nostra situazione.

Sembrò il convegno che più di ogni altro avesse recepito e rilanciato a livello regionale contenuti teologici e itinerari ecclesiali di grandissima attualità. Per lo meno fu un tentativo serio di un progetto ecclesiale d'insieme, prima ancora della diocesanizzazione forse eccessiva di questi anni e della specializzazione dei vari gruppi e movimenti, che di lì a poco si andarono sempre più estendendo. Essi hanno dato luogo ad una molteplicità e diversificazione, che, se spesso sono salutate come una benedizione per la Chiesa, non sono l'ottimale per un progetto pastorale globale, che non può non rifarsi a scelte comuni e decisioni da realizzare insieme. Oggi invece ogni movimento ci sembra abbia le sue priorità che sono decise altrove, sia per le impostazioni generali che per le scelte particolari. Non di rado succede che i gruppi e anche i «loro» presbiteri abbiano progetti e responsabili che godono di una sorta di extraterritorialità. A questo limite è da aggiungere l'altro, che non è esagerato chiamare specializzazione liturgica e cultuale, che appare restia a cogliere il popolo di Dio come realtà storica e come soggetto culturale-politico, oltre che ecclesiale, vale a dire come soggetto concreto che s'incarna e vive in un determinato contesto locale.

Quanto ai contenuti, il convegno di Paola non lascia adito a dubbi. Essi vanno nella direzione della storicizzazione dell'atto di fede come progettualità liberante. Si chiamano conciliarità come prassi nuova nella gestione comunionale della Chiesa; primato dell'evangelizzazione, nella quale rientra la promozione umana; comunionalità come riferimento costante per ogni gruppo o attività settoriale; povertà come stile evangelico capace di farci rinunciare a forme di privilegio o a mezzi imponenti che offuscano l'annuncio. In ogni caso la Chiesa di Calabria sente di dover fare, di poter fare, una scelta che la vede accanto agli emarginati e ai senza voce, le fa prendere a cuore il destino degli umili e degli indifesi.

Tra denuncia profetica e annuncio testimoniale

In coerenza con le premesse già poste, la Chiesa di Dio che vive in Calabria ha pensato al suo impegno per una evangelizzazione liberante secondo queste parole, che si trovano nella relazione finale del gruppo di studio «Fede e impegno politico»:

«È stata riconosciuta la necessità di una costante azione di denuncia profetica della Chiesa, più coraggiosa e più incisiva: questa diffusa esigenza rende evidente come le Chiese locali in tutte le loro componenti, debbano disporsi a riassumere un atteggiamento di servizio e di distacco da compromessi con il potere. Tali considerazioni sono state accompagnate dal riconoscimento della vigile presenza dell'episcopato calabro sui principali problemi emergenti nella regione (mafia, lavoro, emigrazione)» (ivi, p. 208).

La denuncia profetica non è mancata negli anni successivi al convegno di Paola. Del resto, era in continuità con quanto si era fatto anche precedentemente. L'idea di un soggetto storico, che inglobi il popolo e la Chiesa di Calabria in quest'azione di denuncia, fa da sfondo al vibrante messaggio dell'episcopato calabro del 25.11.1979.

Vi si legge un caloroso richiamo al convegno dell'anno precedente:

«Mentre... nel santuario del più grande santo della Calabria centinaia di calabresi celebravano la nostra speranza e fiducia in Dio e nelle nostre capacità per una storia diversa, migliaia di nostri fratelli, a Roma, denunciavano la nostra delusione per la mancata soluzione dei nostri antichi problemi... Siamo usciti tutti rafforzati nella fede e nella speranza e col rinnovato impegno ad adoperarci a sanare antiche ferite, a superare dannose divisioni, a costruire una società nuova e a misura dell'uomo» (Questa citazione e quelle seguenti sono tratte dal Messaggio alle comunità cristiane della Calabria, in CEC, Supplemento al Bollettino ecclesiastico diocesano, 2, luglio-dicembre 1979, 65-66).

Segue una serie di effettive denunce. La prima riguarda la mafia,

«cancro esiziale e soprastruttura parassitaria che rode la nostra compagine ecclesiale; succhia con i taglieggiamenti il frutto di onesto lavoro; dissolve i gangli della vita civile; con sequestri, che non risparmiano più nemmeno le donne e i bambini, e con uccisioni cinicamente consumate, irride e calpesta i valori più alti e gli affetti più sacri della vita».

Una delle cause della persistenza e del peggioramento della mafia è ravvisata nella disoccupazione, sacca di miseria e di disperazione, sicché si può affermare:

«questo terribile male trova i suoi adepti tra i molti giovani parcheggiati nella disoccupazione e nel precariato».

All'analisi fa seguito un appello etico, che non giustifica nessun assenteismo:

«In un contesto povero come quello calabrese ogni pigrizia e ogni inadempienza a questo riguardo è colpa grave e, socialmente, un gravissimo errore. Il grido di chi è oppresso dalle ingiustizie e le lacrime di quanti soffrono o si trovano nel bisogno vanno considerati e compresi, prima che diventino esasperazione e minaccia di ribellione».

Infine sono coraggiosamente elencate le cause che impediscono la pace sociale. Esse «provengono dalle ingiustizie, dalle troppe disparità economiche e dal ritardo con. cui si portano i necessari rimedi». Ma provengono anche da «un malcostume che porta allo sperpero del pubblico denaro e alla discriminazione nei confronti delle libere iniziative». Viene inoltre nominato quello classico, diventato ormai favola nazionale, ma che non riguarda solo la Calabria: il «perdurante sistema clientelare nell'assegnazione dei contributi, del resto assolutamente insufficienti anche per i gravosi prelievi stabiliti dalla legge».

La direzione indicata nel messaggio citato può costituire la strada maestra sulla quale non solo i nostri gruppi e le nostre realtà di base impegnate nell'educazione popolare devono camminare, vi deve camminare l'intera Chiesa calabrese, sia per fedeltà alla Parola di Dio, che per fedeltà a quella terra nella quale vive. La denuncia profetica richiede anche un annuncio testimoniale, da vivere non solo a livello personale, ma anche a livello comunitario. Con coraggio dobbiamo tuttavia chiederci fino a che punto questo binomio sia diventato prassi nelle nostre parrocchie e nelle nostre scelte di vita ecclesiale e individuale.

Fino a che punto essere operatori di pace ed essere facitori di giustizia sia recepito non già come un compito di specializzazione di un movimento tra gli altri, ma costituisca una dimensione essenziale del nostro essere Chiesa qui e adesso. Ci domandiamo in che misura e con quale estensione abbiamo instaurato una prassi di pace che abbia come protagonista quel popolo tanto deriso, disingannato e oppresso, al quale vanno le attenzioni di Dio, che ama il suo popolo e predilige i poveri e gli indifesi, facendosene vindice e liberatore.

La Chiesa di Calabria nel suo insieme, vale a dire in tutte le sue componenti, sembra non aver ancora tradotto nella prassi della sua ferialità e nella costanza della sua quotidianità la centralità, l'urgenza e l'improrogabilità di questa scelta, che è ben chiara nei documenti e in molte affermazioni di principio. La nostra Chiesa per poter liberare deve ancora liberarsi di alcuni fardelli, che non sono solo privilegi e compromessi di potere, come coraggiosamente si riconosceva a Paola, ma anche pregiudizi e tendenze, di nuova acquisizione, che privilegiano troppo unilateralmente, ci sembra, aspetti liturgici o spirituali oppure forme di neocollateralismo a partiti e strutture «cattoliche». Se il vero problema è focalizzare la storicità del popolo di Dio che vive in Calabria, sembrano ugualmente sfasate sia la tendenza ad esaurire tutta la prassi cristiana in forme di preghiera comunitaria o privata, sia quella contrapposta ad essa, che, volendo a tutti i costi creare, ampliare e gestire una cultura cattolica, si ritrova alla fine ad essere non più sorella, né amica degli uomini e delle varie forme associative che essi si son dati, ma sempre e unicamente loro concorrente e rivale.

Rimeditando la lezione del Concilio, ripensando alle intuizioni di Paola e alla luce delle esperienze raccolte a Lamezia, riteniamo che un'inversione di tendenza sia ancora possibile. Per poterla effettuare, occorre ripartire dalla storicità del popolo di Dio, dal suo incarnarsi nella realtà del nostro popolo, nella nostra situazione di «Sud del Sud».

Cammino di liberazione

Concludendo il convegno di Paola, mons. A. Cantisani indicava in Francesco di Paola un modello di vita e di prassi di servizio e di difesa dei poveri e dei deboli. La nostra Chiesa calabrese può essere fedele a questo modello nella misura in cui si converte continuamente a ciò che essa è nella sua natura più profonda: Chiesa di Cristo. Da questa premessa si muove anche la Proposta di linee pastorali in vista degli anni novanta, venuta al termine dell'interessante Convegno regionale dei giovani, che si è tenuto a Vibo Valentia, per iniziativa della Conferenza episcopale calabra, dal 28.2. al 5.3.1985.

Cercando di tratteggiare le caratteristiche di una Chiesa che in Calabria realizzi la riconciliazione cristiana insieme alla comunità degli uomini e nella comunità degli uomini, i giovani calabresi le indicavano in una Chiesa che è se stessa: che ha Cristo come centro, via e meta del suo cammino; che è popolo di Dio: che non si apparta dalla storia, né si separa da essa, ma sceglie l'uomo come sua strada; che non sfugge la società, ma nemmeno si esaurisce in essa, perché si pone profeticamente come lievito nella massa e sale della terra; che vive della Parola di Dio, rifiutando ogni compromesso ed essendo coraggiosa davanti ai potenti. Nel documento conclusivo si indicano anche le condizioni per realizzare il progetto della pace in Calabria. Sono la conoscenza non approssimativa, ma seria e approfondita, dei meccanismi sociali che producono dipendenza e arretratezza; le scelte in prima persona, che fanno passare dal lamento alla progettualità, dalla protesta individuale all'azione solidale, dalla genericità alla puntuale identificazione di ogni forma di violenza che attenti alla vita.

La proposta di Vibo Valentia è chiara e decisa. Riprende quasi testualmente alcuni punti della prima Lettera ai costruttori di pace, già citata. Il progetto della pace in Calabria assume i connotati di un progetto di educazione popolare, che passa attraverso un'opera di informazione e di formazione non solo degli animatori, ma anche delle realtà umane nelle quali essi operano. Ciò significa prendere sul serio il popolo, perché non si vuole semplicemente camminare davanti ad esso, né al di sopra o al di fuori di esso, ma si vuole camminare con il popolo. Questa scelta viene sostenuta teologicamente dall'idea del popolo di Dio, che, come realtà itinerante, viene descritto anche nel Convegno della Chiesa italiana a Loreto, mentre è intento a «seguire Gesù Cristo e a vivere di lui, crocifisso, risorto e vivo per riconciliare pienamente gli uomini con se stessi, tra di loro e con Dio» (Nota pastorale della CEI, 7.6.1985, n. 2). Con altre parole, anche a Loreto è descritta la realtà della liberazione nella sua duplice componente di liberazione da ogni violenza e oppressione e di liberazione per la realizzazione della giustizia, secondo un progetto di pace. La Chiesa

«viene così a sentirsi partecipe di tutti i frammenti di umanità, in questa società italiana che porta ancora le ferite di tanta violenza, non solo di quella terroristica e delinquenziale, ma anche della violenza dei poteri occulti, della sempre possibile violenza culturale sui poveri, della violenza emarginante» (ivi, n. 38).

Le indicazioni di Loreto sono chiaramente per tutta la Chiesa italiana. Vengono qui riportate perché confermano in maniera sorprendente il discorso che si è fatto finora, limitatamente alla nostra regione. Se l'esperienza di Loreto è stata vissuta come evento di pace, della pace si dà una descrizione in termini di dialogo e di servizio, un

«servizio riconciliato con la gente, ministero che si dirige a tutti, non solo a gruppi ristretti; ministero che ama la gente povera, ministero che è partecipazione alla storia delle persone, capacità di ascoltare e insieme di aiutare tutti ad ascoltare, per far crescere nella vita e nella responsabilità; ministero che sa parlare il linguaggio che parla la gente, secondo una destinazione popolare della misericordia e della pedagogia di Dio» (ivi, n. 22).

Viene confermata, a livello più ampio, la validità del nostro progetto e di quella prassi ecclesiale che occorre intensificare in Calabria. Si indica chiaramente una via di liberazione autentica e integrale. Autentica perché fondata su Cristo e sulla sua redenzione; integrale perché non isola elementi settoriali, siano essi economici, che spirituali, ma considera il peccato e la grazia, la violenza e la riconciliazione nella loro complessità e pregnanza teologica e quindi esistenziale e sociale.

Il convegno di Vibo Valentia, che cronologicamente si era celebrato prima di quello di Loreto, ha anticipato, come si può vedere da questi brevi richiami, tematiche e orientamenti che vanno al di là della Calabria. A nostra volta, ci sentiamo confortati e confermati nei nostri propositi, con i quali vogliamo assecondare un cammino di liberazione che è in vista di una pace strettamente collegata con la realizzazione della giustizia, in una terra che ha conosciuto e conosce tante forme di ingiustizia.

In questo progetto ampio e complessivo, ma anche preciso e ben finalizzato, ritroviamo noi stessi. Ritroviamo le nostre radici, che sono nella nostra gente povera eppure credente, mortificata eppure capace di gesti di tenerezza e di gratuità. La liberazione è anche per noi integrale, perché sappiamo di avere un anima, della quale il diffondersi di miti efficientistici, economicisti e consumistici rischia di privarci. In questa nostra anima calabrese ritroviamo la nostra tenacia e il nostro silenzio, la nostra meditazione sul senso della vita e della morte, il nostro andare avanti tra poveri, la forza di continuare ad amare e lottare, fosse anche il lottare contro ogni speranza.