Giovanni Mazzillo
Vivere nella città costruendo la convivialità. Fondamenti biblico-teologici  (Acquavona 29-08-03)

1.  La citta di Caino e la comunità di Abele[1]

1.1. Violenza e  impossibilità di comunicare

Gen 4,17: «Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio».

«Poi...» e prima?:  eliminazione di Abele - il segno della protezione di Dio - esilio nel paese di Nod (terra di quanti non hanno patria?). Delitto - paura - autoesilio - bisogno di una città a propria misura.

«Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette».

Lamech erede di Caino parla alle mogli con la (presunta) onnipotenza del violento:  «Ada e Zilla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamech, porgete l'orecchio al mio dire: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido» (Gen 4,23). Inoltre la violenza si autogiustifica: «sette volte Caino, settantasette Lamech».

C’è una sorta di patto di sangue (di natura mafiosa): il sangue degli altri che sarà versato per un nonnulla.

È un patto generatore di violenza e pertanto di morte. La spirale sembra: sopraffazione con l’appiglio di una minuzia - difesa violenta di sé e del proprio clan - considerazione dell’altro come nemico.

Caino è visto come fondatore di “civiltà”, essendo   l'antenato  degli  allevatori,  dei musicisti, dei fabbri e forse delle “figlie del piacere” (Naama = la bella o amata) cf. v 22). La città è considerata negativamente da questo brano attribuito alla tradizione jahvista, così come quello  della torre di Babele (Gen 11,1-9 ).         

«Dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”» (Gen  11,4). La città di Caino nasce dalla ribellione ed è espressione di arroganza.

1. 2. Abele fondatore di comunità

1.2.1. «Ecclesia ab Abel» (espressione di alcuni antichi padri della chiesa) Chiesa da Adamo o chiesa da Abele?

“Il sangue di Abele ancora parla” (Eb 11,4: «Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora»).

Abele prefigura Cristo, e il suo patto nel sangue versato per gli altri (Eb 12,22.24: «Vi siete accostati ... alla città del Dio vivente, al  Mediatore  della  Nuova  Alleanza  e  al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele»; Mc 14, 24 «[Gesù]  disse:  “Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti”».

1.2.2.  Una città decentrata da se stessa

«Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa  e all'assemblea dei  primogeniti iscritti nel cielo ... al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12, 22-24).

La città terrena (che pur era Gerusalemme) è stata tuttavia la città dalla quale Gesù è stato estromesso, essendo morto fuori di essa, pertanto «Usciamo dunque anche noi dall'accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13,13-14).  Siamo infatti cittadini del cielo, più che della città.

1.3.  Città a misura dell’uomo perchè secondo il progetto di Dio

E che cosa ne è della città terrena? Dobbiamo rinunciare a viverci dentro o a costruirla? Certamente no, ma dobbiamo tener presenti alcuni principi importanti.

Oltre a quelli già evidenziati, occorre:

- Praticare la correzione fraterna e perdonarsi fino a settanta volte sette:

       «Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano ... Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18.15-17.21-22).     

- Costruire in armonia con il progetto di Dio, progetto di pace e di giusta convivenza tra gli uomini: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode» (Sal 127,1).

- Costruire sulla roccia di una fede praticata nella solidarietà e non sulla verbosità di una fede declamata (cfr. le due case in Mt 7,24-27).

-  Ricostruire anche in tempo di devastazione e di esilio. Ger 29,7: lavorare per la pace persino del luogo di deportazione, perché Dio coltiva per tutti progetti di pace: «perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi - dice il Signore - cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso - dice il Signore - vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto condurre in esilio» (Ger 29,14).

- Avere come modello la città definitiva dell’Apocalisse: «Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: « Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apc 22, 1-4) [Dio sole della città - consolazione degli uomini - novità di ogni cosa].

2. Paternità di Dio e fratellanza degli uomini e dei popoli

2.1. In Dio nessuno può vantare privilegi sugli altri

Possiamo prendere l’avvio di questo segmento di riflessione biblico-teologica da un’affermazione biblica che ripetutamente asserisce che Dio non accetta regali (2Cr 19,7). Nessuno può corromperlo e lo stesso deve essere di chi è vincolato a lui da un patto d’amicizia[2]. Egli non mostra alcuna parzialità interessata e cosi devono fare i giudici del suo popolo, giacché «il regalo acceca gli occhi dei saggi e corrompe le parole dei giusti. La giustizia e solo la giustizia seguirai» (Dt 16,19-20). Pertanto nessun potente può essere preferito a danno del povero (Lv 19,15)[3].

Occorre chiarire subito che tale imparzialità non può essere intesa in alcun modo come equidistanza simmetrica tra uomini e popoli. Nella Bibbia la giustizia di Dio, proprio perché di Dio e non di uomini, mira al ristabilimento di quell’ordine primordiale che ci vuole tutti uguali e che è stato compromesso dall’ingiustizia umana. Infatti «il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali» (Dt 10,17) è presentato subito dopo come il Dio che «rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10,18). Si fonda ora qui la nostra indiscussa e indiscutibile contrarietà a ogni provvedimento teso a favorire, anche indirettamente, discriminazione, disprezzo e rifiuto degli stranieri e di ogni altro essere umano indifeso. Si fonda sostanzialmente sulla parola di Dio che prescrive: «Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto» (Dt 18,19).

Quest’assunto, che collega la magnanimità di Dio con l’esperienza personale dell’esilio, diventa un vero e proprio ritornello nei libri profetici e sapienziali. A difesa degli stranieri e degli infelici si erge continuamente colui che attesta:

«Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa» (Is 41,10).

Se volessimo trovare conferme concrete a tali affermazioni di principio, non dovemmo cercare a lungo. Quel Dio che non «guarda in faccia alle persone» ed è amorevole verso i piccoli è Gesù (Mc 12,14), coerente con ciò che di Dio in generale afferma anche la nuova alleanza. Anche lui non è intimorito dalle persone importanti e annuncia la liberazione degli oppressi. Ciò vale davanti agli uomini del mondo come davanti alle autorità della stessa chiesa[4].

Fatti questi doverosi riferimenti, possiamo senz’altro affermare che l’agire di Dio diventa chiaramente indicativo della prassi umana. La doppia motivazione è costituita dallo stato di pellegrinaggio sulla terra e dall’infinita gratuità di Dio. Da lui proviene ogni cosa: singoli e popoli, uomini dispersi o radunati in una comunità, popolo dell’antica alleanza e chiesa di Cristo sono tutti opera del suo amore. Tale riferimento all’amore ci apre uno squarcio sull’accoglienza, come atto primordiale di Dio comunicato anche ai suoi figli. È molto di più della pura e semplice accettazione. Nei suoi sinonimi, l’accoglienza sembra percorrere le vie dell’amore. Vale in un doppio senso di marcia: siamo infatti chiamati ad accogliere l’altro, in quanto e come riverbero del fatto che siamo continuamente accolti da Dio. Tutto ciò merita almeno un rapido approfondimento, perché è collegato a temi sicuramente centrali della teologia biblica. Innanzi tutto l’accoglienza come opera di creazione continua.

2.2. Dio ci accoglie continuamente

Il tema dell’accoglienza appare in definitiva ben presente nella Bibbia. Il primo ad essere accogliente è Dio. La sua accoglienza significa innanzi tutto gradimento. Oltre ad “accogliere” la creazione come opera buona, egli accoglie il sacrificio di Abele. Il suo sacrificio è a lui ben accetto perché gli è gradito il suo comportamento. Il contrario succede con Caino, preda della sua invidia e della malvagità (Gen 4,-4-7). La Bibbia parla ancora dell’accoglienza dei genitori di Sansone, nei confronti del messaggero di Dio che preannunciava il dono di un figlio, con tutto il suo futuro (cf. Gdc 13,8-25). Ma ciò avviene perché Dio per primo ha accolto, come sempre egli fa, l’invocazione di quanti si rivolgono a lui come unico sostegno. Ne sono un esempio l’accorata preghiera di Agar che sta vedendo morire il suo piccolo nel deserto (Gen 16,11), le invocazioni di tutti i poveri che si levano verso il cielo in ogni momento della storia e anche oltre di essa, come narra l’autore dell’Apocalisse a proposito delle invocazioni dei martiri (Ap 21,4). Tale accoglienza della sofferta invocazione di chi soffre è confermata dalla lapidaria affermazione di Gesù, che assicura: «E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente» (Lc 18,7-8a).

C’e una decisa conferma di tale accoglienza dei miseri da parte di Dio in tutti i profeti. Insieme con il libro dei Salmi quelli profetici presentano Dio come colui che gradisce l’agire e l’invocare dei poveri, perché è un sicuro riparo per l'oppresso (Sal 9,10). In realtà «la salvezza dei giusti viene dal Signore nel tempo dell'angoscia è loro difesa» (Sal 37,39)

Il gradimento di Dio delle sue creature, in primo luogo di quanti si curano degli altri come lui, si può ben riassumere con l’affermazione di Paolo che collega l’avvento del regno con la sequela di Gesù:

«Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini» (Rm 14,17-18).

In ciò si riprende il senso di quanto già asserito sui costruttori di pace, chiamati figli di Dio. Chi costruisce quotidianamente la pace compie lo steso atto di accoglienza continua di Dio.

3.         L’adorazione di Dio come capacità di accoglienza

3.1. In Dio siamo imparentati con tutti e perciò nessuno è straniero

Collegato al tema dell’accoglienza come gradimento di Dio e come realizzazione della sua opera di pace, c’è nella Bibbia quello dell’ospitalità. Chi è ospitale verso il forestiero è da lui benedetto. Nel libro della genesi, oltre ad Abramo che accoglie Dio sotto la quercia di Mamre (Gen 18,1-8), ne è un esempio Rebecca, che accoglie Isacco e così realizza un momento determinante della storia della salvezza. La sua accoglienza è anche il mezzo attraverso il quale le comuni radici sono ritrovate in Dio (Gen 24,18-20). Tra Labano e Giacobbe, l’accoglienza, quando è praticata, fa riandare alla accettazione della prima coppia umana, sicché anche tra parenti si può affermare: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!» (Gen 29,14). Lo stesso dinamismo è in atto tra Giuseppe e i suoi fratelli (cf. Gen 43,16).

Non mancano casi di accoglienza drammatica e toccante, fino alle lacrime e alla relativizzazione della morte. Così nel vecchio Giacobbe per la prima alleanza e nell’anziano Simeone per il vangelo. Il primo dichiara a Giuseppe ritrovato: «Posso anche morire, questa volta, dopo aver visto la tua faccia, perché sei ancora vivo» (Gen 46,30); l’altro, stringendo Gesù tra le braccia, non esita a dire: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza» (Lc 2,29-30).

Non sono che esempi, che ricorrono anche nei libri storici e profetici e riguardano l’accoglienza di re, di profeti, di sacerdoti o di semplici fedeli verso bisognosi, forestieri, svantaggiati. Tutto avviene secondo un messaggio che è sempre sullo sfondo: chi accoglie l’altro in nome di Dio accoglie Dio stesso nel suo passare tra li uomini. Per questo viene benedetto e diventa fecondo.

3. 2. Chi accoglie nel nome di Gesù accoglie la sua opera

Con Gesù il tema dell’accoglienza tocca il momento fondamentale dell’accoglienza o del rifiuto di Dio. Accogliere la sua Parola che viene nel mondo è l’atto determinante che, secondo l’evangelista Giovanni, rende gli uomini figli della luce. Si tratta di un’accoglienza decisiva, che non tutti praticano verso Gesù. Almeno alcuni arrivano a ripudiarlo: «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta»[5] (Gv1,5). La sua accoglienza totale avviene allora da parte del Padre, che lo risuscita e in lui Uomo nuovo rende nuovi quanti finalmente lo accettano nel presente e nel futuro. Confrontando Cristo ad Adamo, Paolo coglie in Gesù l’apertura a Dio e all’altro che era mancata ad Adamo. Gesù è mostrato sempre in atteggiamento favorevole verso i poveri e quanti soffrono. Il Discorso della montagna, che inizia con la proclamazione del loro gradimento da parte di Dio (Beati voi poveri, voi che piangete ecc.) riceve un’ulteriore motivazione nell’appello di Gesù:

«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30).

Lo stesso atteggiamento è richiesto da Gesù ai suoi discepoli e a quanti vivranno secondo il Vangelo, a partire dall’accoglienza verso i più piccoli: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37). Qualcosa del genere vale anche a vantaggio dei discepoli, se a loro riguardo il maestro aggiunge:

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto» (Mt 10,40-41).

3.4. Siamo tutti in cammino verso il futuro del mondo

3.4.1. Superare la paura della diversità in nome dell’ospitalità

Chi accoglie Dio, accoglie anche la sua opera. Accetta lo stile di Dio e collabora con lui nella difesa degli svantaggiati, tra i quali sono i forestieri. Condivide il suo modo di agire verso gli “altri”, siano essi chiamati, “altri”, oppure, “stranieri”, “forestieri” o “extracomunitari” e “clandestini” e quant’altro è stato inventato per etichettare e stigmatizzare coloro che non appartengono alla nostra cerchia: dai “barbari” e “xenòi”dei greci agli hostes dei latini[6]. Quest’ultimo termine aveva almeno il pregio di dichiarare esplicitamente ciò che si pensava degli “altri”: gli hostes erano gli stranieri e come tali anche i nemici. Il termine latino significa entrambe le cose.

Occorre rovesciare una simile concezione, ritrovando in Dio con le nostre comuni radici, anche le motivazioni di fondo per una prassi simile alla sua e a quella di Gesù. Da dove partire? Dal superamento di ciò che sembra essere alla base di ogni atteggiamento discriminante: la paura della diversità. Questa si basa su una immatura coscienza di sé: quella che si sente minacciata dalla presenza del diverso. Ma non basta solo vincere la paura. Infatti, quando il diverso è stato accostato, la storia del nostro Occidente ci ha insegnato che il problema non è stato risolto. Tutt’altro. Il diverso, nella figura degli altri popoli, è diventato mezzo e non fine: realtà da conquistare, colonizzare e sfruttare, selvaggio da civilizzare, manodopera da importare, identità da assimilare, o in ogni caso acquirente da spolpare. L’inversione di tendenza comincia solo quando si vede nell’altro un fine e non un mezzo, una diversità a me reciproca e complementare come io lo sono per lui, un partner a tutti gli effetti, come io lo sono di Dio, un suo figlio con i miei stessi diritti e la mia stessa identità, e pertanto un vero fratello.

Per vincere la paura del diverso, occorre superare la cultura del recinto, o meglio della recinzione, quella di cui parlava Rousseau, identificata forse sbrigativamente con la nascita della civiltà. Ma di quale civiltà qui si parla? Di quella di Caino, che fondando la prima città ha innalzato il primo recinto o della civiltà di Abele? La prima è una civiltà ahimè già venuta, felicemente regnante e troppo consolidata. La seconda è una civiltà appena abbozzata, e tuttavia  in Cristo, nuovo Abele e grazie agli sforzi anche di non pochi uomini e donne “di buona volontà” si va faticosamente costruendo, conformemente al modello della Gerusalemme definitiva di cui parla il libro dell’Apocalisse, libro della rivelazione non solo del futuro, ma anche del senso del presente[7]. Se il primo passo è stato negativamente la recinzione per difendersi dallo straniero hostis, forestiero e nemico, un passo risolutivo può venire solo quando lo straniero non è più hostis, ma hospes[8], un ospite che però è ospite come me nello stesso mondo, che è il giardino di Dio affidato agli uomini.

È collegato a questo passaggio culturale, di vera e propria civiltà, il superamento dell’istituzione della guerra, degli eserciti e di quanto attiene ad essi. La recinzione del sé e delle cose ha prodotto le armi. Con il nemico da combattere, neutralizzare ed eliminare è nata la guerra. Con il diverso da conquistare, asservire e ridurre a strumento del proprio benessere è nata la prevaricazione, l’atto anti-creaturale e la violazione dell’altro insieme con la profanazione dell’ospitalità. Ne è un emblema Sodoma, luogo della prevaricazione e della profanazione dell'ospite. È la narrazione inquietante di una violenza che progetta di profanare persino i messaggeri celesti, espressione della presenza di Dio stesso. Certamente è uno strumento didattico efficace che contrappone la mancanza di accoglienza e di ospitalità di tali cittadini all’ospitalità di Abramo (cf. Gen cc. 18-19)[9]. Non andiamo troppo lontano dal senso del testo, se diciamo, attualizzando, che è una storia che si ripete, se i “diversi” da noi, gli “stranieri”, anzi questa volta per lo più le “straniere”, anziché ospitalità e accoglienza trovano nelle periferie e nelle strade più o meno appartate delle nostre città e dei nostri paesi cristiani la stessa violazione della loro dignità e con essa l’estinzione delle loro speranze.

L’inversione di tendenza deve muovere a partire ancora una volta da Abramo uomo di grande fede e perciò di grande accoglienza. Il racconto della sua ospitalità ci offre le coordinate per intendere il senso, le modalità migliori e gli esiti dell'accoglienza stessa.

Di Abramo è narrata la prodigalità premurosa che tuttavia rispetta l’identità altrui, sebbene la ignori del tutto, contrariamente al lettore, informato sulla sua natura divina. Come verrà raccontato anche di Lot, l’ospitalità di Abramo è anche una sorta di custodia esistenziale del forestiero. Secondo questa concezione biblica, si tratta di una tutela che investe rapporti sociali e persino giuridici. L’ospitalità garantisce il nutrimento, la soddisfazione dei bisogni, i diritti dell’altro, fino alla difesa della sua inviolabilità. Assistiamo a una sorta di identificazione con la sorte altrui, al punto di rischiare la propria incolumità e quella delle persone care, come nel caso di Lot.

Il seguito del racconto biblico mostra come la violenza compiuta o intentata verso il forestiero è violenza intentata contro Dio stesso. L’aspetto più tragico è che così facendo si misconosce il passaggio di Dio e ci autocondanna alla propria estinzione. L’ospitalità praticata da Abramo e dalla moglie, già anziani e sterili, porta ad entrambi la vita e un futuro (il figlio Isacco, una progenie e una nuova terra). L’inospitalità degli abitanti di Sodoma, nel pieno vigore delle loro forze fisiche trasformerà la loro città lussureggiante in un lago di fuoco e di morte. Da qui sono invitati a fuggire in fretta gli amici di Dio, non guardando a ciò che si lascia per non essere trasformati, come la moglie di Lot, in statue di sale. Statue, potremmo commentare, di insensibilità, che prepara, con il rifiuto dell’altro, la propria estinzione.

3.4.2. Il forestiero sacramento di Dio

Chi non accoglie Dio che ci passa accanto e non lo serve nell’altro si autocondanna. Ritroviamo quest’idea nella celebre scena del giudizio finale (Mt 25,31-46). Come già  accennato, soccorrere i bisognosi, tra i quali i forestieri, significa accogliere il Re, cioè Gesù. Rifiutandoli, si rifiuta lui. L’esito per così dire fissa nell’eternità l’accoglienza come condivisione di felicità. L'indifferenza fissa per sempre la separazione in un’incolmabile distanza. Questo doppio esito si può ripercorrere all’indietro in molti altri testi biblici. Troviamo scritto ad esempio:

«Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come tu stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio. (Lv 19,33-34).

A questo riguardo è ancora prescritto:

«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto» (Es 22,20).

Tutto muove dalla giustificazione storico-esistenziale: «Anche tu sei stato forestiero»[10]. Con la venuta di Gesù i tempi del verbo si spostano: «Non solo sei stato, ma sei forestiero e pellegrino sulla terra». Il pellegrinaggio è la propria vicenda umana, divenuta avventura di fede:

«Nella fede morirono tutti costoro (cioè gli antichi padri della fede), pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria» (Eb 11,13-14).

La stessa idea ritorna nella prima lettera di Pietro: «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all'anima» (1Pt 2,11; cf. Sal 39,13). C’è l’invito a non fermarsi sulla terra, per raggiungere non solo la città da venire, ma il Cristo già venuto e sempre veniente[11].

3.4.3. Pellegrini e perciò costruttori di futuro

Il discorso finora sviluppato è un tutt’uno con l’assunto già menzionato in apertura e che è tipico della lettera a Diogneto. Si può riassumere così: essere stranieri a casa propria e a casa propria in terra straniera. Tale contemporanea estraneità e comune cittadinanza impedisce, da un lato, le prevaricazioni già viste e giustifica, dall’altro, l’impegno a migliorare la terra, i rapporti umani, le relazioni interreligiose e, con tutto ciò, il futuro del mondo. Il popolo di Dio che cammina nella storia ha al suo interno un principio di trascendenza nei riguardi di essa, ma nondimeno ha anche un compito tutto da svolgere. In quanto parte della famiglia umana, abbiamo una corresponsabilità verso le sorti di tutti e pertanto l’obbligo morale di costruzione del futuro in senso migliorativo. Sappiamo al contempo di uno scarto qualitativo tra ciò che l’umanità è oggi e ciò che ancora può e deve essere, in conformità con l’avvento del Regno di Dio. Sono i due aspetti del paradosso che nella Lettera a Diogneto dice che i cristiani

«pur vivendo in città greche o barbare - come a ciascuno è toccato - e uniformandosi alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto il resto, danno l’esempio di una vita sociale mirabile, o meglio - come dicono tutti - paradossale. Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria è una nazione straniera [...]. Vivono nella carne ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi»[12].

Si tratta di una paradosso relativo alla vita secondo lo spirito e alla cittadinanza del cielo[13], a partire dall’«essere nel mondo, ma non del mondo»[14] e di quanto abbiamo già visto nella lettera agli Ebrei, le cui origini si possono ancora una volta ritrovare nella confessione di Abramo: «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi» (Gn 23,4). Tale stato di pellegrinaggio, quando è vissuto nella fede, è tuttavia fermento per un mondo nuovo, o meglio per vivere in modo nuovo le vicende del mondo. L’accoglienza costruttiva del suo futuro sta in questo segreto: tutto ci è dato in dono, ma richiede la nostra collaborazione per essere volto sempre al meglio. Il motore di tutto è l’amore, quello con cui Dio ci accoglie e quello che egli ci raccomanda di praticare verso gli altri, giacché accogliere il pellegrino, il diverso e anche il nuovo, è accogliere Dio. Al punto che troviamo scritto:

«Perseverate nell'amore fraterno. Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,1-2)[15].

Ne derivano, in conclusione, alcune suggestioni spirituali e alcune indiscutibili applicazioni pratiche. La prima riguarda la spiritualità, che deve ripartire dall’indole peregrinante del popolo di Dio. Ciò consentirà di saldare la crescita personale con quella comunitaria e di recuperare la propria parte di responsabilità nei confronti del mondo in cui Dio ci ha posto a vivere. La seconda conseguenza è un’impostazione dell’accoglienza in termini nuovi, che rispettando la diversità, porti le stesse religioni a dialogare sul significato della storia e dell’umanità. È un passaggio che non può avvenire prescindendo da Dio, ma, al contrario, recuperando la capacità di contemplare Dio, per abituarsi sempre più all’idea che anche oggi egli passa in mezzo alla nostra umanità. In terzo luogo, occorre non idealizzare l’incontro con l’altro in maniera romantica, o ripescando il misto del “buon selvaggio”. Ogni uomo, come ogni cultura, ha i suoi punti deboli. Riflettervi insieme li fa scoprire e porta gli uomini e persino le religioni a purificare le proprie idee e le proprie identità. Dio passa, è vero, ma attraverso uomini, che non sempre sono angeli puri e immuni. Ciò non può giustifica il rifiuto. Può essere l’occasione per rivedere i propri limiti e spingere se stessi e gli altri a indicare ciò che è migliorabile come tale. Solo se si arriva a tale sorta di autoconversione continua, il rimando a Dio è un invito a vederlo come fonte di vita e di pace e pertanto di riconciliazione, che non annulla ma consente di armonizzare le inevitabili e indispensabili differenze. Infine può accadere persino che le persone accolte, quando si sentono amate in un modo cui non sono abituate, reagiscano male e forse con ingratitudine. Sono casi-limite, ma che si possono capire partendo dal presupposto che la peggiore povertà è quella “dello spirito”, cioè del degrado che può colpire anche l’anima. Più che del viandante si tratta allora dell’uomo sradicato, che senza volerlo si è spogliato di qualsiasi stima dell’altro, perché non stima più nemmeno se stesso. È un fenomeno già descritto da Simone Weil:

«Quando l’io è ferito dall’esterno, per prima cosa si rivolta con estrema amarezza, come un animale che si dibatte (…) desidera esser finito e si lascia venir meno. Se allora l’amore lo risveglia, è un acutissimo dolore che genera ira contro chi l’ha provocato. Da ciò, negli esseri degradati, le reazioni (apparentemente inspiegabili) di vendetta contro chi ha fatto loro del bene»[16].

Che cosa resta da fare allora? Occorre non stancarsi e bisogna continuare ad amare. Solo un supplemento d’amore senza ricompensa può coprire la nudità esistenziale di chi ha smarrito l’amore. Ma in questa maniera ci si incammina decisamente verso quell’accoglienza di Dio che non è più strumentale, né può esserlo. È un’accoglienza sa attendere e medicare, pronta anche ad essere sconfitta, sapendo che però non si può mai sconfiggere l’amore, perché l’amore è Dio stesso.

 



[1]  Questo testo riprende in una nuova concatenazione 2 interventi precedenti: Dalla città di Caino alla città di Abele (Rossano 1996 / Schema della relazione); Nessuno è clandestino: fondamenti teologici - Relazione al convegno di Catanzaro. Aula Sancti Petri, Episcopio 4/11/02.  

[2] «Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio; le cause troppo difficili per voi le presenterete a me e io le ascolterò» (Dt 1,17).

[3] Si può dire ancora che Dio non alcuna soggezione nei confronti di chicchessia (Gb 34,17-19; Sir 35,12; Sap 6,7-8) perché tutti sono opera delle sue mani (Gb 34,19), ha creato il piccolo e il grande e si prende cura ugualmente di tutti» (Sap 6,7; cf. Pr 22,2; Gb 31,15).

[4] Ef 6,9; Col 3,25; Gc 2,1; 1Pt 1,17.

[5] Questa almeno la traduzione tradizionale, anche se non sono mancati coloro che hanno inteso la frase in questo senso: «la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta» (Traduzione Nuova Riveduta). In ogni caso l’idea del rifiuto di Gesù, al pari dei profeti, non è un’idea peregrina, ma è presente nel nuovo testamento, come ad esempio: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mt 23,37-39, cf. anche Mt 21,38-40; Eb 13,12).

[6] Per una ricostruzione storica del problema e un aggiornamento filosofico e teologico sulla materia cf. T. SUNDERMEIER, Comprendere lo straniero. Un’ermeneutica interculturale, Queriniana, Brescia 1999.

[7] Per un primo approfondimento sulla città di Caino e la città di Abele cf. www.puntopace.net/Mazzillo/citta-Caino-citta-abele.htm.

[8] J. DANIELOU, «Pour une théologie de l'hospitalité», in VS 85 (1951) 340

[9] Cf. LUIGI DI PINTO S.I, «Abramo e lo straniero (Gn 18,1-16) 1. Un'introduzione all'ospitalità» e IDEM, «…. 2. L'ospitalità celebrata» in RdT 38 [1997] 597-620 e (RdT 38 [1997] 735-769.

[10] A questo proposito cf. Es 12,48; Lv 19,33s; Dt 10,18s; Dt 24,17s; Dt 27,19 Sal 146,9.

[11] «Usciamo dunque anche noi dall'accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura (Eb 13,13-14; cf. Fil 3,20).

[12] «Discorso a Diogneto», in G. Corti (a cura di), I Padri apostolici, Città Nuova, Roma 1966, 364-365.

[13] Cf. 2Cor 10,3 e Rm 8,12-13 e Fil 3,18-20.

[14] Cf. Gv 15,19; 17,14-16.

[15] Cf. sui messaggeri anche Rm 12,13; Gen 18,2s; Gen 19,1s; Tb 5,4s; Gdc 6,11-24; Gdc 13,3-23.

[16] S. WEIL, L’ombra e la grazia, Edizioni di Comunità, Milano 1951, 74.