IL VANGELO CI SFIDA ALLA PACE

Traccia di riflessione di G. Mazzillo all’incontro della parrocchia del Carmine – Sambiase (Lamezia) 29/05/02

1. Fondamenti biblici e teologici dell'agire di Dio come agire di pace

1.1. La Bibbia e la pace

Se riconosciamo valida l'affermazione che ogni assunto teologico sulla pace si basa sull'agire di Dio, possiamo asserire che ciò che la Scrittura afferma sulla prassi di Dio, si può riassumere come prassi di pace, una pace che però non è equidistanza o neutralità. L’agire di Dio è infatti un agire non solo situato, ma anche di parte. Dio sta al fianco dei perdenti e delle vittime dell'ingiustizia, perché il suo stesso regno è un regno di giustizia. La pace è nella Bibbia sempre collegata al ristabilimento della giustizia. Talora si identifica con l'alleanza o con la legge (torah). Se Isaia nell'Antico Testamento afferma "effetto della giustizia sarà la pace" (Is 32,17), Giacomo scrive nel Nuovo: "un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace" (Gc 3,18), in una reciprocità completa, che rende valide entrambe le formulazioni "la pace nasce dalla giustizia", "la giustizia è frutto della pace". Asserzioni non peregrine, ma scaturenti dalla concezione teologica della presenza di Dio e della sua signoria (il suo regno) sulla storia di Israele e sulla storia umana.

Regno di Dio e prassi di pace procedono di pari passo, perché l'agire di Dio è sempre un agire misericordioso e liberante, tendente a ristabilire il diritto e la giustizia. Il tema centrale dell'alleanza, e del conseguente regno messianico, ruota sempre intorno ad una realtà che esprime il manifestarsi storico di Dio in un regno di pace (Sal 72,3-77). Il binomio pace e giustizia è ciò che qualifica i tempi maturi del messia. Lo ripropongono i salmi, come tema dominante sebbene con variazioni. Così, ad esempio, il salmo 85: "misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno, la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo" (Sal 85,11-12). Altri associano la giustizia e il diritto della prassi regale di Dio alla grazia e alla fedeltà (Sal 89, 15; Sal 97, 1-2). Con un concetto di giustizia che non condanna, ma si impietosisce e converte, perché il Dio dell'alleanza resta sempre "misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà", avendo sullo sfondo i termini della stipulazione dell'alleanza con Mosè (Es 34,6). Fino ad arrivare ai testi di Zaccaria, dove la pace è in rapporto con la verità, in un contesto di salvezza messianica (Zc 8,19), anzi la salvezza nasce da un "seme di pace" (Zc 8,7-8.12). Si può dire che il messianismo fiorisce dalla pace perché alleanza e pace sono spesso sinonimi. La pace determina spesso l'alleanza, chiamata alleanza di pace (Nm 25,12; Is 54,10; Ez 34,25), mentre Malachia parla dell'"alleanza di vita e di pace" (Ml 2,5).

La beatitudine proclamata da Gesù: "Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,9) sembra portare a maturazione e compimento tutto ciò che i profeti avevano predetto. È giunto il Regno di Dio e coloro che vi appartengono sono chiamati, cioè sono realmente, figli di Dio. Sono i facitori (artigiani) di pace (eirenopoioi). Su questo sfondo, Paolo affermerà: "Il Regno di Dio...non è questione di cibo o di bevande, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini" (Rm 14,17-18). E quasi ripetendo la beatitudine di Gesù, inviterà: "diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole" (Rm 14,19). Anche nel suo epistolario la pace da costruire nelle opere è associata ad altri beni congiunti allo shalom messianico: la giustizia, la gioia (Gal 5,22; Rm 15,13) e l'unità (Ef 4,3).

1.2. Lo shalom come bene messianico

In quanto bene messianico, la pace è il primo contenuto della promessa che Dio si impegna a mantenere. Credere in lui è credere alla pace: "Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà" (Is 26,2). È il popolo della pace, di cui si dice: "il suo animo è saldo; tu (Dio) gli assicurerai la pace, pace perché in te ha fiducia" (Is.26,3). Si tratta, evidentemente, non di un'armonia che nasconde i conflitti e legittima la violenza strutturale generante oppressori ed oppressi. Ma, al contrario, si tratta dell'eliminazione della tirannia, raffigurata talora nella città dei dominatori. È scritto infatti: "Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna; perché egli ha abbattuto coloro che dimoravano in alto; la città eccelsa l'ha rovesciata fino a terra, l'ha rasa al suolo. I piedi la calpestano, i piedi degli oppressi, i passi dei poveri" (Is 26,4-6). Maria di Nazareth ha ripreso questo grande tema nel Magnificat: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi" (Lc 1,51-53).

Ciò qualifica la pace come ristabilimento della giustizia e come opzione di Dio per gli oppressi. Se così non fosse, non sarebbe pace, ma solo equilibrio asimmetrico tra ingiustizia dei violenti e passiva sopportazione dei dominati. Per questa ragione, la pace che Dio vuole non può essere garantita da un culto disincarnato dalla storia e dai problemi dell'uomo, né dal tempio e nemmeno dalle sue opere (Ger 7,4; 8,11). Ma, come affermava Isaia, solo dall'amore all'alleanza di Dio (Is 48,18) e dall'amore verso il prossimo (Is 58,6 ss). Diversamente sarebbe quella falsa pace condannata già da Geremia, che rinfacciava l'ipocrisia di quanti con superficialità andavano proclamando: "Pace, pace" mentre non c'è pace, "perché dal piccolo al grande commettono frode" (Ger 6, 13-14).

2.Gesù e la pace

2.1. Nella continuità dello stesso progetto

Gesù si pone in continuità con questa tradizione profetica quando precisa che la sua pace non è quella accomodante che lascia le situazioni così come sono. Al contrario, egli è venuto a scomodare e a provocare, non per amore della guerra, ma in nome della fedeltà al Dio dell'alleanza e della pace messianica: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione" (Lc 12, 49-51). La divisione non è certo voluta dalla pace, né dai suoi artigiani, è una inevitabile conseguenza del fatto che non tutti la collegano con la giustizia. Affermando ciò, non si può asserire che il vangelo non è evangelium pacis, ma solo evangelium crucis. Non solo perché il mistero della croce è comunque riconciliazione, e quindi pace, ma anche perché senza la risurrezione non sarebbe che una menomazione del kerygma (l’annuncio fondamentale del cristianesimo). La pace lasciata da Gesù la sera della Pasqua è fondata sulla risurrezione. La "sua" pace è quella che Gesù descrive così: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27)". Questa pace mostra nella risurrezione i suoi frutti e il suo vero volto. È riconciliazione con Dio, con gli uomini e con l'intero cosmo. Infatti attraverso il ministero della riconciliazione la pace di Gesù, che è pienezza della pace messianica, costituisce un potente germoglio di liberazione cosmica: "Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi"" (Gv 20, 21-23). La pace scaturente dalla risurrezione realizza l'inizio del sogno profetico di una nuova creazione, perché si estende perfino agli animali dei campi, agli uccelli dell'aria e ai rettili della terra (Os 2,20). Anche per questo motivo costituisce un bene messianico, che il Messia porta al suo popolo e a tutte le sue creature.

2. 2. Gesù realizza il regno messianico della pace

Gesù è un re di pace, perché è il messia. Compie le antiche profezie come quella di Isaia: "Un bimbo è nato per noi, c'è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno che egli viene a consolidare e a rafforzare con il diritto e la giustizia" (Is 9,5-6). Il suo stile regale ricorda la mitezza e l'umiltà che un profeta come Zaccaria, ascriveva al "re umile", che sarebbe venuto non sul cavallo del trionfatore, ma sull'asinello della povera gente e degli antichi patriarchi: "Ecco viene a te il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina" (Zc 9,9). Non si tratta solo di un modo nuovo di regnare, ma di un programma politico alternativo a quello abituale. Se altri re dedicavano le loro maggiori risorse a rafforzare i loro eserciti, il messia, invece, avrà cura di sgomberare le armi dal paese e propagare tutto intorno questa nuova via di pacificazione e di convivenza con i vicini: "Farà sparire i carri (di guerra) da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco da guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle genti"(Zc 9,10). Il regno messianico si presenta disarmato perché le armi vengono tutte riciclate in strumenti di lavoro: "forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra" (Is 9,4). A tale proposito, qualcuno commenta: "Si annuncia un disarmo generale che non è imposto da nessun conquistatore umano, ma è voluto da Jahveh". È un disarmo, tuttavia, che realizza la pienezza della vita e della benedizione dello shalom i cui effetti benefici si estendono all'intero popolo ebreo, a tutti i popoli e allo stesso creato.

2.3. Gloria a Dio in cielo e pace agli uomini in terra

Con questo sottofondo profetico si comprende perché la notte in cui nasce il Messia si annuncia "gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,14). Sulla terra arriva finalmente a compimento il progetto di Dio. La pace costituisce il motivo fondamentale per rendere gloria a Dio. La pace sulla terra è la gloria di Dio. Divenuto adulto, Gesù reca lo stesso annuncio e mostra nelle beatitudini come la gloria di Dio nel cielo e la venuta del suo Regno sono collegate con la pace da costruire sulla terra (Mt 5, 1-11). Attesta che si tratta di una pace che si realizza sulla terra, perché è liberazione degli oppressi e lieta notizia ai poveri (Lc 4,16-18) e quando vede i primi frutti del suo agire, esulta di gioia, ringraziando il Padre perché ciò viene capito dai più semplici e dai più piccoli del mondo (Lc 10,21-22; Mt 11, 25-26). I suoi apostoli sono cooptati per la stessa missione: annunciare l'irrompere del giorno della pace e compierne i segni: "Entrando nella casa, rivolgete il saluto [cioè augurate lo shalom]" (Mt 10, 11). È lo shalom che prende corpo nella prassi, perché Gesù subito aggiunge: "guarite gli infermi , risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni"(Mt 10,8).

Il binomio pace-gloria ritorna nell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. Luca, riprendendo l'acclamazione messianica che negli altri evangelisti è "Osanna al figlio di David", la riformula con: "Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli", richiamando più direttamente la gloria a Dio nei cieli e la pace in terra agli uomini della natività. Come si può evincere da un confronto tra le due esclamazioni, la "pace in cielo" invocata dai discepoli, non è da intendere in senso locale, ma piuttosto in senso teologico: "si realizza oggi la pace che Dio vuole nel cielo", così come "si fa festa in cielo per un peccatore pentito" (Lc 15,7). In realtà, Dio gioisce perché la misericordia si compie attraverso Gesù e la pace da lui voluta si diffonde tra gli uomini. È Lui infatti il Figlio, l'Eletto che bisogna ascoltare (Lc 9,35; Mc 9,7; Mt 17,5). Egli porta agli uomini la pace delle beatitudini, nella liberazione degli oppressi, che è l'opera messianica di proclamazione della lieta notizia ai poveri (Lc 4,16-18).

La memoria biblica è per Gesù fonte e legittimazione di una prassi che ritrova e compendia tutte le promesse nell'unica promessa del regno di pace messianico. Egli ne conosce le caratteristiche e ne inizia la realizzazione con una prassi che si può chiamare prassi di pace. I suoi passaggi più importanti sono la sua prassi di convivialità, di misericordia e di servizio. Sono il perdono predicato e praticato, la resistenza al male con il bene, le reiterate indicazioni a recare un messaggio che aggreghi i dispersi e rinfranchi gli scoraggiati.

Cosciente del valore di questa sua prassi messianica, Gesù non si stanca di affermare la novità del regno ("avete inteso che fu detto agli antichi..., ma " io vi dico Mt cc 5,20-48): È un regno, che sebbene talora sia descritto venire in termini apocalittici (Mc cap. 13; Mt cap. 24; Lc 21,5-36), deve indurre non alla disperazione, ma alla gioia, perché il meglio e il definitivo sta per irrompere nel mondo. "Alzatevi e sollevate la testa, perché la vostra liberazione è vicina" (Lc 21,28). La pace affiora come giorno della liberazione anche in questo, che è stato chiamato il discorso escatologico di Gesù.

Nel suo passaggio tra noi Gesù realizzava, coscientemente, la fase centrale di questo complessivo progetto di pace, nonostante le inevitabili incomprensioni, l'indifferenza e l'ostilità di alcuni e l'ammirazione incondizionata, ma anche i facili entusiasmi, i fraintendimenti, e le delusioni di altri. È anche possibile cogliere in lui il passaggio da un'oggettivizzazione di tale progetto ad una sempre più vicina, inesorabile e tuttavia sempre accolta con amore, personalizzazione di esso. In Gesù prendevano corpo parole come quelle di Geremia, un profeta tragico eppure aperto alla speranza, che, sebbene in un contesto di esilio e di sofferenza, spalancava davanti agli occhi di quanti amavano Jahvè il vero intento di lui: "Io conosco i progetti fatti a vostro riguardo ... progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza" (Ger 29,11). In Gesù assumeva soprattutto carne l'identificazione che Michea faceva tra il messia e la pace, quando preannunciandone la venuta, affermava: "e sarà lui la pace" (Mi 5,4). Così come si trova in alcune accurate traduzioni di questo passo, il Messia è la Pace e non piuttosto egli porterà la pace. La vita di Gesù restava coinvolta in quel progetto e questo coincideva ogni giorno di più con la sua stessa sorte e con il suo progetto esistenziale. La sua decisiva identificazione passava, alla fine, paradossalmente, attraverso la sua accettazione di quel rifiuto e di quella condanna, che egli sentiva incombere su di sé da parte del suo popolo. E nonostante ciò, si compiva proprio in quel ripudio e nella sua drammatica fine.

2.4. Gesù il perfetto "facitore di pace"

I primi cristiani ritenevano anche loro che Gesù aveva tanto operato la pace, da diventare alla fine egli stesso pace. Se "Egli infatti é la nostra pace", ciò accade perché é "Colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia" (Ef 2,14). Facitore di pace egli stesso ("beati i facitori di pace!)", Gesù compiva adesso la pace in se stesso, nel suo corpo e attraverso la croce (Ef 2,15-17). Paolo evidenzia uno degli effetti di tale riconciliazione, la rappacificazione tra ebrei e pagani. Eppure la riconciliazione avveniva a tutti i livelli e tra tutte le realtà esistenti. Veniva a suggellare una vita intera in cui Gesù era stato il primo e fondamentale "artefice di pace" (poiòn eirenen). In che modo? Attraverso le sue successive scelte, che, mentre intendevano essere riconciliazione con Dio e tra gli uomini, gli procurano anche una crescente ostilità. Sembra che ciò sia stato inevitabile a causa della qualificazione di una pace che Gesù coniugava sempre con la giustizia e la misericordia, con la gratuità e l'essenzialità. La sua denuncia del formalismo e dell'abuso del potere civile e religioso, dell'ingordigia e dell'ambizione delle classi emergenti era in sintonia con la tradizione profetica, che vedevano il compimento del progetto di Dio non nelle attività cultuali di un tempio (Ger 7,4; 8,11), ma nell'amore all'alleanza di Dio (Is 48,18) e nell'amore verso il prossimo (Is 58,6 ss).

3. L'agire della comunità cristiana e il tema della pace

3.1. Seguire Cristo sulla via della pace

Possiamo riassumere la prassi di Gesù nell'affermare che il suo cammino è una prassi di pace .La sua pace è amore verso i derelitti e i sofferenti ; è chiamata degli esclusi, difesa dei condannati, ma è anche denuncia dei soprusi e delle discriminazioni civili e religiose. Osiamo parimenti asserire che su questa via Gesù chiama anche coloro che lo seguono. I suoi discepoli proseguiranno in questa prassi che porta agli uomini la riconciliazione con Dio e la riconciliazione tra uomo e uomo. I primi cristiani furono chiamati "seguaci della via" perché la vita cristiana fu indicata come via (At 18,24-26; 19,23; 22,1-4; 24,22). Se Gesù è la Via, (essendo anche Verità e Vita [Gv 14,5-6]) ed è contemporaneamente la Pace, il cammino sul quale siamo incamminati è un cammino di pace. È il cammino della sua sequela.

C'è, a questo riguardo, una precisa domanda "per chi vale il discorso della montagna?". Essa esige una risposta altrettanto precisa e non una semplice esortazione moralistica. La comunità cristiana è chiamata a convertirsi continuamente a Cristo. Non in un senso vago e generico, ma nella radicalità della sua sequela. Una sequela che è condivisione e continuazione della prassi di Gesù per realizzare il progetto di pace del Padre. Ciò può significare radicalità, cioè superamento della logica umana. Noi cristiani siamo chiamati ad essere perfetti (termine che può essere oggi tradotto con radicali) nel senso che dobbiamo seguire con totale fiducia e abbandono la logica delle beatitudini e le direttive del discorso missionario. Ciò costituisce il vero specifico, e ci fa andare oltre quella che è stata, a ragione, chiamata religione borghese. Se ciò non avviene, la nostra più che prassi è pratica ritualistica, e sovente nemmeno questa. La Parola di Dio invece di spingerci ad essere solidali e liberanti, diventa, per colpa nostra, tranquillizzante ed accomodante. Siamo alle soglie della doppia morale. Riconoscibile dal fatto che si esige rigorosità, invece di radicalità. Si fa continuamente appello alla conversione del cuore, e si trascura la trasformazione delle strutture violente da strutture di peccato e di oppressione a strutture di salvezza e di condivisione. Ora, invece, solo una simile conversione rende credibile la volontà di costruire la civiltà dell’amore. Infatti, non si può costruire una società solidale lasciando immutata un'economia di mercato per sua natura dispotica e indifferente al dolore dell'uomo. Del resto, è illusorio pretendere davvero di cambiare l’uomo senza esigere che cambi la società. La morale cristiana è pur sempre un appello alla conversione del cuore, ma - si badi bene - alla conversione del cuore borghese, l'unica che costituisca una vera svolta epocale, una "rivoluzione antropologica", con delle vere e proprie condizioni:

"i cittadini del primo mondo devono liberarsi non dalla loro impotenza, ma dalla loro superpotenza, non dalla loro povertà, ma semplicemente dalla loro ricchezza, non dalla loro penuria, ma dal loro totale consumismo, non dalla loro sofferenza, ma dalla loro apatia..." [J. B. Metz, Jenseits bürgerlicher Religion. Reden über die Zukunft des Christentums, Kaiser-Grünewald, München/Mainz 1980, 100].

La vera conversione richiesta dal discorso della montagna è conversione integrale, giacché la morale comunitaria ed evangelica salda insieme l'elemento collettivo con quello storico e la liberazione della singola persona con la solidarietà concreta, nelle strutture sociali e verso gli altri popoli. La predicazione non può né deve ignorarlo, se non vuole ridursi a parenesi esortativa che non smuove l’esistenza, né riesce a cambiare la società. Se talora si consola pensando di cambiare i cuori, presto si accorge di non aver cambiato nemmeno quelli. Accade allora che ci si illude di pervenire solo alla pace interiore. In realtà si rinuncia a considerare la globalità del progetto di Dio e l'estensione storica e sociale della pace di Cristo.

Il progetto di pace richiede, allora, che si guardi alle strutture sociali, oltre che ai cuori, alla fame e alla sete reale, che è fame e sete di giustizia, oltre che all'anelito verso un mondo più armonioso. Occorre dire che noi apparteniamo a quella dell'umanità che ancora commette il peccato sociale. Con un'aggravante: viviamo in un'epoca storica che ha visto la delusione dei grandi progetti collettivi, mentre nuove mode impongono termini e programmi come privatizzazione ed economia di mercato. Ecco uno dei nuovi idoli da cui si aspetta automatica e inarrestabile salvezza: l'economia di mercato.

3..2. Prospettive e i compiti aperti dalla prassi della pace

Non ha senso parlare di impegno per la pace se non si è mossi dalla pace. Il mondo è ancora pieno di persone che non si rassegnano alla violenza dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri, dei detentori della parola su coloro che subiscono e tacciono. E tuttavia si tratta di sentimenti e di reazioni momentanee che di solito restano inefficaci perché non vanno al di là dello sfogo individuale o della protesta personale ed episodica. Anche gli ideali utopici, ma non per questo illusori, di una convivenza umana fraterna e solidale rischiano di risultare sterili, perché sono aspirazioni di singoli che non hanno ancora cominciato a condividere le loro utopie.

La comunità cristiana che vive la radicalità del vangelo vuole raccogliere quanti sono mossi non solo da intenti di pace, ma anche dalla volontà di socializzarli, condividendoli con tutti, ma in particolar modo con i più colpiti dalle tante forme in cui si esprime la violenza: con i più poveri ed i più deboli della società in cui viviamo. Ciò verso cui si muove è anche ciò che la smuove: l'aver scoperto che l'uomo è più grande delle sue miserie e che il mondo può essere effettivamente più bello di come ci appare. La comunità cristiana che vive la radicalità del vangelo asseconda la spinta in avanti verso una migliore qualità della vita, perché ama la vita in tutte le sue manifestazioni. Nei suoi tanti colori e nelle infinite forme in cui essa si esprime. Nelle diversità tra singoli e popoli, razze e culture, che lungi dall'essere una deficienza, costituisce una ricchezza e uno stimolo a costruire rapporti e a tessere trame di amicizia.

Il nostro mobilitarci per la pace partecipa dell'unico impegno di pace che viene da più lontano di noi e ci porta anche oltre i nostri progetti più audaci: quello di Dio. Egli si è mosso verso di noi perché per noi si era commosso. Nella persona di Cristo ci è venuto incontro per accompagnarci nel cammino. Cristo ci spinge a scorgere sempre un raggio di luce anche nelle tenebre più fitte, a cogliere ancora il fiotto della vita anche lì dove sembra regnare la morte, a intravedere il germoglio della speranza anche nelle situazioni senza apparenti via d'uscita. La comunità cristiana che vive la radicalità del vangelo è pertanto cammino, ma è cammino avanzato: non ha altri riferimenti che quelli del suo maestro, di cui porta il nome e che intende seguire fedelmente, anche quando la sequela diventasse faticosa e incompresa, persino dai propri fratelli di fede. Ma anche in questo caso - e soprattutto in questo caso - il suo agire non sarà mai improntato ad arroganza, né alla ricerca di gratificazioni o di potere. Senza presumere di incarnare la profezia (che rimane sempre un dono che Dio elargisce liberamente a chi vuole), la sequela del Signore e l'esempio di coloro che hanno già segnato il cammino della pace, la spingeranno verso quelle posizioni umanamente più scomode, ma evangelicamente più radicali che testimoniano la vita e l'amore preferenziale verso le vittime dell'incomprensione e della violenza. Con esse sa di dover solidarizzare per fedeltà a Cristo e alla sua vocazione specifica a favore della pace sempre e in tutte le sue forme.

Al cristiano di oggi il cammino da compiere appare non come un’autostrada sulla quale poter correre sicuri e veloci. È piuttosto un sentiero spesso scosceso e scomodo, sul quale si avanza talora a fatica. Si potrebbe dire che è una vetta, alla quale portano tanti piccoli sentieri. Sono i sentieri delle scelte da fare nella nostra storia. Sono le scelte strettamente personali, quelle che chiamiamo di coscienza e sono le scelte di nuovi modelli di vita e di sviluppo, le scelte che possiamo chiamare strutturali. La pace le tocca entrambe. Tocca il cuore del singolo e la vita associata, il rapporto con Dio e il rapporto con i fratelli.

I riferimenti biblici esaminati confermano la particolare natura dell’agire di Dio, di Gesù e dei suoi discepoli, come agire solidale e costruente la pace. Confermano quanto si è detto in questo capitolo a proposito di un agire teologale, che ci sembra determinante ai fini della impostazione della teologia. In essa sembra potersi risolvere l’aporia di una comunicabilità umana che appare problematica nel suo presupposto più fondamentale, quello della solidarietà. La prassi della pace viene non già a colmare una lacuna epistemologica della scienza, giacché la teologia non può fare di necessità virtù, ma dimostra che la convergenza tra i presupposti cui pervengono le scienze umane e i presupposti della teologia non è una semplice intuizione, ma una via da praticare.

Per ciò che riguarda il campo più strettamente teologico, a chiusura di questo capitolo, si presenta qui, a mo’ di excursus, una riflessione compendiativa sulla prassi teologale come prassi di solidarietà e di pace.