Pubblicato  in un Dossier di ADISTA in margine al Convegno di Palermo (1995)

G. MAZZILLO

Riscoprire La forza profetica del Vangelo

Osservazioni in merito al periodo preparatorio al convegno di Palermo

Nella nostra chiesa italiana si prepara il convegno ecclesiale di Palermo. Si annuncia come un appuntamento di riflessione e di rilancio della buona notizia, tanto che il titolo non dovrebbe lasciare adito a dubbi: Il vangelo della carità per una nuova società in Italia. Tuttavia, dopo i primi entusiasmi iniziali, largomento non sembra particolarmente interessare se non gli addetti ai lavori. Contemporaneamente, però, sul piano dellinformazione religiosa, i giornali sono pieni di notizie ritenute molto più rilevanti, ma che non costituiscono proprio un lieto annuncio: statue e immagini  della Madonna piangono, e per giunta lacrime di sangue. Né la situazione è migliore nelle comunità locali. Del convegno non si parla, se non tra i delegati scelti ufficialmente a rappresentarle. Ci si deve chiedere perché così facilmente le nostre comunità cristiane tralascino un tema così importante come quello qui in oggetto e siano in tuttaltre faccende affaccendate.

Un minimo di riflessione teologica può immediatamente cogliere cause interne alla società stessa e cause interne alla vita ecclesiale. Può partire dallanalisi dellattuale  tendenza culturale (nel senso più generale, che abbraccia anche quella sociale,  politica e persino religiosa), e notare come essa sia prepotentemente impostata sullapparire e sulla fruizione individualista di qualsiasi bene (incluso quello religioso).  E una tendenza generalizzata che ormai contagia  tutti e quindi anche la base “popolare”  (ma non solo quella) della nostra chiesa italiana. Sicché, senza forse volerlo esplicitamente, è in atto una sorta di oscuramento progressivo di una cristianesimo realmente legato al Vangelo (con tutte le conseguenze etiche e di impegno storico che esso comporta), a tutto vantaggio di una religiosità vaga e disincarnata, ma comunque spettacolaristica e capace di suscitare emozioni e gratificazioni.  Insomma il Vangelo, quello vero, al quale si dovrebbe ritornare con i fatti, rischia di diventare irrilevante, non tanto come  evento cristiano in sé, ma perché portatore di una visione particolare dellio che cozza in pieno con quella tendenza di cui parlavamo, perché portatore di un particolare modo di considerare la propria persona, il proprio tempo, la propria tanto decantata “esperienza personale”, insomma il proprio io. Per il Vangelo lio è infatti continuamente da decentrare,  perché sempre da riferire al di fuori del proprio asse autovaloriale: verso lalterità e lulteriorità, cioè verso  gli altri e verso Colui che è al di là.

Qualche conferma? A noi sembra che si tratti di un trend culturale che qualsiasi revisione critica del nostro essere cristiani, in Italia come altrove, deve sempre tenere presente, anche perché viene  da più lontano e per giunta come seconda elisione religiosa. La prima, di alcuni decenni fa, era: «No alla Chiesa, sì a Cristo!». La seconda, di oggi afferma: «No a Cristo, sì alla spiritualità!». Ma nelle nostre comunità cristiane si potrebbe aggiungere una  terza elisione: «No alla fede buona notizia, messaggio di speranza. Sì al vangelo delle lacrime e del sangue!». Le diverse cancellazioni nascono dunque da una mentalità, sempre più reclamizzata e sempre più pervasiva, che sposta il baricentro del vivere umano dalla coralità alla singolarità, dalla collettività allindividualità, dallesperienza comunitaria liberante allesperienza mistica, misticheggiante e  spesso mistificante. Dal fatto religioso allesperienza politica, si dica quello che si vuole,  sembra essere in atto non solo un progressivo e sempre più avvolgente individualismo, ma una sua copertura ideologica, oggi persino letteraria e musicale, una copertura che prima era stata abbondantemente teorica (si pensi alla filosofia, ma anche a parte della teologia contemporanea, e soprattutto alleconomia, alla neo-meritocrazia discriminante, etc.) e che dà oggi dà i suoi frutti, anche se sono davvero frutti amari.

Una parziale conferma? Può venire da Susanna Tamaro con il suo vendutissimo libro "Va dove ti porta il cuore" e che  sembra un libro affascinante, denso di umanità, ma traboccante dellindividualismo tipico della nostra cultura. Anche qui cè posto per una religione? Non proprio, se a proposito di essa, lanziana protagonista racconta di aver rifiutato di aggrapparsi alla religione come un bastone qualsiasi, per dover cominciare tutto da capo, e cioè da dove? Da se stessa (p. 138).

Per noi sembrerebbe una frase già sentita, e niente meno che da Agostino, il quale però diceva di partire da se stesso per incontrare Dio. Per il filosofo Cartesio, invece, il «penso quindi esisto», il riferimento metodico e sistematico al proprio «io», non era un itinerario che partiva da sé per incontrare laltro nel Dio della comunione, come per Agostino, ma solo linizio di un grande abbaglio: lautoreferenzialità soggettiva: cioè il riferirsi sempre e solo a se stessi come unica radice e sorgente del reale. Con Cartesio iniziava la modernità. E levo moderno, sebbene abbia lindubbio merito di aver affrancato la persona da effettive oppressioni ad ogni livello, ha però creato un formidabile e ancora onnipresente mito: tutto lesistente ruota intorno al proprio io,   intorno al proprio pensiero, e oggi si potrebbe aggiungere: intorno alle proprie emozioni. 

Tutto ciò si può e si deve ricondurre alla radice dellultima modernità, che giustifica anche teoricamente, con il cosiddetto “pensiero debole”, la convivenza di più sistemi frammentati di senso. Si tratta tuttavia di frammenti  accomunati, paradossalmente,  da  un unico senso complessivo, ma che (purtroppo) non costituisce un gran guadagno. Infatti è un unico e ferreo sistema, che alla fine non sa fare altro che riferire tutto sempre e solo allio individuale, al  soggetto, diventato unico metro della realtà: «Va dove ti porta il cuore», perché «[...] il regno di Dio è dentro di noi [...] seduta sotto la quercia non sia lei, ma la quercia, nel bosco sia il bosco, sul prato sia il prato, tra gli uomini, sia con gli uomini» (ivi, pag. 149). Come a dire: il regno di Dio sei tu, non ne devi cercare o vivere un altro! Troppo poco, anzi lopposto di ciò che regno di Dio significa: cioè il rinnovamento dei rapporti, la ridistribuzione dei beni, la fraternità tra gli uomini, tra luomo e la donna, tra gli umani e  la natura. Per la verità, la frase di Gesù è di ben altro tenore  ed invita ad uscire da se stessi, per riferirsi a Dio e per darsi agli altri, sulla strada della sua sequela. Non incoraggia allindividualismo, ma a riconoscere il valore della comunità. Dice infatti «il regno di Dio è in mezzo a  voi!» (Lc 17,21; Mt 12,28).

Lappuntamento di Palermo potrebbe partire da queste semplici constatazioni e rivalutare appieno il senso comunitario e “sovversivo” della fede. Basterebbe forse riprendere in tutto il suo valore “comunitario” e “storico” la teologia del popolo di  Dio del Vaticano II. Eppure, proprio a questo riguardo, qualcosa deve essere successo nella coscienza ecclesiale di questi ultimi decenni, se non solo la prospettiva, ma persino la menzione del popolo di Dio si è di fatto nuovamente eclissata e se non compare più nemmeno nei documenti  magisteriali, se non raramente e come per inciso, quasi un sinonimo tra i tanti sinonimi della chiesa. Così succede anche nella Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Palermo 1995. Si  parla della chiesa in termini suggestivi, mediati dallApocalisse e la si descrive come la «dimora di Dio con gli uomini»  (n. 15), privilegiando così una  metafora che illustra meravigliosamente la necessità dellaccoglienza dei diversi e la centralità di Dio e della sua Parola. Tuttavia si rischia di lasciare in ombra la realtà di popolo di Dio, come realtà collettiva che cammina nella storia. Eppure questa realtà è ugualmente presente nello stesso testo profetico citato, che accanto allimmagine statica della chiesa, ne delinea le caratteristiche dinamiche e salvifiche. Basta riprendere lintera citazione per convincersene:

«Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il ‘Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"; e soggiunse: "Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono lAlfa e lOmega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita»  (Ap 21, 2-4).

Si tratta di un testo molto denso, che in varie maniere parla del rapporto tra Dio e il suo popolo. Quella della dimora non è che una prima immagine, che evoca ben presto laltra, del santuario mobile, compagno di cammino, oltre che di accoglienza, di Israele pellegrino. Solo in un contesto di pellegrinaggio e di cammino nella storia diventa comprensibile il testo completo dellApocalisse, che sullo fondo presenta Dio che cammina accanto ai suoi figli ed è pronto anche ad asciugare le lacrime dai loro occhi.

Ma tutto ciò non si può adeguatamente ritenere se non si arriva ad unesplicita menzione della storicità e della socialità, non come semplici luoghi o occasioni contingenti di una testimonianza o di una presenza cristiana, ma come dimensioni discendenti e teologicamente dipendenti  dalla realtà stessa del popolo di Dio. Unecclesiologia che ne prescinde, o lo dà per scontato, prima o dopo si ritrova a dover giustificare la dimensione storico-sociale della salvezza con altri strumenti e da altre angolazioni (per lo più etiche o variamente parenetiche), che rischiano di sembrare regionali, se non addirittura estrinseche, rispetto a una ecclesiologia che invece deve diventare essa stessa impostazione ed orientamento dellagire cristiano.

Lecclesiologia oggi in atto si può distinguere in ecclesiologia più direttamente pastorale ed ecclesiologia  teologica di fondo, che le sta dietro. Le scelte pastorali, anchesse vere e proprie scelte ecclesiologiche, partono da una particolare forma di mediazione assunta dalla chiesa italiana relativamente al territorio considerato, la "società", più che la "realtà" italiana. Lecclesiologia pastorale  sottostante alla traccia risente di quellinculturazione italiana del Vaticano II operata dalla CEI, con si suoi vari documenti e con la sua particolare intermediazione, offerta ai fini di una riconciliazione a 3 diversi livelli: il livello socio-politico, il livello personale-esperienziale, il livello comunitario-ecclesiale. Come appare già evidente nei precedenti convegni dello stesso genere, tale intermediazione  congiunge termini ed universi di senso problematici e sovente conflittuali: Evangelizzazione e promozione umana, Roma 1976; Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini, Loreto 1985; mentre ora la stessa preoccupazione traspare dal tema da approfondire a Palermo annunciato al n.5: Il vangelo della carità per una nuova società in Italia.

Limpostazione pastorale che è sullo sfondo opera una sorta di oscillazione, non da intendere negativamente, ma come tentativo di una sintesi ancora non completamente matura, tra la missione “profetica” della chiesa e la "cristianizzazione" della realtà esistente. E la scelta non solo e non tanto dellevangelizzazione come annuncio (kerygma), cioè come attività compiuta in se stessa, ma dellevangelizzazione come “trasformazione” e anche come “consacrazione” dei differenti aspetti della realtà umana. Va osservato infatti che levangelizzazione non è il semplice annuncio del Vangelo in quanto tale, ma è anche una sorta di trasformazione del mondo. Sicché il verbo  evangelizzare, originariamente intransitivo, è divenuto transitivo in tutte le sue varianti: “evangelizzare il sociale”, “evangelizzare la politica”, “evangelizzare la cultura”, “evangelizzare i mezzi di comunicazione” etc. Sarebbe ingeneroso ritenere che una simile opzione pastorale, che pone laccento sulla mediazione, sia contraria al Vangelo o che un simile progetto pastorale non tenga in considerazione laltro aspetto, quello profetico-carismatico dellannuncio. Luno non esclude laltro. Non di meno linsistenza della realtà di arrivo, con la “materializzazione” dei più disparati ambiti da evangelizzare, rischia di dare sempre per presupposto un fatto non irrilevante ai fini della comprensione dello stesso Vangelo: il fatto che il Vangelo non è rivolto alle cose, ma agli uomini. I destinatari sono gli esseri umani, dotati di volontà e di intelligenza, di capacità di accettazione o di rifiuto, nella loro  singolarità, è vero, ma aprendosi all’”Altro”, che è Dio, e contemporaneamente aprendosi agli “altri”, e quindi alla storia e a tutto ciò che ne consegue. 

Insomma è urgente riscoprire il Vangelo come primo annuncio e come profezia. Profezia e annuncio di un modo nuovo di guardare la propria vita e il proprio mondo, di cogliere la realtà e di capire la chiesa. Un aiuto in questo senso e persino una svolta, può venire dalla riscoperta del popolo di Dio. Occorre compiere nella chiesa italiana una sintesi più decisa:  coniugare lecclesiologia della chiesa come mistero, presente nel capitolo della Lumen gentium (la costituzione sulla chiesa del Vaticano II) con la lecclesiologia del II capitolo, che è sul popolo di Dio. I tanti gruppi, che oggi costellano la nostra realtà ecclesiale, si accontentano (purtroppo) solo della prima ed è forse anche per questo che si spiega linsistenza sullevangelizzazione delle realtà umane. Ma ciò non può significare che una cosa sola: e cioè che le persone, cioè gli uomini e le donne del nostro popolo, non sono sufficientemente evangelizzate. Né sembra portare  molto lontano linsistere sullevangelizzazione delle cose.

Ciò non significa che la realtà umana secondo le sue diverse dimensioni (familiare, pubblica, culturale) non debba essere avvicinata al particolare modo di intendere tale realtà nella prospettiva del Vangelo. Anche questo bisogno è reale e giustifica alla fine anche la scelta delluso dellevangelizzare in senso verbale transitivo. Alla lunga, però, linsistenza sullevangelizzazione degli “ambiti” potrebbe far trascurare questo fatto  determinante: che il Vangelo è da annunciare alle persone, così come è necessario che gli stessi soggetti che evangelizzano gli altri sempre ricomincino con levangelizzare se stessi. Non deve infatti mai rischiare di diventare un alibi levangelizzazione altrui a discapito dell’”autoevangelizzazione”. Ciò potrebbe farci fare qualche passo avanti, anche in una seria revisione di vita che noi tutti, in quanto chiesa,  dobbiamo avere lumiltà e il coraggio di compiere.

Certamente, se  la buona novella è rivolta personalmente da Dio a ciascuno, essa viene avvertita come Suo dono, e alla fine opera il miracolo di quel cristocentrismo che è lunico correttivo a una chiesa sempre tentata di ecclesiocentrismo e persino di clericalismo. Il Vangelo  è pur sempre  annuncio gratuito che rende il cuore pieno di stupore e di gratitudine, ma che può essere anche rifiutato ed allora forse non è azzardato dire che occorre che i soggetti dellevangelizzazione ne prendano coscienza e rinuncino a voler convertire tutto levangelizzabile, semplicemente perché anche la lieta notizia, come dimostra la vicenda terrena di Gesù, può essere rifiutata, e talora proprio da quelli che dovrebbero accettarla. Ciò significa superare l"accanimento terapeutico" che si ha talora con alcune realtà, come si è fatto, ad esempio con il partito di ispirazione cristiana, che ha avuto tutte le occasioni per convertirsi, ma non ha voluto farlo.

In conclusione, si può compiere qualche passo in avanti, anche oltre ciò che è avvertito come legittimo bisogno di una ricomposizione del tessuto sociale frammentato e conflittuale, segnato dalla delinquenza organizzata (n. 9), dopo il tracollo del collateralismo del partito di ispirazione cristiana, (n. 11) e nel vuoto lasciato da "tangentopoli"(n. 32). In realtà però più che di vuoti da colmare cè da sapersi stupire e lasciarsi convertire ancora dalla freschezza di Cristo e del suo Vangelo, un Vangelo che è profezia e speranza, per tutti: per lumanità intera e per il cosmo, per il mondo e per il suo futuro, oltre che per tutto il popolo di Dio.