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Convegno Caritas Calabria-Sicilia
Giardini-Naxos 7-9/02/02

Giovanni Mazzillo

Testimoniare e comunicare il vangelo della Carità

Introduzione

A fronte di un problema così vasto, quale quello che mi avete chiamato a discutere con voi, premetto innanzi tutto che non pretendo ovviamente di dare ricette. Mi avete chiesto di dare un contributo sul piano teologico-pastorale su ciò che significa al Sud la testimonianza comunicativa dell'eterno vangelo dell'amore (traduco così il termine carità). Da cultore di teologia, ma anche da uomo del suo tempo, che si cimenta con i segni di questi tempi e ne vive le sue lacerazioni, ritengo pertanto utile proporre, dopo un'introduzione alla lettura della situazione più generale, alcune linee per comprendere quella nostra specifica. Lo farò, o quantomeno cercherò di farlo, in un primo punto (dal titolo Situazione/i attuale/i e convinzioni di fondo dell'agire solidale come realizzazione della carità), associando alle linee di lettura le convinzioni di fondo di un e per un agire solidale doppiamente contestuale: vale a dire rispetto a una globalità mondiale dalla quale non possiamo prescindere e rispetto a una località come quella che ci tocca da vicino. Partirò pertanto da una ricognizione della situazione o delle tante situazioni attuali che sfidano l'annuncio e l'agire solidale. In un secondo punto (dal titolo Reazioni-azioni e finalità dell'agire solidale, come realizzazione dell'amore) farò riferimento a una progettualità della carità che muove dal vangelo e dall'annuncio delle beatitudini di Gesù. In un terzo momento, infine (dal titolo testimonianza e comunicazione dell'amore) mi soffermerò sugli strumenti evangeli, di vita e di stile, antecedenti quelli operativi pratici, per recepire continuamente e trasmettere ininterrottamente l'amore di Dio come contenuto, oltre che come motivazione dell'agire solidale.

1) Situazione/i attuale/i e convinzioni di fondo dell'agire solidale

1.1. Globalizzare pensieri e progetti di vita

Devo dare per scontato un presupposto sul quale non posso soffermarmi in maniera approfondita, ma su cui pur argomenterò nel corso dell'intervento. Il presupposto recita che la nostra situazione, una situazione "regionale" o "bi-regionale", nella quale vogliamo testimoniare e comunicare il vangelo della carità, non è comprensibile al di fuori di processi più vasti che riguardano il mondo. Prendendo sul serio l'inossidabile motto del "pensare globale ed agire locale" mi riferisco allora in primo luogo al recentissimo intervento di Noam Chomsky[1] a Porto Alegre, che fotografa lo sfruttamento a fini di parte di ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi:

"Il sistema di dominazione dei popoli oggi è estremamente fragile. Il pretesto cambia ma le politiche continuano sostanzialmente a essere le stesse. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il comunismo, il crimine, la droga, il terrorismo. A volte il cambiamento dei pretesti insieme alla continuità delle politiche è tanto drammatico che richiede un grande sforzo per non rendercene conto. Ovviamente questi centri di potere sfruttano ogni opportunità per portare avanti i loro programmi e usano la crisi, come un grande terremoto o una guerra o perfino un'atrocità come quella dell'11 settembre"[2].

A commento si può senz'altro dire che cambiano i drammi, alcuni dei quali sono inauditi, ma non cambiano le politiche non solidali o la politica in quanto tale. Quella per intenderci subito, che mantiene in atto e scava ulteriormente il fossato tra i detentori del potere finanziario, tecnologico, militare e mediatico e quanti ne sono esclusi o sono ai loro margini o sono dei semplici satelliti. Insomma tra quelli che sono detti, con linguaggio ecclesiale e popolare, ricchi e poveri e che più onestamente occorrerebbe chiamare gli arricchiti e gli impoveriti della terra. Non cambia né si riduce tale divario che già l'insuperabile Populorum progressio di Paolo VI individuava con coraggio e che successivi interventi magisteriali, come la Sollicitudo rei socialis e la Centesimus annus di Giovanni Paolo II hanno ripreso e ulteriormente declinato nei suoi aspetti strutturali, fino a parlare di effettive "strutture di peccato" in atto. Non solo la situazione non cambia, ma il nuovo oggi sembra essere caratterizzato dall'amplificazione ad arte di effettive tragedie, come quelle dell'11 settembre e del terrorismo, alimentato da gruppi armati militarmente e da gruppi armati ideologicamente e religiosamente. È una situazione che, nonostante la tragedia e l'orrore, sinceramente condannati da tutti, torna però utile a quella politica che chiamo semplicemente "non solidale". Assistiamo così a un fenomeno strano e nuovo, quanto inaudito: il terrorismo armato alimenta il terrorismo psicologico e questo viene sfruttato ad arte per politiche militari, processi di egemonia e di controllo di aree geografiche economicamente più deboli e processi di inculturazione forzata, di vero e proprio addormentamento, se non di addomesticamento delle coscienze di intere popolazioni (per lo più le nostre), con il pretesto di difendere il nostro benessere e la nostra stessa libertà.

In ogni caso, Chomsky aggiunge, mi sembra, a ragione:

"E la crisi fa sì che sia possibile sfruttare la paura e la preoccupazione del pubblico per esigere che gli avversari siano umili, ubbedienti, distratti. In Stati più brutali può significare l'aumento del terrore e della repressione".

Ciò che è successo recentemente infatti si dimostra un ottimo alleato di quel modo politico di guardare alla realtà. Quello che sviluppa, ancora secondo il linguista statunitense, "programmi di militarizzazione e l'attacco sempre più forte contro la democrazia e la libertà, che sono il nucleo centrale dei programmi cosiddetti neoliberali".

Il seguito dell'intervento presenta come emblema di questa situazione ciò che anche a noi è sembrato essere l'immagine dinamica della validità dell'assunto. Da una parte, a New York l'incontro dell'Organizzazione Mondiale del Commercio con i suoi programmi, le sue strategie, i suoi strumenti di espansione e legittimazione (tra i quali l'interessamento delle problematiche della povertà, senza però mai dimenticare né superare ciò che alimenta la linfa stessa del commercio, il profitto per il profitto). Dall'altra il forum di Porto Allegre, che ha raccolto le menti più critiche ed anche più lucide, che denunciano lo sviluppo distorto e fanno ancora gridare che un altro mondo è possibile. Nel mezzo, e qui sta il problema, la restante popolazione, quella cosiddetta produttiva o anche non produttiva, ma che anche noi rappresentiamo. Questa appare comunque smarrita e spaventata. È quella che, volenti o nolenti, rappresenta anche la nostra base ecclesiale e in molti casi la base ecclesiastica. È la stessa che non sa o non vuole prendere posizione e talvolta rinuncia persino a pensare, ritenendo tali problemi al si sopra delle sue possibilità e pertanto abbandona pensiero e programmazione agli altri, cioè a quelli che possono e che hanno mezzi e potere. Oppure pensa, in modo comodo e infantile, che il commercio ha ragione, perché ha sempre avuto ragione e avrà sempre ragione. Chi comanda è il denaro e chi produce ne gode i frutti, chi è contro, anche se lavora e produce, si sbaglia, perché o è un sognatore o è un pazzo. Nella sua forma estrema l'infantilismo rinunciatario si esprime così: da una parte c'è la globalizzazione e c'è il progresso, dall'altra ci sono i "pazzi" dell'antiglobalizzazione, quelli che vorrebbero fermare il progresso e con esso il mondo.

In realtà è uno schema così semplicistico e non conforme a verità, che basta a smentirlo lo stesso autore dal quale siamo partiti, il quale testualmente dice:

"Dobbiamo cercare un programma di globalizzazione che si preoccupi dei reali interessi del popolo e combatta la concentrazione illegittima di potere. Il termine globalizzazione non può essere ristretto alla loro visione della integrazione internazionale. Una visione che si preoccupa solo degli interessi corporativi, essendo [cioè considerando nota personale] gli interessi del popolo qualcosa di incidentale".

Se la posta in gioco non è allora: "globalizzazione sì, globalizzazione no", il nostro intento è quello che sinteticamente è espresso oltre che da Giovanni Paolo II, sempre più anche nel nostro linguaggio, la "globalizzazione della solidarietà". Un programma bello da sentire, ma ancora difficile da realizzare. A motivo di quali ostacoli? Con quali convinzioni e con quali strumenti potremo superare tali ostacoli e come potremmo trasmettere tali convinzioni, fino a "contagiare", con il contagio delle idee grandi e forti, anche gli altri, a partire dalla nostra realtà ecclesiale?

Ciò che è qui in gioco tocca le radici stesse del nostro vivere, prima che del nostro impegno, del nostro essere, prima che del nostro agire. È un programma, ma è anche, e deve essere sempre, un ricollegarsi alla sorgente stessa della carità, a quel Dio che è agape, che è amore non astratto, ma amore che si dà continuamente, si immerge e si consuma per gli altri. In questo contesto e con questo intento, possiamo parlare di una nuova ed autentica globalizzazione come comunicazione su una scala, la più vasta possibile, di pensieri e di progetti di vita, a fronte di una globalizzazione, che come abbiamo visto, per essere legata alla difesa del proprio dominio e delle proprie merci, del proprio potere e della propria egemonia, rischia di diventa globalizzazione della ricchezza da una parte e della povertà dall'altra, del militarismo da una parte e della paura e della conseguente perpetuazione dell'ingiustizia, dall'altra.

1.2. Il servizio dell'amore in un mondo "dominato dall'ingiustizia globale"

Faccio riferimento ancora una volta a una testimonianza letta in questi giorni. È la testimonianza dello scrittore portoghese, premio Nobel per la letteratura, José Saramago. Inizia raccontando una storia accaduta nel 1600 in un paese toscano, quando un contadino, dopo aver suonato la campana a morto, si presenta alla gente accorsa alla porta del campanile con queste parole: "il campanaro non c'è, sono io che ho suonato la campana. Ho suonato a morto per la Giustizia, perché la Giustizia è morta"[3]. Il motivo del gesto era la prepotenza di un avido signorotto locale, che sottraeva sempre più consistenti pezzi di terra al contadino, che non era riuscito a fermarlo né con le suppliche, né attraverso la richiesta alle autorità di giustizia. Lo scrittore commenta la narrazione con parole che fanno pensare:

"Suppongo che quella fu l'unica volta in cui, in un posto qualsiasi del mondo, una campana pianse la morte della Giustizia. Non si sentì mai più il rintocco funebre di quel villaggio vicino a Firenze, ma la Giustizia ha continuato e continua a morire tutti i giorni...".

L'autore non si ferma alla denuncia, indica le nuove campane che reclamano anche oggi la giustizia sulla terra. Tra esse, quella di chi non si rassegna alla globalizzazione dell'ingiustizia. Dalla mia parte, mi auguro davvero di cuore che sia anche la nostra voce e la nostra azione, un'azione tenace, persistente, per contribuire non solo a sfamare di pane, di progetti e di speranza quanti sono affamati (e sono davvero innumerevoli), ma anche a far sì che non si muoia più di fame e che vengano meno le cause che la producono, insieme con l'oppressione, lo sfruttamento, la violenza e la guerra.

Mi sembrano convincenti le conclusioni alle quali alcuni oggi arrivano, osservando che la carta dei diritti dell'uomo, al pari dell'esercizio della democrazia, a fronte della nuova situazione mondiale, non riescono a garantire la giustizia. Sembrano il topolino che rischia di essere ingoiato dal gatto d'ingiustizia, che va facendosi sempre più "globale", mentre la democrazia e diritti dell'uomo non sembrano affatto avviati verso la loro globalizzazione. Anzi, sembra vero il contrario.

Che cosa concludere allora, visto che con i nostri strumenti democratici possiamo sì sostituire un governo ad un altro, ma sembra non possiamo far nulla di fronte a dinamismi globali e a processi multinazionali, il cui controllo sfugge agli stessi politici? Condivo ancora l'idea che il semplice esercizio delle nostre democrazie non basta più, e che occorre mobilitarsi perché esso sia messo in rapporto con tali fenomeni globali. Ritengo però che sia già un buon inizio suonare e continuare a suonare questa campana, che è campana a morto per i milioni di esseri umani che muoiono nella divisione del mondo tra arricchiti e impoveriti, ma che deve essere campana di allarme, l'allarme per l'urgenza di una formazione che informa su questi processi e forma a come combatterli, in maniera ovviamente nonviolenta. Ritengo parimenti che oltre alla campana, noi abbiamo ancora, e dobbiamo usarle entrambe, due mani e un'intelligenza alla quale esse debbano ubbidire, ma abbiamo anche due piedi e un'ansia di giustizia che li deve far muovere. Proprio a partire da ciò, già semplicemente come esseri umani, siamo spinti a ripensare a un servizio a favore delle vittime dell'ingiustizia, non perché altrimenti non avremmo che cosa fare, ma perché esse ci stanno a cuore in quanto hanno subito e subiscono delle ingiustizie.

Da cristiani, poi, dobbiamo e possiamo proporre (a livello operativo e formativo, a livello personale e strutturale) una globalizzazione di questo servizio, partendo dall'idea che la globalità della salvezza è un dato di fede e che il Dio in cui crediamo non è il Dio di una tribù o di una nazione, di una classe o di una parte del mondo, ma è il Dio di tutti gli uomini e di tutta la terra. La globalizzazione della speranza in una salvezza per tutti passa in effetti attraverso la globalizzazione di una visione di Dio che non è il garante del nostro Occidente e del nostro benessere, ma è il Dio dei poveri e degli sconfitti, il Dio dell'altra parte della storia: cioè di quelli che hanno pagato e pagano i costi di un arricchimento che va continuamente a loro discapito. Quando non c'è, come invece in molti casi succede, una diretta dipendenza tra i due meccanismi (l'arricchimento e l'impoverimento), occorre umilmente confessare che l'indifferenza verso chi muore nella povertà è già di per sé un atto di ingiustizia ed un atto eticamente e moralmente condannabile.

A fronte allora di una globalizzazione dell'ingiustizia, che chi opera con i poveri sa essere molto di più che uno slogan, è importante che noi crediamo nel servizio dell'amore e globalizziamo il servizio dell'amore. Il Mezzogiorno d'Italia in cui viviamo, con tutti i suoi pregi che un nuovo "pensiero meridiano" cerca di mettere in luce, esprime anche nella sua storia, nella natura della sua gente, nella sua realtà di emarginazione la concretezza di un effettivo impoverimento, derivato da violenze occulte e palesi[4]. Proprio queste già nel passato hanno provocato il saccheggio anziché l'integrazione dei popoli, hanno favorito l'emigrare degli uomini, anziché lo spostamento dei mezzi finanziari, imprenditoriali e lavorativi. Nel presente, poi, hanno creato e creano attese e miti di impossibili felicità, offerte con mezzi di comunicazione, che più che comunicazione di massa, sarebbe corretto chiamare mezzi di assopimento delle masse. Proprio queste ultime sottili violenze mirano a scardinare l'anima dalla nostra gente del Sud, dopo aver portato via ricchezze, braccia da lavoro ed intelligenze, che non avevano nulla da invidiare ad altri. Per tutte queste ragioni, il Sud è da considerare come realtà geografica e culturale storica ed ambientale, che vive a metà strada tra i frutti della globalizzazione e gli effetti dell'emarginazione.

Che cosa fare allora? Occorre ripartire, con convinzioni ancora più profonde, per un servizio di carità che è informazione e resistenza all'assopimento delle coscienze. Occorre rendere davvero globali le convinzioni che l'anima vale più del vestito, che l'essere bene è molto di più del benessere, che il vivere dell'essenziale è alla fine più appagante dell'assecondare un'insaziabile voracità. Mi sembra questo uno dei primi e dei più urgenti compiti da svolgere come servizio di un amore che ci investe e ci tocca, che abbiamo nel cuore e nella vita, e che non possiamo perdere, perché non è nostro. Ci è stato donato e ci sarà ancora donato, perché, pur toccando la nostra realtà più vicina, noi e la nostra prossimità, viene da più lontano.

2. Reazioni-azioni e finalità dell'agire solidale, come realizzazione dell'amore

Da dove viene allora e dove si alimenta il servizio di un amore che è locale e globale nello stesso tempo, puntuale e universale? Tocchiamo qui il secondo aspetto del mio intervento, quello relativo alle reazioni-azioni e alle finalità di un agire solidale che nasce dall'amore. A questo riguardo, mi sembra importante, che noi recuperiamo con la radicalità dell'annuncio di Gesù che proclama beati gli infelici e grandi i perdenti, la radice intima dalla quale tale radicalità continuamente germoglia.

Le beatitudini appaiono in questo contesto l'espressione di una rivelazione storica singolare: quella di un Dio che rivela la fondamentalità dell'amore, fino a manifestarsi come l'amore stesso. Dalla storia della rivelazione giudaico-cristiana che conosciamo, l'amore di Dio, l'amore che è Dio, ci appare attraverso dinamiche proprie, che tuttavia non sono astrazioni o teorizzazioni dell'amore. Sono invece manifestazioni concrete di un amore che interviene nella storia a vantaggio di soggetti anch'essi particolari, con una consequenzialità che la mente umana fatica ad accettare nei suoi sviluppi e nella sua coerenza estrema. L'amore non solo si rivela come realtà che interviene nella storia, ma anche come svelamento ed anticipazione del senso globale della storia[5]. Appare la rivelazione dell'amore di Dio per gli infelici, attestandosi come amore tenace e persino ostinato, che nulla può arrestare, nemmeno il rifiuto di coloro che sono amati, ma che non sempre riescono a capire l'amore, anche e soprattutto a motivo del fatto che sovente l'infelicità incattivisce e rende sordi al suo richiamo. Non di meno, anzi proprio per questo, l'amore si va palesando come amore irreversibile. E con ciò ci sembra di poter affermare anche il valore di quanto l'esperienza umana può già cogliere, quando in varie maniere, dall'arte alla psicologia, dalla fenomenologia all'antropologia, riesce a pervenire all'idea che l'amore, se è autentico, diventa irreversibile. Personalmente lo chiamo amore "senza ritorno", perché anche se non è corrisposto, si offre per le persone amate e anche perché è un amore irrevocabile. Persiste nel tempo e resiste oltre il tempo[6]. Se Dio non si smentisce, giacché "Dio non è un uomo da potersi smentire, non è un figlio dell'uomo da potersi pentire" (Nm 23,19)[7], tanto più resta irrevocabile l'amore, quello che è apparso in Cristo nei termini di un dono che arriva a dare se stesso, fino a non ritrarsi davanti all'annientamento di sé[8]. Possiamo affermare che quando l'amore manifesta compiutamente se stesso rivela anche fin dove esso possa condurre e di fatto ha condotto. L'amore non indietreggia nemmeno davanti alla morte, sapendo che il rifiuto dell'amato è peggiore di essa e sapendo che attraverso la morte riuscirà ad attirare a sé quanti l'hanno disatteso mentre era in vita. Anche per questo, soprattutto per questo, l'amore è più forte della morte e riemerge dalla morte[9].

L'irrevocabilità dell'amore appare già prima della venuta di Gesù[10] ed è spesso contestuale alla pratica della giustizia, della fedeltà e dell'interiorità. In Gesù, tuttavia, riceve una determinazione e una concretezza senza precedenti. Si caratterizza ancor di più come amore verso i derelitti e gli impoveriti, gli oppressi e gli infelici. Di fronte a tanta gente, che accorreva a lui e versava in questa situazione, Gesù si sentiva in piena continuità con l'agire del Padre, riconvocava e manifestava il suo amore a quel popolo, lo istruiva e lo consolava, lo guariva e lo nutriva[11]. Mosso dall'amore, Gesù re-agiva ed agiva: reagiva scegliendo come suoi compagni di strada e come destinatari del suo messaggio e del suo regno proprio quegli uomini, dedicava il suo tempo e le sue risorse a loro, interveniva per sollevarli dalle necessità e per denunciare i soprusi dei quali erano vittime. Erano i soprusi dei potenti e degli uomini che contano, dei ricchi e di quelli dei quali gli uomini tessono gli elogi, di coloro che ridono e di quanti sono sazi (Lc 24,26; Lc 16,19-31), dei giudici iniqui (Lc 18,1-8) e di quanti, pur praticando l'osservanza minuziosa della legge, divoravano, proprio dal versante della religione ufficiale, le case delle vedove e degli orfani (Mc 12,38-40).

Gesù reagiva a questo stato di fatto proclamando la felicità delle vittime di tante ingiustizie e di una malintesa pratica della legge. Riprendendo la proclamazione ebraica con la quale Dio annunciava (arêj[12], cioè "Felicità di...!", Gesù reagiva alla malversazione dei potenti verso i poveri, proclamando la grandezza e la fortuna di questi ultimi e la rovina dei primi. Non per nulla in testi delle comunità di base dell'America Latina e in alcuni passaggi di don Tonino Bello si trova la traduzione "in piedi voi poveri!", di certo più vicino allo spirito originario dell'ormai innocuo e spiritualizzato "beati i poveri ecc...". Riformulando le beatitudini nel mio messaggio settimanale ai ragazzi del centro d'accoglienza e agli altri amici, ho scritto:

"Grande annuncio di gioia, giorno splendido di luce: la festa degli infelici è giunta. "In piedi voi poveri e sventurati, voi sfruttati e voi che perdonate! In piedi voi che, oppressi, avete finora sospirato il giorno della giustizia! E voi dal cuore trasparente, voi che, nonostante tutto, lavorate per la pace! State a testa alta: il regno di Dio comincia con voi ad avverarsi!""

È una versione che mi sembra vicina allo spirito con cui Gesù parlava a quelle folle che pur con i loro problemi, lo seguivano. Infatti le beatitudini sono proclamate di fronte a "grandi folle", che "cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano" (Mt 4,25). Di fronte a coloro che devono essere apparsi anche a lui impoveriti, e angariati, afflitti per l'oppressione e vilipesi, e tuttavia capaci ancora di sospirare e sognare la giustizia, di perdonare e di costruire pace in tanta violenza, Gesù reagiva con l'amore di Dio, agiva come amore di Dio diventato carne, affetto diventato storia, cura degli infelici diventato tenerezza ed accoglienza. Per questo annunciava che il regno era venuto ed apparteneva a loro, che i suoi gesti lo attestavano con certezza e che a questo regno erano tutti invitati, anche i ricchi, a patto di cambiare rotta, di mutare vita[13].

Sì con Gesù l'amore celebra la sua venuta nel mondo ed è invito e convito offerto a tutti, simboleggiato nel banchetto nuziale di Cana, con la sua implicita evocazione di quell'amore che ama il suo popolo e i suoi poveri come sposo che ama la sua sposa. Così l'amore si autopresenta e Gesù manifesta la sua identità, l'identità di chi è venuto per la vita e la felicità e non per l'oppressione degli uomini[14].

Qui appare il metodo di Gesù, perfettamente conforme alla metodologia di un Dio che è amore e qui diventano anche chiare le finalità del suo agire. Da qui e solo da qui passa tuttavia anche il paradigma dell'agire della Chiesa, dell'agire dei suoi discepoli. In conclusione, se Dio si poneva e si perdeva come amore che si dona per gli impoveriti e per i bisognosi, per gli infelici e per i sognatori di pace e di giustizia, noi non possiamo fare diversamente.

Nel nostro caso se l'area in cui viviamo richiama quella dei destinatari dell'azione e della prassi di Gesù, dobbiamo anche noi prendere questa via e perseguire le finalità perseguite dal Maestro. Esse sono, come noi calabresi abbiamo appreso anche dai nostri convegni regionali, oltre che dal Vaticano II, la cura e la visitazione dei bisognosi, la crescita e la formazione delle coscienze, la denuncia delle ingiustizie e la costruzione di rapporti e di pace in un mondo sovente disgregato e insanguinato dalle tante forme di violenza psichica e morale, fisica ed esistenziale, dalla mafia al lavoro malpagato, dal malcostume al clientelismo, oggi rifiorente soprattutto sul piano socio-politico, dall'ostilità verso i diversi e gli immigrati allo spiritualismo, che tutto copre e tutto ammanta con giustificazioni solo apparentemente spirituali, ma che in realtà costituiscono una rinuncia al coinvolgimento personale e alla sequela di Gesù, ai quali chiama il suo vangelo.

3) Testimonianza e comunicazione dell'amore

A questo punto, dopo aver tracciato le grandi linee delle motivazioni, dell'agire e delle finalità della testimonianza dell'amore, occorre affrontare l'argomento degli strumenti più adeguati, per comunicare la carità di Dio secondo le modalità che abbiamo visto caratterizzare l'agire di Gesù, da cui non può assolutamente prescindere quello della Chiesa.

A mio modo di vedere, si tratta di modalità di vita e di stile, antecedenti agli strumenti operativi pratici, senza dei quali anche gli strumenti tecnicamente e pedagogicamente più adeguati falliscono, per il semplice fatto che disattendono l'assoluta novità dell'amore di Dio. Affinché anche gli strumento più raffinati possano funzionare, è necessario che siano recettivi dell'amore di Dio, per poterlo adeguatamente trasmettere, anche al fine di non far scadere l'annuncio delle beatitudini della Chiesa in un intervento di puro e semplice sollievo delle sofferenze. Perché il novum dell'annuncio del regno non diventi prima assistenza e poi assistenzialismo, sono necessari alcuni passaggi importanti. Sono, in primo luogo il collegamento costante da mantenere tra valori teologali, oltre che teologici di primaria grandezza, quali la pace, la giustizia e la carità, la costante vigilanza a che l'amore di Dio sia ininterrottamente trasmesso come contenuto, oltre che come motivazione dell'agire solidale e la comunicazione di una radicalità evangelica, diversa tanto dal radicalismo velleitario quanto dal rigorismo e dall'integrismo teologico. Nei tre passaggi di fondo indicati è determinante mantenere sempre un inscindibile rapporto tra la comunione e la comunicazione dell'amore, in quanto alveo esistenziale che realizza il regno di Dio come realtà di vita e annuncio di gioia per gli uomini.

Sul primo punto non possiamo fermarci molto. Basti qui ribadire che l'interconnessione tra pace, giustizia e carità è sancita ormai anche a livello magisteriale, a partire dall'Evangelii Nutiandi, l'esortazione apostolica di Paolo VI, del 1975. Vale la pena riprendere in mano l'indimenticabile n. 31 di questo testo, dove è scritto:

"Tra evangelizzazione e promozione umana, sviluppo, liberazione ci sono infatti dei legami profondi. Legami di ordine antropologico, perché l'uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma è condizionato dalle questioni sociali ed economiche. Legami di ordine teologico, poiché non si può dissociare il piano della creazione da quello della redenzione che arriva fino alle situazioni molto concrete dell'ingiustizia da combattere e della giustizia da restaurare. Legami dell'ordine eminentemente evangelico, quale è quello della carità: come infatti proclamare il comandamento nuovo senza promuovere nella giustizia e nella pace la vera, l'autentica crescita dell'uomo?".

Portata e senso della liberazione annunziata e realizzata Gesù di Nazaret e predicata (si spera anche praticata il più possibile) dalla chiesa sono indicate nella sequenza di tre aggettivi che spaziano dalla natura antropologica, a quella teologica, fino a quella evangelica. Comunicare il vangelo della Carità nel Sud deve tenerne conto. Deve declinare la buona notizia del vangelo come liberazione nei vari livelli attraversati dalla nostra vicenda umana. Quello personale e quello comunitario, quello ecclesiale e quello civile, quello sociale e quello politico sono livelli non alieni, né estranei al vangelo. Al contrario, sono ambiti nei quali la liberazione deve essere avvertita come esigenza inscindibile dal vangelo. Se il vangelo arriva, deve toccare anche questi ambiti, altrimenti esso non è ancora vangelo, è qualcosa d'altro, nella migliore delle ipotesi sarà un vangelo monco.

Se le cose stanno così, come sfuggire alla tentazione dell'integrismo e a quella della conversione forzata dei diversi? Con la custodia del vangelo quale esso è, cioè come annuncio di una sorprendente e insuperabile gratuità, come comunicazione interpersonale e testimonianza esistenziale. Con la dimostrazione con i fatti che quanto ci smuove è anche ciò che ci commuove: la certezza di essere amati e l'incontenibilità di un amore da trasmettere anche agli altri. In particolar modo è annuncio e trasmissione reale di amore (e non solo di gesti di amore) verso quanti, al pari dei destinatari delle beatitudini, hanno più bisogno di sapere di essere amati e di toccare con mano di esserlo per davvero, a cominciare da coloro che sembrano senza speranza e senza alcuno che si occupi di loro, dei diseredati e degli impoveriti di ogni sorta.

Se il vangelo è annuncio che Cristo è vita ed è luce per gli uomini (Gv 1,4), essendo Luce da luce, Vita da Vita, la testimonianza della carità deve necessariamente presentarsi come offerta e difesa della vita, contro ogni cultura di morte e contro ogni militarismo di vecchia o di nuova maniera. Solo a queste condizioni, possiamo trasmettere la convinzione che c'è tra gli uomini, c'è anche nel nostro Sud, la "buona notizia" di un amore che non tergiversa, che non cavilla, la proclamazione di una pace che è pace e non "missione di pace" (leggi di guerra), è pace e rispetto della vita davvero, è pace e basta. Solo così l'amore di Dio appare credibile e Cristo sulle nostre labbra, e soprattutto dalla nostra testimonianza, è annunciato come "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1,9).

Toccando il secondo aspetto accennato (la vigilanza continua a che l'amore di Dio sia ininterrottamente trasmesso come contenuto oltre che come motivazione dell'annuncio), si può affermare che la testimonianza della carità comunica realmente l'amore quando è frutto di una vocazione all'amore ed è convocazione degli altri all'amore. Si radica nella Comunione uni-trinitaria di Dio che chiama alla vita comunitaria. Tale comunità non è solo, come purtroppo talora succede nei nostri ambienti, comunione tra gli uguali, quelli che partecipano alle stesse celebrazioni, preparano le stesse letture e cantano gli stessi canti, è comunione sempre offerta e sempre da offrire ai diversi. È comunicazione autentica perché è comunione estroversa ed estroflessa. Radicandosi nella Parola di Dio, che fin dall'inizio è dialogo e non monologo, la comunicazione tra gli uomini, prima ancora di essere una tecnica comprensibile, è consapevolezza di una comune appartenenza e pertanto è dialogo autentico, sincero, senza secondi fini, sapendo amare e accettare l'altro, anche se diverso da noi e se non la pensa come noi.

Si sente spesso dire che il Sud è caratterizzato dall'individualismo. Può essere. Può essere una difesa o il frutto di esperienze dolorose di sopraffazioni e di continui disincanti. Può essere diventato un costume. Non credo che sia un tratto antropologico originario e insuperabile. In ogni caso, anche ammesso che sia così, il problema non si risolve solo condannando uno stile, ma piuttosto praticando uno stile diverso, alternativo, appunto, come quello che scaturisce da una prassi nuova, che sa di essere continuamente rigenerata dalla prassi di Dio. La comunicazione, infatti, al pari della comunione, dalla quale nasce e nella quale vive, avviene nel radicamento nella realtà stessa di Cristo, che in quanto Verbo, cioè Parola originaria appare anche la Comunicazione originaria. Come "immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura" (Col 1,15) e come colui per mezzo del quale e in riferimento al quale tutto esiste, egli è fondamento di ogni relazione: Ritrovando Cristo e seguendo lui, la comunità cristiana diventa capace di intrattenere relazioni ed offrire comunione anche ai lontani. Del resto non è stata questa la forza dei santi? Riflettendoci, appare evidente che è stata la sequela di Cristo, più che il perfezionamento delle tecniche comunicative, che li ha reso uomini di grande comunione e di autentica e profonda comunicazione.

In terzo luogo, accennavamo alla radicalità evangelica, diversa tanto dal radicalismo velleitario, quanto dal rigorismo e dall'integrismo teologico. In realtà, quest'ultimo carattere della comunicazione del vangelo dell'amore dovrebbe essere già implicito in quanto detto finora. Lo esplicitiamo alquanto, dicendo che la carità, se è fondata in Dio, è anche misericordia e commozione per l'altro. Non è in primo luogo istanza o imposizione etica, ma è annuncio che contiene un agire, come un seme contiene i sui frutti. Anche per questo, partendo dal presupposto che la stessa rivelazione, più che complesso di nozioni o di norme morali, è la comunicazione e la proposta di un'esperienza nuova da condividere, la comunicazione segue il modello "personalistico" o "personale", che bada cioè alla relazione, e non quello cosiddetto "proposizionale", che bada solo alla formulazione della dottrina e all'agire sulla base di precise norme morali.

L'alternativa è la riscoperta della radicalità della sequela di Gesù, che come abbiamo visto, è condivisione di un'esperienza, che sa comunicarsi attraverso le vie che solo l'esperienza conosce. È esperienza della prassi di Gesù, per realizzare il progetto di pace del Padre. In tale comunicazione non si rifugge la radicalità, in quanto questa rappresenta il radicarsi nell'agire di Dio, attraverso la riscoperta di Cristo. È questa la comunicazione di una carità che spinge ad essere solidali e liberanti e fa superare il pericolo di una doppia morale, legata invece a un rigorismo senza sostanza teologica e quindi insostenibile e di fatto impraticabile[15]. La conversione del cuore, passa attraverso il calore delle beatitudini, e allora diventa la conversione del cuore borghese. Ci incoraggia ad andare in questa direzione anche ciò che è emerso nel concistoro straordinario dal 21 al 24 maggio, dal quale è venuto, anche dalle parole di Giovanni Paolo II, l'invito a essere Chiesa sempre più missionaria e sempre più solidale con i poveri. Parlando degli esempi da dare, come mezzi più idonei, il papa ha parlato in quell'occasione di un volto di povertà e di misericordia, specialmente verso i bisognosi e gli emarginati. Riprendendo la contemplazione come una delle strade maestre sulle quali la Chiesa deve camminare per trasmettere la fede in questo nuovo millennio, egli ha richiamato a questa prima modalità dell'annuncio.

A noi sembra che proprio la contemplazione delle opere di Dio, come acquisizione della carità nell'orizzonte della propria vita, ci può portare a quella svolta che qualcuno ha invocato come indispensabile per realizzare una vera conversione. È quella invocata in questi termini:

"I cittadini del primo mondo devono liberarsi non dalla loro impotenza, ma dalla loro superpotenza, non dalla loro povertà, ma semplicemente dalla loro ricchezza, non dalla loro penuria, ma dal loro totale consumismo, non dalla loro sofferenza, ma dalla loro apatia..."[16].

La posta in gioco sembra alta, ma il perseguimento di questo obiettivo non è impraticabile, se si parte dal fatto che ciò corrisponde alla comunicazione di un amore che conquista, in forza della sua radicalità A questo riguardo, troviamo anche scritto che "Cristo è perfetto comunicatore"[17], lo è perché trasmette la comunione con Dio:

"Per mezzo della sua incarnazione, egli prese la somiglianza di coloro che avrebbero ricevuto il suo messaggio, espresso dalle parole e da tutta l'impostazione della sua vita. Egli parlava pienamente inserito nelle reali condizioni del suo popolo, proclamando a tutti indistintamente l'annuncio divino di salvezza con forza e con perseveranza e adattandosi al loro modo di parlare e alla loro mentalità"[18].

Anche da queste ultime affermazioni possiamo concludere che l'adattamento alla lingua e al parlare degli uomini non è assuefazione ai loro modi di vivere e di essere. È invece proposta comprensibile di quel vivere e di quell'essere che gli uomini stessi hanno sempre cercato e che in Cristo riceve riposta e continuo impulso a nuove domande.

Si tratta, in definitiva, di una pista incentrata su un modo di comunicare che muove da Cristo e va continuamente verso di lui. Recepisce il "cammino percorso insieme dal Concilio a oggi" e si mette "al servizio della gioia e della speranza di ogni uomo". Per questa ragione è una risposta alla continua "chiamata alla conversione", "Per una missione senza confini" che continuamente si cimenta con il "discernere l'oggi di Dio". Sono tutti momenti e tappe che ritroviamo negli Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, della CEI, dal titolo "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia". Qui si trova anche l'invito a "evidenziare il segno della carità come qualificante la missione cristiana" (ivi, 41), ma anche l'invito a una "conversione pastorale", che pur passando attraverso momenti e luoghi di incontro della comunità cristiana, riceve il suo senso solo nell'innesto di quella comunicazione che sa trasmettere l'amore.

Siamo, infatti, convinti, e vogliamo trasmetterlo anche agli altri, che non l'avere e nemmeno il progettare per progettare rende gli uomini più uomini, ma il poter cogliere il senso del vivere, fosse anche soltanto quello si portare quest'unico messaggio d'amore.

Come infatti troviamo in un bel componimento, che parla della lezione che ci viene da chi sa stare accanto ai malati, anche quando questi non avvertono la loro presenza, l'importante non è la loro avvertenza, né la loro gratitudine, è essere al loro fianco:

"Ancorché sappia / che non sente / la freschezza fragrante / della tua carezza / continui a stringere / fra le sue la tua mano // così si ama Dio / o dovrebbe amarsi / con tutto il cuore / sempre / e perfino, o più ancora, / se non lo sapesse"[19]

NOTE

[1] Noam Avram Chomsky è il linguista americano nato a Filadelfia nel 1928 e professore al Massachusetts Institute of Technology, uno dei maggiori rappresentanti della scienza linguistica contemporanea.

[2] L'intervento è stato notificato da www.sagarana.net.

[3] J. SARAMAGO, "Il mondo dell'ingiustizia globale", in La Repubblicai (3/03/02) pp. 1.17.

[4] Cf. G. MAZZILLO, "Sull'identità meridionale", di prossima pubblicazione negli Atti del Convegno del 2001-2002 ad essa dedicato dalla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale. Il testo è comunque reperibile presso il sito www.puntopace.net\mazzillo\ined.htm .

[5] Sul rapporto tra teologia, storia e rivelazione cf. l'ultimo congresso dell'Associazione Teologica Italiana (settembre 2000), i cui Atti sono in fase di pubblicazione presso le edizioni S. Paolo. Nostri contributi a riguardo sono: G. MAZZILLO, "L'incarnazione di Cristo e il valore della storia umana", in Rassegna di Teologia 34 (1993) pp. 363-377; ID, "L'ingresso della teologia nella storia", Forum ATI, in Rassegna di Teologia 41 (2000 ) n. 2 , intervento 3. nelle pp. 271-286 (www.teologia.it/fati200.html#3); per il dialogo interreligioso cf. ID., "Nuove prospettive nel dialogo tra cristianesimo e religioni?", in Rivista di Scienze Religiose 13 (2000) 191-225.

[6] Non possiamo qui fornire la documentazione biblico teologica di quest'assunto. Alle espressioni note dei testi di Giovanni o a lui attribuiti, il cosiddetto corpus joanneum, che parla della rivelazione di Dio come amore basti qui sono accostare un passo della lettera agli Ebrei che presenta due atti irrevocabili della volontà salvifica di Dio "Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento perché grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi che abbiamo cercato rifugio in lui avessimo un grande incoraggiamento nell'afferrarci saldamente alla speranza che ci è posta davanti. In essa infatti noi abbiamo come un'ancora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell'interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore, essendo divenuto sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchìsedek"(Eb 6,17-20).

[7] Sulla fedeltà incrollabile di Dio cf. anche 1Sam 15,29; Gb 9,32; Is 45,23; Ml 3,6, i detti di Gesù (ad es., Mt 5,17-19) e gli altri brani neotestamentari che attestano la continuità dell'agire di Dio (cf. Rm 3,31;Rm 10,4), al pari dell'irrevocabilità del suo amore (cf. Tt 1,2; Gc 1,17).

[8] La sintesi passa per il capitolo 2 ai Filippesi e attraverso la riflessione di Giovanni, con un pensiero che ricorre in altri testi del corpus joanneum: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,11-13, cf. anche 1Gv 3,16;Rm 5,6-8).

[9] Non è solo il Cantico dei cantici, che allinea morte ed amore ad affermare che di fatto l'amore vince la morte (Ct 8,6: "forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!") è anche la risurrezione di Gesù, la storia del crocifisso risorto che continua a proclamarlo, con soavità e forza.

[10] Sicché l'amore di Dio è il vero centro della torah, (Dt 6,4-5: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze."), ma è un amore che include già l'amore del prossimo (cf. ad esempio, Lv 19,18: "Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore") e prescrive persino il superamento dell'idea del "nemico", se di lui bisogna avere cura almeno in alcune circostanze (cf. Es 23,4s. e Dt 22,1-4).

[11] Cf., a riguardo, G. MAZZILLO, Gesù e la sua prassi di pace, La Meridiana, Molfetta (BA) 1990.

[12] Si trova 45 volte (di cui 26 volte nei salmi). Cf. J. DUPONT, Le beatitudini di J. DUPONT, Le beatitudini I (verificare), Paoline, Roma 1972;,1026.

[13] Cf. Mc 1,15: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (cf. anche Mt 3,2; Mt 8,10).

[14] "Così Gesù diede inizio ai suoi segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui". (Gv 2,11). Cf. anche G. MAZZILLO, "Quale nonviolenza scaturisce dalla croce e dalla risurrezione di Cristo (Marcia della pace di Locri", in www.puntopace.net\mazzillo\ined.htm).

[15]Un fenomeno che risale all'epoca di Costantino, quando la radicalità evangelica fu ritenuta compito solo di alcuni prescelti: cfr. "la morale del doppio binario", in G. MATTAI, "Verso una 'coscienza teologica' della pace", in Il problema della pace tra filosofia e politica, Edizioni Augustinus, Palermo 1986, 17. Di G. Mattai cfr. anche ID., Oltre le sabbie mobili. Contributi del Magistero all'etica sociale, SEI, Torino 1992.

[16] J. B. METZ, Jenseits bürgerlicher Religion. Reden über die Zukunft des Christentums, Kaiser-Grünewald, München/Mainz 1980, 100.

[17] La troviamo in PAOLO VI, Communio et Progressio. Istruzione Pastorale su "I mezzi di comunicazione sociale",23.5.1971.

[18] Ivi, n. 11: EV/4, 791.

[19] GIUSEPPE CENTORE, Ladro d'eternità, Panda, Padova 1986, 50, cit. in E. BIANCHI [a cura di], Poesie di Dio, Einaudi, Torino 1999, 127.