Giovanni Mazzillo <info>                                                           www.puntopace.net

Convegno su don Lorenzo Milani (Catanzaro  05/11/07)

 

Appunti sulla spiritualità di don Lorenzo Milani

Sull’intreccio tra l’elemento biografico e l’opera formativa e pedagogica di don Lorenzo Milani molto è stato detto e molto sarà ancora aggiunto. A  me preme evidenziare di questo intreccio soprattutto l’aspetto più profondo, quello delle motivazioni esistenziali e spirituali che hanno incentivato e sorretto don Lorenzo e che influiscono sia sulle finalità del suo insegnamento, sia sul suo metodo pedagogico. 

Mai come in questo caso si può  dire che l’originalità del metodo  dipende direttamente dall’intensità delle motivazioni.  In don Milani queste tendevano a conseguire gli obiettivi con un’uguale intensità, si potrebbe dire con un’inesorabilità, che è quella che attraversa tutta la sua vita. Ma non si tratta di obiettivi aggiunti in maniera surrettizia dall’esterno, né di finalità impostate a tavolino. In realtà obiettivi, contenuti e metodo  sono un tutt’uno con la sua vita e la sua vita è un tutt’uno con le sue scelte, il suo modo di intendere la sua vicenda umana, il suo rapporto con Dio e con la chiesa, il suo rapportò con la sua “vocazione”.

Non posso offrire molto in questo campo, per la vastità della materia, la profondità ed intensità che caratterizzano la persona e la limitatezza del tempo di questa comunicazione. Posso soltanto evidenziarne alcuni aspetti, presentandoli a mo’  di appunti. Sono in ogni caso quelli che hanno colpito me come uomo e sacerdote, come formatore e come parroco.

Quando si deve tracciare un profilo di un personaggio storico complesso e simile a don Lorenzo Milani si organizza spesso la trattazione in punti distinti e collegati tra loro, del tipo: l’uomo, il sacerdote, l’educatore. A me consentite, però, di non seguire questo schema, ma solo di indicare ciò che nei differenti livelli mi è sembrata la molla  e il motore segreto che ne pilotava e “configurava” le caratteristiche e le modalità di essere e di agire, ma di essere prima che agire, nonostante don Lorenzo sia ritenuto un insuperabile maestro proprio nell’agire.

L’elemento propulsore o se preferite, – in un certo modo, cercate di capirmi – il “pilota automatico”  della sua intensità e solerzia formativa è tutto nella sua profondità e radicalità spirituale.  Le sue attività germogliarono in fretta e, pur con i limiti di spazio e di tempo che gli erano stati dati in sorte, si svilupparono e portarono frutti così abbondanti e così pregiati, perché muovevano da radici profonde, che si alimentavano a sorgenti feconde e indistruttibili.

Posso tentare di sintetizzare tali radici in queste che qui indico pur avvertendo doverosamente che non si tratta di radici separate, ma solo distinte e tuttavia unite armoniosamente tra loro: la radice religiosa, la radice storica, la radicepolitica” (si badi politica e non partitica cioè di scelta di campo e non di scelta di tessera o di schieramento).

La radice religiosa

La prima, la radice religiosa, è ricca e profonda sul duplice versante che la caratterizza, perché è duplice e resterà sempre tale: è la radice ebraico-cristiana.

Il radicamento con la religione ebraica si nota in tante circostanze e in tante scelte e forme della sua vita e della sua “missione”, a cominciare, appunto dall’idea stessa di una “missione” alla quale si sentiva consacrato. Così come si nota nell’amore verso la Bibbia e il mondo biblico, un amore che lo poterà a studiare e a tradurre e diffondere nella sua attività pastorale i risultati delle sue ricerche.  Le sue spiegazioni del Vangelo, le cartine storico-geografiche della Palestina biblica, soprattutto quella dei tempi di Gesù, sulla quale conduceva le sue omelie, nascono in quest’humus, che considera la Parola di Dio in tutto il suo valore: un valore che è comunicazione, condivisione, solidarietà. Ma è soprattutto quello di un messaggio di riscatto e di liberazione. È  contemporaneamente un messaggio di nonviolenza perché è un riscatto di pace.

Dal valore della Parola di Dio discende anche il valore della parola umana, parola da conoscere nei suoi dinamismi più profondi e nella sua vita segreta, non tanto, come si dice, per poterla dominare, ma per attingere e comunicare la sua intima forza. La scuola di Barbiana con il suo valore cardine basato sulla conoscenza e l’esatto utilizzo della parola è la dimostrazione più convincente che dietro le nostre parole abita un irrinunciabile e insuperabile valore ideale. Di più: abita un messaggio ed è quello dell’uguaglianza tra gli uomini, dell’affrancamento da ciò che impedisce all’uomo di essere veramente tale.

Ovviamente il valore della parola nell’ebraismo ha un suo compimento nel valore della Parola nel cristianesimo. Qui la Parola fondamentale è quella del riflesso e del pensiero stesso di Dio: è il Verbo, la Parola eterna, che esce dall’eternità per entrare nella storia e risuonare in maniera decisiva ed irreversibile in essa.

La radice storica

Anche da questa prospettiva si arriva al secondo radicamento qui individuato in don Lorenzo Milani: il radicamento storico. Si tratta di quella visione che considera la storia non come accessorio ornamentale o luogo di prova dell’essere umano, ma la considera invece strumento ed itinerario di vita.  Nel profondo legame che don Lorenzo ha con la Parola di Dio tanto nell’Antico che nel Nuovo  Testamento, quella Parola viene interpretata,  accolta e vissuta come promessa e, in quanto tale, come parola gravida di una messianicità. Il tema del messianismo può essere la chiave di volta per comprendere il valore attribuito all’impegno del cristiano nel mondo. Don Milani crede non solo ad una parola efficace, ma a una parola per così dire performativa della realtà.  Nel mondo ciascuno di noi ha un impegno da compiere, perché ciascuno di noi è una promessa pronunciata da Dio per il bene degli altri, per il riscatto di tutti.

La persona di Gesù, il contatto con lui attraverso al preghiera e i sacramenti, che don Milani non reclamizza in ogni occasione, ma che vive profondamente e raccomanda a chi gli sta più vicino, sono le ragioni e il sostegno della sua lotta. Una lotta che appare strenua e continua almeno in tre ambiti fondamentali: contro la sua malattia (la leucemia, almeno nella fase finale della sua vita), contro l’emarginazione culturale, contro l’emarginazione ecclesiale.

In questo contesto si capisce anche la forte spinta dell’educazione alla pace nell’attività e nel pensiero di don Milani.

La pace e la giustizia sono aspetti intimamente legati nel messianismo biblico. Non baste tenerle presenti come obiettivi, sebbene primari, della propria vita. Bisogna farle diventare componenti e alimento della vita stessa. Il segreto della radicalità del priore di Barbiana è proprio qui. Il messianismo biblico diventa missione di pace e di giustizia nella storia, incarnandosi nelle lotte degli ambienti che noi abitiamo. Questi stessi ambienti vitali, vengono così assimilati, da diventare da luoghi dove noi ci troviamo a vivere a  realtà che abitano in noi. Nelle lettere e negli scritti del Priore emerge spesso una notevole differenza tra quanti si dedicano alle cause giuste e alla lotte finalizzate ad un fine immediato e l’uomo che fa della ricerca della giustizia lo scopo della sua vita.

I primi inseguono degli obiettivi a piccolo medio o lungo termine, il secondo è colui/colei che dedica la sua vita intera alla ricerca della giustizia. Si potrebbe dire che con i poveri e con coloro che sono oppressi, ai quali si rivolge Gesù chiamandoli “felici”, sono proprio loro gli affamati e gli assetati della giustizia. Per costoro non basterà – dirà don Milani – abbattere una qualche cancellata di una casa dei ricchi, e magari di insediarsi lì in nome della rivoluzione, per pensare che la giustizia ormai regna sulla terra. Per loro la ricerca della giustizia durerà quanto dura una vita e sarà sempre in tandem con  la capacità di rimettersi in discussione, per forme più avanzate di una giustizia sempre  perfettibile, finché siamo sulla terra. Infatti l’avanzamento e il superamento della giustizia nasce anch’essa da un’idea biblica rivoluzionaria: quella del regno di Dio. A prima vista potrebbe sembrare un’idea fuorviante che induce solo alla sudditanza. In effetti è la messa in discussione dei regni umani la cui precarietà, insufficienza e relatività risaltano in maniera inversamente proporzionale alla grandezza del regno di Dio. Del resto è proprio questo regno che Gesù annunciò nel mondo: un regno che egli indicava già presente in mezzo agli uomini e veder crescere nella misura in cui crescevano l’accoglienza e il perdono reciproco, la valorizzazione dei poveri e degli infelici, la liberazione degli oppressi.

La radice “politica

Con queste ultime considerazioni abbiamo già toccato la terza radice dell’essere e dell’agire di don Lorenzo Milani. Ho dovuto mettere la parola politica tra virgolette, perché proprio questo termine non è dei più limpidi o di quelli limpidamente trattati. In ogni caso è ciò che viene dal vivere sociale dell’uomo nei suoi rapporti con gli altri in generale e con quelle che sono le strutture del vivere sociale. Di per sé strutture di servizio, ma che così in fretta diventano purtroppo strutture di potere.

Perché mai e come riportarle al loro originario valore? Sono domande alle quali don Lorenzo non si è sottratto. Direi che le ha accostate sia sul piano biblico-teologico sia su quello storico, in una sintesi che sarebbe inesatto ritenere inficiata di sociologismo marxista, come ha sostenuto all’epoca qualche suo fiero oppositore, salvo poi indicarlo come profeta ai nostri giorni. In realtà la sintesi di don Milani è quella corretta di chi sa cerca di leggere la realtà, giudicandola alla luce della Parola di Dio e cercando di intravedere e indicare le dinamiche idonee a superarla, perché la realtà stessa sia la più umana possibile e con ciò corrisponda anche a quanto Dio ha pensato ed effettivamente vuole per gli uomini suoi figli.

Come dimostra la splendida testimonianza di un altro prete-profeta, spentosi in questi ultimi giorni, don Oreste Benzi, più si aderisce al Vangelo realmente, radicalmente e senza riserve, più si difendono i diritti degli oppressi, si diventa voce scomoda che denuncia le ingiustizie e si vive non solo per gli ultimi, ma con loro. Si evita solo così di cadere nella trappola del farsi strada attraverso i poveri, invece di “far strada ai poveri senza farsi strada”.

La radice politica di don Lorenzo Milani è dunque di questa pasta e non può essere svilita a  punto programmatico di una qualsiasi – pur dignitosa e rispettabile formazione partitica. Né a un suo rimorchio più o meno inconsapevole. Si tratta di Politica con la lettera maiuscola. Ha a che fare con la polis, ma non come semplice corporazione, né come convivenza sociale e basta.  

È politica che tende sempre a rispettare e ristabilire la dignità di ogni essere umano. In lui il credente vede un figlio di Dio, gli altri possono e devono vedere un soggetto portatore di una dignità inalienabile.

Don Lorenzo lo esprime in maniera decisa ed efficace, come sempre, nell’esempio del rapporto da avere con i ragazzi, quelli ai quali tanto teneva e ai quali dedicò la sua vita:

«Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null'altro che d'essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo» (SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, LEF, FIRENZE, p. 94).